Ricordiamo l’otto settembre: Frascati…

Anche se l’armistizio era stato firmato, non significava nulla fino al momento in cui fosse stato possibile renderlo pubblico. Durante l’intervallo gli Alleati continuarono a uccidere gli italiani. Tre giorni dopo la firma, fu sferrato contro Frascati uno degli attacchi aerei più massicci che si fossero visti fino a quel momento. Frascati, situata a una quarantina di chilometri a sud-est di Roma, era un legittimo obiettivo militare, data la presenza di numerosi alti comandi tedeschi. Ma i bombardieri alleati, con l’abituale imprecisione, riuscirono a causare solo danni lievi a uno di essi, e uccidere invece centinaia di donne e bambini. (da ‘La guerra inutile’, pag.141).
Suonava mezzogiorno, quando 135 bombardieri B-17 rovesciarono su Frascati 389 tonnellate di bombe, uccidendo 6.000 degli 11.000 abitanti. Costoro pagavano con la loro vita l’inesattezza delle informazioni fornite a suo tempo da Castellano agli Alleati sulla dislocazione del Quartier Generale tedesco: esso, infatti, non si trovava proprio a Frascati, ma in diverse ville vicine, tra Montecavo e Grottaferrata, fra cui la celebre Villa Aldobrandini. Cosi i tedeschi se la cavarono con un centinaio di morti ed il loro Quartier Generale continuò a funzionare perfettamente. (da ‘In nome della resa’, pag.352)

L’opera umanitaria di soccorso di quel maledetto 8 settembre è stata immortalata da Padre Giuseppe Alvarez nel libro-diario: “Tra le macerie di Frascati. Ricordi personali”, pubblicato nel 1944, pagine 134. Gli episodi narrati da questo sacerdote sono sconvolgenti, essi fotografano la drammatica situazione di un evento storico che rimarrà scolpito in eterno. Riportiamo due stralci significativi:

«Tra le vittime c’era una ragazza, avvenente, giovane, nella primavera della vita, alle quali prestò le sue esperte cure un soldato tedesco…. Noi cominciavamo a fare la respirazione artificiale, poi pregavamo qualcuno dei presenti di continuare, per poterci prendere subito la cura di un altro.

Maria Valeri

Quel soldato tedesco passò due lunghe ore occupato con la stessa vittima. Si sarebbe detto che l’avesse conosciuta prima: mi disse, invece, che non l’aveva mai vista. Le faceva la respirazione artificiale, le trazioni ritmiche della lingua, i massaggi, le dava ad odorare aceto o ammoniaca. La paziente apriva gli occhi e ricominciava a respirare, allora il soldato tedesco la lasciò distesa su un tavolo, per prendere un po’ d’acqua.

Frattanto venne un addetto della Croce Rossa il quale, avendo bisogno di un tavolo e credendo morta quella ragazza, la spostò bruscamente. [Si accertò che la buttò per terra senza pensarci su]. Allora quel cuore, che aveva lottato per più di due ore tra la vita e la morte, cessò di battere per sempre. Era Maria Valeri di anni 20. Io ho visto quella ragazza, mentre era curata dal soldato tedesco, l’ho vista appena morta, l’ho vista nel pomeriggio della tristissima giornata, il giorno dopo prima di portarla al cimitero, poi diverse volte nel cimitero, fino al momento nel quale la lasciammo cadere nella fossa comune. Ne ho visto il progressivo disfacimento, ho conosciuto le vanità delle cose del mondo, delle bellezze umane».

«Per necessità cognitiva ed umana dobbiamo collegare la figura di Maria con quella di Renato Vittori, nato a Frascati il 16 ottobre 1923, la cui morte resta un evento tragico, unico, lasciando tutta la famiglia nella costernazione più desolante al punto che il padre, per il resto della vita, si faceva vedere con una grande barba incolta. La madre si era illusa che il figlio era rimasto prigioniero, forse in Russia…Andiamo con ordine

Renato Vittori

Questo aitante ragazzo, a diciannove anni (1942) parte volontario per la guerra arruolandosi nell’Aeronautica Militare. Il padre Giulio è un uomo altamente specializzato di motori aerei, passione e capacità che trasferisce al figlio. Così, con il consenso della famiglia perché minorenne e dopo un breve addestramento, viene subito sbattuto in Africa su uno stormo di Marchetti-Savoia 79/82. Si distingue in numerose battaglie, ne esce sempre vincente, ma nell’aprile del ’43 il suo apparecchio viene colpito dalla contraerea inglese ed egli rimane ferito ad una spalla. Guarito nell’arco di un mese, la patria lo reclama e Renato sale di nuovo sul suo apparecchio. E’ l’estate del ’43, la guerra volge al peggio, Renato viene trasferito a Castelvetrano in Sicilia, poi a Tarquinia. Da qui egli telefona alla madre dicendole che l’8 settembre sarebbe venuto a trovarla per qualche giorno di permesso, precisandole però che, prima di andare a Colle Maria (dove lei abitava), sarebbe passato dal sarto Bottomei a via Cairoli per misurarsi un abito. E’ proprio qui che lo coglie il bombardamento. Lui e il sarto cercano di raggiungere il ricovero, ma lungo la strada, all’incrocio con via del Gesù (ora Buttarelli) una bomba lo colpisce in pieno. Non rimane neppure un’unghia. Polverizzato.

Alla fine, su una montagna di macerie, spicca una borsa di pelle foracchiata che Renato portava sempre con sé. E’ quello che trova il padre Giulio quando si porta a cercarlo. Allora il presentimento della morte di Renato diventa certezza. Sarà il sarto Bottomei – che, pur ferito gravemente, si salverà – a confermare la fine di questo eroico ragazzo.

Un dolore profondo lasciava senza lacrime le due famiglie per anni e anni. I genitori di Maria e tutti i suoi amici, finchè vissero, rimasero con il ricordo di quella allegria e di quel sorriso scoppiettante che sapeva di fontanella di montagna che precipita a valle. Mentre i genitori di Renato misero in salotto, in bella mostra, la borsa di pelle foracchiata pensando che dentro vi fossero rimasti tutti i sogni del loro figlio, che un giorno sarebbe ritornato a riprenderseli.

Un reduce di guerra come tanti altri… Sulla tomba dei Vittori brilla la foto di Renato (che riportiamo), ma dentro non c’è la sua salma. I genitori sono morti in una attesa senza fine, con un dolore senza spazio. Un inferno!».

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