L’insurrezione dei vegliardi (da Signal)

Sette settimane, che dovrebbero indurre alla riflessione.

L’insurrezione dei vegliardi.

di Giselher Wirsing

L’Europa ha assistito, in pieno 1943, ad un tentativo di restaurazione liberale in una delle sue grandi nazioni. Fra il 15 luglio e l’8 settembre, in Italia, il liberalismo ha tentato infatti di resuscitare. Sette settimane queste che hanno un’importanza anche per gli altri popoli europei. Sarebbe quindi sbagliato passarvi sopra con una semplice scrollatina di spalle, dato che gli insegnamenti che ne derivano sono davvero troppo significativi.

Verso la metà d’agosto la rivista italiana «Nuova Antologia» ha pubblicato una relazione particolareggiata sugli avvenimenti che sboccarono nel colpo di Stato contro Mussolini, articolo evidentemente ispirato da Badoglio. In una corrispondenza apparsa qualche giorno dopo in un ben noto giornale svizzero, che allora non lasciava trascorrere un sol giorno senza festeggiare, sulle sue colonne, la caduta del Fascismo, dopo di aver espresso l’adesione ai concetti esposti nell’articolo della rivista italiana, si poteva leggere la seguente conclusione: «La nomina del Maresciallo Badoglio, prevista da diverso tempo, ha avuto l’approvazione delle più note personalità politiche di tutte le tendenze che il Fascismo aveva, da anni, condannate al silenzio. Badoglio non ha chiesto un armistizio ma nelle tre settimane in cui ha resistito al nemico in campo militare, egli ha distrutto l’intero organismo statale fascista. Badoglio ha restituito al popolo il diritto alla libertà d’opinione ed ha fatto dell’Italia una Nazione nuovamente conscia delle sue tradizioni liberali, che la rendono degna di venir domani a trattative con i nemici di oggi».

Ecco, pressappoco, quali erano le illusioni sull’avvenire dell’Italia coltivate, tre settimane dopo l’eliminazione di Mussolini, non soltanto dai liberali italiani, ritornati con Badoglio al potere, ma anche dai diversi ambienti liberali d’Europa. Proprio in quei giorni Badoglio iniziava, a Lisbona ed a Madrid, le trattative segrete con la diplomazia inglese. È oramai fin troppo noto quale «dignità le tradizioni liberali abbiano conferito all’Italia per trattare con i nemici di allora». Il risultato finale è stato la capitolazione incondizionata ed il più spietato trattato d’armistizio che mai sia stato imposto alla conclusione di una guerra. I cosiddetti uomini di Stato democratici a Washington ed il generale Eisenhower non si sono affatto curati della «dignità liberale» e, poco dopo, il mondo intero ha veduto cosa significassero tali illusioni.

Le sette settimane del regime Badoglio appartengono ora al passato e non avremmo certo occasione di occuparci ancora una volta di questa tristissima fase della storia d’Italia se da essa non risultasse ciò che oggi in Europa può esser possibile ed anche quanto non lo può essere.

Il mattino del 26 luglio Badoglio si trovò investito dei pieni poteri. Il colpo di mano contro Mussolini, che Vittorio Emanuele stesso aveva preparato, era infatti riuscito. Ora, la questione sul da farsi si presentava sotto un ben altro aspetto di quanto non fosse stato preso in esame durante i colloqui segreti tenuti in antecedenza con il Re. In quella notte a Roma e in altre città d’Italia la plebaglia aveva occupato le strade, dando sfogo ai più bassi istinti di cui essa è capace e offrendo così una nuova dimostrazione dell’inestirpabile balordaggine umana, che si rinnova eternamente. Del resto, la plebaglia fa sempre la sua apparizione ovunque si dischiudano anche solo un poco le dighe dell’ordine. Persino Badoglio ebbe l’impressione che in quei disordini il protagonista non fosse il popolo italiano bensì gente che viveva ai margini della società umana. Egli incaricò quindi un suo portavoce di comunicare alla stampa che i dimostranti erano dei «ragazzacci scamiciati». Non era ancora giunto, evidentemente, il momento di chiedere l’appoggio della strada; lo doveva essere più tardi, quando egli stesso fece appello ai ripugnanti istinti della plebaglia.

Il ministero che Badoglio costituì subito non conteneva nemmeno una personalità che potesse dire di godere di un’autorità morale agli occhi del popolo italiano. Era amorfo e incolore. Lo si ritenne generalmente un ministero di transizione, che sarebbe rimasto in carica fino al giorno dell’avvenuta ricostituzione dei partiti. Intatti, i partiti riapparvero. E successero fatti stranissimi. Nel foro politico fece la ricomparsa l’ottantatreenne ex-presidente dei ministri, Orlando, che era stato Capo del governo nel 1917, all’epoca della sconfitta di Caporetto, e che fu poi defenestrato dalla conferenza parigina della pace da Wilson. Orlando tenne un discorso ai siciliani e annunciò che la via della rinascita della Patria era oramai aperta.

