Soldati del Lavoro (prima parte)

Dalla nostra emeroteca un ottimo articolo – che suddivideremo in due parti – apparsi sul numero di aprile 2011 di Storia del Novecento

SOLDATI DEL LAVORO
I volontari italiani sul “Fronte del Lavoro ” tedesco (1939-1943).

Berlino, 1942. Un concerto dei reali carabinieri organizzato dall’Associazione Italo-germanica di Berlino. La serata si svolge in una fabbrica che conta fra le maestranze un buon numero di connazionali. [ cliccare per ingrandire ]

Il Partito nazionalsocialista, giunto nel 1933 alla guida della Germania, trovò l’oneroso fardello di 11 milioni di precari e disoccupati lasciatogli in eredità dai governi precedenti. Nel 1936, quando finalmente ogni cittadino tedesco abile al lavoro era stato collocato in servizio, si cominciò a patire per la mancanza di manodopera. La soluzione fu quella di incrementare l’immigrazione di lavoratori stranieri da ogni parte d’Europa: norvegesi, danesi, olandesi, belgi, polacchi, francesi, cechi, bulgari, slovacchi e anche italiani. Al principio del 1938 vennero ospitati in Germania alcune decine di migliaia di nostri connazionali. I lavoratori stranieri in Germania al principio del ’41 raggiungevano la cifra di un milione e settecentomila, e, nel ’42, due milioni tra quelli addetti ai lavori rurali e industriali. L’emigrazione italiana in Germania non ebbe mai la vastità numerica che il fenomeno assunse in altri paesi quali, per esempio, l’Argentina o gli Stati Uniti. Se al principio del XIX secolo la colonia italiana in Germania si aggirava intorno ai 14.000 componenti, solo una decina di anni più tardi era già di 104.200. Secondo statistiche del 1938-39 gli italiani che lavoravano in Germania non superavano le 25.000 unità, comprendendo in questa cifra anche i figli di donne tedesche sposate a italiani residenti nel Reich. Gli italiani a Colonia erano circa diecimila, circa tremila in città come Monaco di Baviera e Berlino, 1500 a Dresda e Stoccarda, 1200 ad Amburgo, 60 a Danzica. Anche per quei pochi di Dresda il Regime Fascista ritenne, convinzione di notevole momento, di non dover abbandonare quegli emigranti e di assisterli in vari modi. Il 22 maggio 1939 nella sala del nuovo palazzo della Cancelleria di Berlino, Italia e Germania consacravano le loro rispettive sorti in uno strumento di portata storica, il patto di amicizia e alleanza denominato “Patto d’Acciaio”. Galeazzo Ciano per il Duce e Joachim von Ribbentrop per il Führer, che fu presente, siglavanonun’intesa che gettava le basi per la costituzione di un edificio fondato sull’amicizia delle due Nazioni “che hanno gli stessi interessi, gli stessi ideali, gli stessi nemici”, come rilevarono le cronache dell’epoca.
Dino Alfieri, ambasciatore italiano, nel corso della cerimonia sottolineò l’urgenza di manodopera italiana in Germania: “È assolutamente necessario”, disse, “garantire la più ampia produzione tedesca di armi, di mezzi, di solidarietà italo-tedesca, mi riesce particolarmente gradito, perché so che dovunque si trovi anche un solo lavoratore italiano, là è un poco del cuore del Duce”. Nell’ambito di questa collaborazione i lavoratori italiani che lo decisero, partirono per le fabbriche tedesche, così come i soldati di Mussolini e di Hitler combattevano fianco a fianco in prima linea. Per questo si volle chiamare tale cooperazione con la dicitura “fronte del lavoro”. Opera, questa, di “soldati del lavoro”, utili quanto quelli in armi si disse.

