Carbonia

Approfittando della notizia di ieri immessa nel “social network facebook” mentre i media ancora tacevano, parliamo “fuori orario” – giacchè gli aggiornamenti li poniamo di mattino – di Carbonia

Notizie storiche

Nella desertica area del Sulcis, sulla costa sud occidentale della Sardegna, fin dalla metà dell’Ottocento venne localizzato un vasto bacino carbonifero, in prossimità del quale furono aperti alcuni pozzi per l’estrazione del fossile. Nel giugno del 1935 Mussolini visitò personalmente le miniere della zona, manifestando l’intenzione di dare vita ad un’industria statale designata allo sviluppo del settore. Il mese successivo, difatti, nacque l’Acai (Azienda carboni italiani), fusione dell’Arsa anonima carbonifera (società istriana) e della Società mineraria carbonifera sarda. Dopo appositi sondaggi, il nuovo ente, avente sede a Roma e diretto dall’imprenditore Guido Segre, inaugurò altri pozzi e dette ulteriore impulso all’attività estrattiva. Di lì a poco, in considerazione dell’affluenza sempre crescente di manodopera, si delineò l’idea di creare un punto di riferimento istituzionale e amministrativo, un vero e proprio comune, da affiancare ai preesistenti insediamenti del comprensorio (Bacu Abis, Barbusi, Piolanas, Acquascallentis, Serbariu); allo scopo fu prescelta un’area distante una ventina di chilometri da Iglesias e circa settanta da Cagliari.

Non prevedendosi la pratica del concorso, gli uffici dell’Azienda incaricarono del piano regolatore del futuro centro l’architetto Ignazio Guidi e l’ingegnere Cesare Valle, cui venne ben presto affiancato un secondo architetto chiamato da Segre, il triestino Gustavo Pulitzer Finali; quest’ultimo, già responsabile dell’ideazione della città di Arsia, siglò in effetti la relazione finale ad illustrazione del nuovo progetto e disegnò alcuni degli edifici cittadini.

La cerimonia di fondazione ebbe luogo il 9 giugno del 1937, mentre il 5 novembre dello stesso anno, con Rdl n. 2189, fu istituito il comune di Carbonia, ricomprendendo i centri minerari minori di Bacu Abis, Serbariu e Portoscuso (destinato a divenire l’approdo al mare della nuova realtà amministrativa) e parte delle competenze dei comuni di Gonnesa e Iglesias.

L’inaugurazione della città avvenne alla presenza di Mussolini il 18 dicembre 1938, dopo appena trecento giorni di lavori. Subito dopo, per ovviare all’aumento rapidissimo della popolazione, si pensò ad un piano di ampliamento (approvato con Rdl 28 novembre 1940, n. 2045), che venne affidato ancora a Guidi e Valle, ma fu concretamente redatto da Eugenio Montuori (già tra i quattro di Sabaudia) e rimase, ad ogni modo, senza seguito. Nel frattempo, al territorio comunale di Carbonia fu annessa la nuova frazione satellite di Cortoghiana, costruita ex novo in località Corti Ogianu, ed il prg di una «Portoscuso nuova», mai messo in atto, fu ordinato a Giuseppe Pagano. Le ragioni della genesi di Carbonia, tipico esempio di città-fabbrica al servizio della produzione, vanno ricercate nel clima autarchico e di «mobilitazione» industriale imposto dal governo mussoliniano che, soprattutto in seguito alle sanzioni economiche applicate dalle potenze straniere nei confronti dell’Italia dopo l’aggressione all’Etiopia, richiedeva con urgenza lo sfruttamento pianificato delle risorse nazionali, al fine di garantire l’autosufficienza energetica. Oggi Carbonia presenta gli effetti della sua considerevole espansione demografica, attenuatasi solo dopo la crisi dell’industria mineraria. Anche se circondato da un’ampia e disordinata fascia di quartieri di posteriore realizzazione, il centro storico di fondazione, tuttavia, può dirsi ancora riconoscibile ed è oggetto di recenti investimenti finalizzati al recupero e alla valorizzazione delle sue architetture originarie.

Analisi architettonica e urbanistica

La città nuova di Carbonia era finalizzata ad ospitare la sede della direzione dell’Acai e una numerosa popolazione prevalentemente operaia (al momento dell’inaugurazione composta già da dodicimila persone) fu dunque collocata in prossimità della bocca della miniera nuova di Serbiaru, a est del passaggio della ferrovia del Sulcis e della strada Iglesias-Portobotte (oggi strada statale 126).