Apparve inoltre il settantacinquenne ex-presidente dei ministri, Nitti, che aveva vissuto a lungo, in esilio, nella Svizzera. Anch’egli non rinunciò a parlare sull’avvenire dell’Italia.    Apparve pure il quasi ottantenne senatore Bergamini, che aveva fondato nel 1901 il «Giornale d’Italia» ed ora ne Riassumeva la direzione.

E riapparve infine il Nestore del liberalismo italiano, il filosofo settantasettenne Benedetto Croce (a cui il Fascismo aveva generosamente lasciato tanto il titolo di senatore quanto l’autorizzazione di continuare a redigere, per venti anni, la sua rivista « Critica »), per gettare le fondamenta spirituali della giovane Italia democratica. Tuttavia, quando gli si offrì la presidenza dell’Accademia d’Italia egli rifiutò, giustificando tale atteggiamento coll’affermare che l’Accademia avrebbe dovuto venir soppressa. Ciò nonostante Croce era la più grande speranza del regime Badoglio per la creazione di un nuovo programma spirituale.

Stranissimo poi il quadro che si offerse in Italia subito dopo il colpo di Stato del 25 luglio. Si videro infatti risalire a galla non già le correnti che avevano dominato in Italia nei periodo di caos seguito alla fine della prima guerra mondiale ma il liberalismo anno 1901 1910: vegliardi più o meno rispettabili, che si cullavano nella ridicola illusione di essere, proprio loro, i veri rappresentanti del popolo italiano! Cosa avevano da offrirgli? Cosa volevano? Si fece subito un gran discorrere di «libertà», riempendone anche i giornali. In tutta fretta vennero soppresse una serie di organizzazioni e di enti fascisti. Nessuno però sembrava avere una pallida idea di quanto si sarebbe dovuto fare. Questa gente voleva la pace ma faceva contemporaneamente sapere che non avrebbe accettato una disonorevole capitolazione.

Dopo quindici giorni il caos era già giunto a tal punto da indurre Badoglio a sacrificare la libertà di stampa elargita all’atto dell’assunzione del governo. Un corrispondente di un giornale svizzero scrisse maliziosamente che le forbici del censore diventavano sempre più lunghe e la sua matita rossa sempre più grossa. Il Re che, dopo tutto, era personalmente responsabile della caduta di Mussolini, non sì faceva vivo, nemmeno con una parola. In tutta la sua vita non aveva avuto, del resto, mai nulla da dire: avrebbe dovuto forse sapere ora, improvvisamente, cosa bisognava fare?

Intanto nell’alta Italia si formavano gruppi politici con spiccato orientamene verso sinistra, in netta opposizione quindi a Badoglio e alla Monarchia. Si manifestarono tendenze comuniste, contro le quali Badoglio non aveva il coraggio di agire. Quattro partiti antifascisti, e precisamente un «Partito d’Azione», costituito in Inghilterra dai fuoriusciti, il Partiti cristiano-democratico, il Partito della ricostituzione liberale — fondato dopo il colpo di Stato, ed il Partito comunista, fecero causa comune, unendosi in un sol blocco. Il programma ch’essi resero noto, a metà agosto, si fondava essenzialmente sull’illusione che, una volta eliminato Mussolini, l’Inghilterra e gli Stati Uniti avrebbero ricevuto l’Italia a braccia aperte. Essi posero le seguenti condizioni:

«1) Cessazione immediata delle ostilità. I socialisti italiani non sono tuttavia disposti ad accettare condizioni di pace qualsiasi e le misure coercitive degli eserciti d’occupazione nemici ma esigono invece che già l’armistizio si basi sui principi statuiti nella Carta Atlantica e spiani il terreno onde permettere all’Italia di prender poi parte alla conferenza della pace coi diritti  equiparati.

2) Liberazione di tutti i detenuti politici.

3) Eliminazione della Monarchia.

4) Libertà di stampa e libertà delle organizzazioni politiche e sindacali.»

L’appello di questi quattro partiti, fra quali i comunisti erano naturalmente i pii attivi, concludeva affermando che essi consideravano i «popoli democratici» non già come nemici ma come alleati e che erano certissimi che all’Italia sarebbero state accordate condizioni conformi d’armistizio e di pace».