Stessi diritti, stessi doveri

Chi curava l’assunzione e organizzava l’operazione era lo Stato tedesco in base agli accordi con quello italiano. L’assunzione veniva fatta mediante contratti tipo stipulati precedentemente. In Germania era referente il Ministero del lavoro, e gli Uffici di lavoro delle singole regioni per lo smistamento più opportuno dei volontari. Ad essi erano riconosciuti, naturalmente, gli stessi diritti e gli stessi doveri dei lavoratori tedeschi. Appena giunto in Germania il lavoratore italiano vedeva da subito mettersi in moto tutta l’assistenza sociale e sanitaria a suo favore. Ciò avveniva non soltanto attraverso le aziende nelle quali era impiegato, ma soprattutto attraverso la “Deutsche Arbeitfront” (DAF), vale a dire il Fronte tedesco del lavoro. Tutta una serie di disposizioni e di decreti garantiva gli interessi del lavoratore, precise disposizioni riguardanti la durata del lavoro e dei contratti, il genere di corsi di specializzazione, le indennità di lontananza, le assicurazioni sociali, gli incentivi, l’assistenza sanitaria, gli stipendi, l’invio dei risparmi in Italia, le trattenute, le spese di viaggio, le licenze, l’alloggiamento, il vitto, il vestiario da lavoro. L’assistenza esercitata dal Fronte del Lavoro riguardo il vitto stabiliva che le refezioni giornaliere fossero preparate da cuochi italiani con prodotti italiani. Per i nostri connazionali venivano inviate in Germania derrate alimentari della nostra gastronomia. Gli Uffici di collocamento dei vari Laender tedeschi si attivarono anche a un genere di smistamento logistico dei volontari il più strettamente possibile in base alle Regioni di provenienza, per non spezzare vincoli di amicizia paesana e favorire il processo di adattamento di veneti, friulani, pugliesi o siciliani in terra ospitante e sul posto di lavoro. Con tali mezzi si tentava di rendere il soggiorno in Germania nel minor modo traumatizzante che fosse possibile. L’assistenza agli italiani – come agli altri lavoratori stranieri in Germania – non si esauriva nell’applicazione di questi elementi di carattere tecnico e logistico, diciamo materiale, per quanto indispensabile e desiderato, entrando in un mondo nuovo e per molti, così di primo acchito, ancora ostico. Il Governo tedesco, oltre ai provvedimenti fin qui menzionati di passata, si preoccupò di offrire ai volontari italiani anche assistenza di tipo culturale e di carattere spirituale. In collaborazione con l’organizzazione dopolavoristica della “Kraft durch Freunde” (KdF), versione nazionalsocialista della nostra OND (Organizzazione Nazionale del Dopolavoro), si vennero a trovare nelle aziende e nei lavoratori energie e strumenti della creazione di comunità agenti, centri di responsabilità, capacità radicate nel sapere rendere anche il tempo libero dal lavoro come un momento di formazione organica e divertente, ricreativa e dello spirito, di animazione e di svago collettivo.

Berlino, maggio 1941. L’ambasciatore italiano a Berlino, Dino Alfieri, alla presentazione del periodico “Il Camerata” che si tiene nella sede dell’Associazione Italo-germanica. [ cliccare per ingrandire ]

La “KdF” per gli italiani

Flussi migratori, contatti profondi, mischiamenti eterogenei tra popoli spesso molto differenti, sono fatti che non prendono solo i singoli che ne sono toccati, ma agiscono sulla comunità, sullo spirito oggettivo, in modo che anche gli stati psichici e l’indole naturale, col tempo, vengono a subire mutazioni sensibili e, pertanto, da monitorare. A fronte di queste considerazioni sui meccanismi psicobiologici che si mettevano in luce in quegli anni, grazie agli studi antropologici, a fronte di queste considerazioni – dicevamo – assimilate dal Fascismo come dal Nazionalsocialismo, il fenomeno dell’immigrazione di tanti lavoratori stranieri in Germania non fu sottovalutata. Il Terzo Reich, attraverso la KdF, offrì ai lavoratori stranieri i mezzi utili ai bisogni della loro vita interiore precipua, tutti quelli utili al mantenimento e all’espressione della loro propria cultura. Su proposta del Governo tedesco, ogni paese che aveva inviato lavoratori nelle città del Reich, li fece seguire da una delegazione propria per assistere, per proprio conto, i lavoratori. Queste commissioni collaboravano con le autorità tedesche nello svolgimento di tutte le questioni relative. Le commissioni compivano regolari visite ai posti di lavoro e con suggerimenti e altro cooperavano alla definizione di più adeguate formule e rapporti.
La KdF si curava non solo delle condizioni dei lavoratori in fabbrica, ma anche del loro tempo libero. Per questo si organizzarono corsi di approfondimento della lingua tedesca per italiani e italiana per i tedeschi, manifestazioni teatrali, proiezioni cinematografiche, gite, formazione di gruppi musicali e corali, serate di giochi sociali, mostre d’arte. Grande importanza fu data alla creazione in azienda di palestre, piscine e campi sportivi per frequenti competizioni tra maestranze. Le funzioni religiose seguivano il rito della comunità d’origine, nel rispetto della differente adesione ecclesiastica. Là dove alloggiavano, i lavoratori stranieri potevano acquistare la stampa di madre lingua nonché diversi giornali appositamente scritti per loro nelle proprie lingue. L’idea base era quella nazionalsocialista di partecipare ai lavoratori la nuova concezione della dimensione produttiva, definita “Schoenheit der Arbeit” (Bellezza del lavoro), ossia, in poche parole, la risoluzione estetica, integrale, del problema esistente tra gli elementi fondamentali dell’esistenza umana: la vita privata e domestica e quella lavorativa, l’attuazione sociale e storica del rapporto tra uomo e lavoro, tra famiglia e produzione, tra dovere e piacere, ritenuti parti corrispondenti ed integranti di un rivoluzionario senso dinamico, in fase crescente, della vita. Nessuna funzione alla quale si potesse essere preposti avrebbe dovuto abbrutire l’operaio, tenuto egli stesso ad accrescere i propri valori spirituali, specchio della stirpe. Alle iniziative della KdF si affiancò l’operato delle organizzazioni italiane per i lavoratori all’estero.