Il piano regolatore urbano ideato da Guidi e Valle si avvicina, morfologicamente, ad un L rovesciata, sottoposta al suo interno ad una rigida zonizzazione; gli edifici di carattere pubblico vennero previsti solo nel centro cittadino, mentre sulle ali laterali, verso sud e verso ovest, si individuarono per espansione modulare le aree a uso residenziale. Le vie di comunicazione furono tracciate a formare un reticolo esteso, secondo uno schema radiale impostato sulla piazza centrale e rivolto con varie ramificazioni alla periferia e alla zona estrattiva. L’ampliamento studiato da Montuori per aumentare la potenzialità ricettiva del centro fino a cinquantamila abitanti, venne solo parzialmente realizzata a sudest, oltre il rio Cannas, ed in misura anche minore sull’angolo nord occidentale, sul monte Rosmarino. In base al nuovo progetto Carbonia perse in parte la configurazione di città-giardino, da principio profilata, per assumerne una semi intensiva, mentre l’impianto monocentrico originario cominciò ad essere modificato a favore di una soluzione policentrica, contemplandosi delle piazze alternative. La maggior parte della superficie urbana, in ultima analisi, è occupata dai lotti residenziali eseguiti a più fasi anche grazie al sostegno di un autonomo istituto per le case popolari, appositamente creato: un totale di oltre milletrecento edifici, distinti tra appartamenti per dirigenti, impiegati ed operai e alberghi per lavoratori scapoli, dislocati gerarchicamente a distanza crescente dal polo rappresentativo.

Al centro della città, innalzata su un lieve poggio a circa cento metri di altezza sul livello del mare, fu immaginata la piazza Roma, principale luogo di aggregazione cittadino. Si legge nella relazione di Pulitzer Finali: «[la piazza] progettata per poter accogliere quarantamila persone, monopolizza -con la sua torre littoria, la casa del fascio, il palazzo podestarile, la chiesa- le funzioni propriamente urbane, sia quelle direzionali che quelle sociali». Vi sono dunque raccolti i maggiori edifici pubblici: a nord ovest il municipio, esteso su quattro lati, a est la casa del fascio, dominata dalla potente torre littoria, insieme al dopolavoro (Pulitzer Finali), a nord la chiesa di San Ponziano (Guidi e Valle), sopraelevata su un podio, con rigida facciata quadra, appena ingentilita dal rosone e dal portico, e caratteristica cupola-lucernaio. L’area della piazza, al centro della quale vennero sistemate due fontane e delle aiuole, è delimitata, fisicamente ed idealmente, dalle verticali avvicinate alla coppia di edifici più importanti, che ben si distinguono dal basso orizzonte cittadino. La massiccia torre littoria, alta ventotto metri, si articola su cinque piani; interamente rivestita in trachite, presentava alla base una decorazione scultorea in bronzo raffigurante una coppia di leoni, opera dello scultore friulano Marcello Mascherini (1906-1983), andata perduta. Il campanile risulta staccato dal corpo della chiesa, in posizione di molto avanzata sulla piazza; sviluppato per quarantasei metri di altezza, riproduce nelle forme quello di Aquileia, in ricordo dei combattenti sardi caduti durante la prima guerra mondiale in Friuli.

In prossimità della piazza, a sud, fu costruita la villa Sulcis (oggi sede del Museo archeologico), abitazione del direttore delle miniere circondata da un ampio parco, eseguita su disegno di Eugenio Montuori. La città fu completata dall’edificio postale, dalla caserme dei carabinieri e della milizia volontaria, dall’asilo, dalle scuole elementari (Montuori) e secondarie, queste ultime destinate ad aumentare di numero in seguito al piano di ampliamento, e da punti di spaccio e ristoro distribuiti a coprire varie zone dell’abitato.

Lo stile degli edifici di Carbonia rappresenta una summa di spunti colti dalle precedenti esperienze edilizie in Agro pontino e ad Arsia. La larga concessione ad archi, logge e porticati, la prevalenza dei tetti a falda, la rusticità dei dettagli accomuna il centro, in particolare, alle due città, più meno contemporanee, di Aprilia e Pomezia. Il materiale da costruzione adoperato risulta per lo più di provenienza locale: prevalgono la pietra calcarea e la trachite, spesso disposte a faccia-vista, mentre si esclusero categoricamente accessori metallici, opere decorative costose e materiali di lusso.

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