Questo proclama venne redatto proprio nel momento in cui agli emissari di Badoglio, recatisi a Lisbona, era già stato comunicato che non potevano esserci trattative di sorta fra gli Anglo-americani e gli Italiani. L’Italia doveva, al contrario, accettare incondizionatamente tutte le condizioni imposte da Washington. I gruppi liberali e socialisti italiani, tornati alla ribalta della vita politica dopo tanti anni di segregazione, credevano seriamente che la Carta Atlantica fosse un documento in base al quale Churchill e Roosevelt intendessero orientare la loro politica nei confronti dell’Italia.

Questi gruppi non possedevano un programma di politica interna che si differenziasse dalla abusata fraseologia, propria a tutti i partiti socialdemocratici avvicendatisi in Europa dal 1870 al 1910. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Le loro esperienze risalivano infatti a quei tempi, i tempi della loro gioventù.

Lo stesso atteggiamento si poteva costatare non soltanto di fronte ai problemi d’ordine interno ma anche nelle questioni di politica estera. Poco prima che gli Inglesi sbarcassero in Calabria, il «Messaggero» scriveva ingenuamente: «In Italia prevale la convinzione che gli Anglo-americani non intraprenderanno nulla per porgere aiuto all’Unione Sovietica e che essi interverranno soltanto quando i Sovietici costituiranno una minaccia per il rimanente dell’Europa. I soldati che si trovano in Inghilterra, in Africa e in Sicilia sbarcheranno sul Continente — secondo le nostre opinioni — soltanto se l’Unione Sovietica riuscirà a minacciare direttamente la Germania.» Il “Messaggero” concludeva quindi che l’Italia avrebbe potuto ritirarsi senz’altro dalla guerra e dichiararsi neutrale, con riferimento alla Carta Atlantica.

La confusione degli spiriti era tale che questo articolo venne riprodotto in numerosi fogli di provincia dai vecchi liberali, ritornati anche là al potere. Contemporaneamente il ministro della Cultura popolare, Galli, dichiarava che la stampa italiana avrebbe assunto un atteggiamento pieno di comprensione nei riguardi della stampa estera. Anche nei confronti del nemico non sarebbero più state tollerate espressioni poco riguardose! Questo signor Galli ebbe comunque occasione di costatare come — proprio in quei giorni — la stampa inglese pullulasse di caricature velenose contro l’Italia e contro la Monarchia, dove la statura del Re forniva il tema predominante alle battute satiriche.

Quindici giorni circa dopo il vergognoso tracollo, la confusione era giunta al punto che tanto i giornali quanto il regime Badoglio si nutrivano unicamente di accuse, lanciate giornalmente contro le personalità del regime fascista. Era l’ora delle denunce e dei ricatti. Dopo di aver mantenuto, fin verso la metà d’agosto, un certo riserbo vennero aperte le dighe della delazione; contemporaneamente si eseguirono arresti in massa di fascisti. Non si sapeva già trovare più nulla da scrivere sui propri programmi di governo. Dopo quattro settimane gli argomenti erano completamente esauriti e non rimaneva quindi che appellarsi ai più bassi istinti della teppaglia. Fecero la ricomparsa, nella vecchia Roma, le liste di proscrizione, proprio come ai tempi di Silla. Il colmo del ridicolo era costituito dal fatto che il Re, in nome del quale tutto ciò avveniva, aveva collaborato per vent’anni con quei stessi fascisti, e che Badoglio — il quale, su proposta di Mussolini, aveva avuto, a suo tempo, il titolo di Duca di Addis-Abeba — aveva concluso il suo libro sulla guerra abissina con la frase:

«Questo fascio di spiriti — il quale si chiama la Nazione Fascista — ha con noi combattuto e, unitamente a noi, ha vinto integralmente e rapidamente la guerra.»

Il fango, che il Re e Badoglio permettevano si gettasse a manciate contro il Fascismo, doveva servire a nascondere l’impossibilità loro e dei vegliardi che li circondavano, di dire al popolo italiano anche una sola parola plausibile sull’avvenire che gli sarebbe riserbato. Questi individui tramavano contemporaneamente il tradimento contro l’alleato, tradimento che, fra l’altro, doveva costare — anche ad armistizio già firmato — il sacrificio di migliaia di donne, bambini e vecchi di Napoli, rimasti vittime di un attacco terroristico degli aviatori anglo-americani.

È necessario trarre delle conclusioni? Le sette settimane trascorse dal colpo di Stato contro Mussolini hanno dimostrato che nessun popolo in Europa può sopravvivere ad una tate crisi tentando di rifugiarsi nel passato oppure confidando nella cavalleria delle forze anti-europee. Se le Forze Armate tedesche non avessero preso fulmineamente in loro protezione l’Italia, è certo che — dopo questi primi prodromi d’anarchia — il caos più completo e la guerra civile sarebbero state per l’Italia le conseguenze di questo tragico tradimento.

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