Disoccupati italiani in partenza per la Germania. Si riaccende per loro la speranza in un futuro migliore. [ cliccare per ingrandire ]

La prima pagina del n.1 de “Il Camerata”, settimanale destinato ai lavoratori. Il primo numero del periodico uscì in 20.000 copie nel maggio 1941. [ cliccare per ingrandire ]

I “Fasci per l’estero ” in Germania

Affinché i lavoratori italiani in Germania si potessero ritrovare, perché non si disperdesse il naturale senso di orgoglio d’esser italiano, l’assistenza da parte della madre Patria fu svolta dall’organizzazione dei “Fasci italiani all’estero” e le sue diramazioni istituzionali, gli istituti collaterali. In Germania, più che altrove, l’amicizia tra le due Nazioni favorì di molto le iniziative. I “Fasci per l’estero” raccoglievano italiani di tutte le età e provvedevano all’assistenza degli iscritti.
Diramazione ne erano i gruppi GILÈ (Gioventù italiana del Littorio all’estero) che provvedevano all’istruzione sportiva e preliminare dei figli dei nostri emigranti. Alla DIE (Dipartimento per l’istruzione degli italiani all’estero) era affidata l’istruzione elementare dei bambini. Questa era collegata alle tante sedi della Società Dante Alighieri. Nel 1939 la “Dante Alighieri” aveva 16 sedi in Germania: Berlino, Lipsia, Dresda, Norimberga Francoforte, Monaco, Stoccarda, etc. La “Dante Alighieri” organizzava annualmente a Weimar la Giornata Dantesca coincidente con l’uscita del bollettino “Dante-Jahrbuch”. La “Deutsch-Italienischen Gesellschaffen”, con compiti più mondani, aveva sedi a Berlino, Colonia, Hannover, Koenigsberg, Breslau, Monaco e Francoforte. Per studi e ricerche di natura sociologica funzionava la “Deutsch-Italienisch Studienstiftung”. Dal 1931 esisteva anche l'”Istituto di cultura italo-germanico Petrarca-Haus”, anche casa editrice bilingue.
In seno a questo fervore dello scambio culturale italo-tedesco e delle iniziative di sostegno articolato agli italiani nella terra di Goethe, si provvide a pubblicare solo per loro un giornale tutto italiano, “Il Camerata”. Si stampava nella Friedridistrasse 194 a Berlino, ed era diretto da Mario Franchini, corrispondente del “Giornale d’Italia”. Il primo numero uscì in circa 20.000 copie il 22 maggio 1941, orsono sessanta anni esatti. Nelle intenzioni della redazione, “Il Camerata” doveva essere “un ponte spirituale – ancorché in Germania – tutto costruito all’italiana”. “Sarà appoggiato” – scriveva Franchini – “dalle Confederazioni dei lavoratori e dall’attenzione tanto feconda sia del capo del Fronte del Lavoro, Dottor Ley, che dal Ministro dell’Agricoltura Dottor Walther Darre”. Al cameratismo del fronte militare sorto dalla comune lotta, veniva ora a corrispondere il cameratismo del fronte interno. Il Ministro del Reich per la Stampa e la Propaganda, Goebbels, così salutò l’uscita del settimanale: “Il Camerata, che appare per la prima volta in occasione del secondo annuale della firma del Patto d’Acciaio, deve servire il grande compito comune di rendere sempre più saldo il cameratismo tra due popoli riuniti”. Il giornale ebbe solo un paio di anni di vita a causa della piega presa dalle vicende belliche che portarono al drammatico epilogo che sappiamo.

Berlino, 1943. La nuova sede dell’Ambasciata italiana. Nell’ambito della collaborazione italo-tedesca, i lavoratori italiani che lo decisero partirono per le
fabbriche tedesche. Per tale cooperazione si coniò la dicitura “Fronte del lavoro”. [ cliccare per ingrandire ]

(2. continua)

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