Il ‘Sole delle Alpi’ un archetipo che attraversa i millenni

Proponiamo un ottimo articolo pubblicato su “TerraInsubre” trimestre 2010.

Il ‘Sole delle Alpi’ un archetipo che attraversa i millenni

di Cristiano Brandolini

Breve storia di un simbolo di antichissima origine, comune a tutte le popolazioni di etnia celtica (ma non solo) dall’età del Ferro fino ai tempi più recenti.

Rosa carolingia, rosa celtica, rosetta, fiore delle Alpi: sono solo alcuni dei nomi attribuiti al simbolo geometrico antichissimo più generalmente conosciuto col nome di ‘Sole delle Alpi’. Graficamente è costituito da sei raggi disposti all’interno di un cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell’intera costruzione, che si sviluppa su una simmetria esagonale formando una figura simile ad un fiore a sei petali. Il suo significato è ben espresso dal suo nome più diffuso, ‘sole, e cioè si tratta di un segno solare. Nella storia

Stele etrusca di Aule Feluske di Vetulonia. [cliccare per ingrandire]

dell’uomo, il sole è sempre stato rappresentato con molteplici forme, più o meno elaborate: si parte da quelle più arcaiche – un semplice cerchio a volte puntato al centro o circondato da raggi – per finire, passando attraverso la ‘ruota solare’ (ruota di carro suddivisa in quattro o sei parti), il triskel a tre bracci ricurvi e la svastica a quattro bracci ricurvi, a quelle più moderne come il ‘Sole delle Alpi’ e il cristiano Chrismon, formato dall’unione del simbolo solare della ruota di carro a sei braccia con la lettera greca P: da questa unione nasce il monogramma di Cristo, dove la ruota compone la lettera X (chi) e sommandosi alla P (rho) rappresentano le due lettere iniziali della parola greca Xpioros (Christos), ossia l’appellativo di Gesù. Anche la cosiddetta ‘croce celtica’ è formata da un cerchio (simbolo solare pagano) al quale si è sovrapposta al centro la croce (simbolo cristiano).

In queste pagine seguiremo le evoluzioni di tale antichissimo simbolo lungo un arco di migliaia di anni, ma soprattutto cercheremo di capire le ragioni per cui il ‘Sole delle Alpi’ si sia rivelato una presenza costante, assumendo valori e significati di volta in volta apparentemente diversi ma in realtà sempre richiamanti la stessa, profonda radice.

Prima di tutto, una premessa. Il ‘Sole delle Alpi’ è sicuramente il simbolo solare più diffuso sull’arco alpino e nell’Appennino ligure. Il suo legame con il mondo celtico è di tipo simbolico, geometrico (la costruzione a cerchi successivi è tipica delle forme celtiche ad intreccio) ed è documentata da numerose presenze archeologiche. Ma altrettanto importante è la raffigurazione del Sole mediante un cerchio puntato centralmente, che lega il culto solare a una rappresentazione femminile di fecondità (la Madre Terra). La ruota, poi, simboleggia il mondo del “divenire” e della creazione continua attorno a un centro immobile. La sua forma ricorda Xuroburos, simbolo dell’eterno ritorno o dell’eternità. Legati alla ruota e alla rotazione sono anche altri simboli parimenti diffusi come il triskel e la svastica.

Tornando al ‘Sole delle Alpi’, alcuni studiosi affermano che esso sia giunto a noi tramite i Caldei prima dall’India, e più precisamente dalla Valle dell’Indo, dove a sua volta vanta origini antichissime. L’interpretazione fornita si basa sulla simbologia legata ai numeri 6 e 7 (6 foglie più il centro), sacri allo Shaktismo e al Tantra: il 6, cioè, rappresenterebbe le 6 Shakti, ossia le forze femminili che sorreggono l’universo nella tradizione tantrico-shivaita, risalente alla cultura matriarcale dell’India pre-ariana (civiltà della Valle dell’Indo). Qui infatti troviamo già il nostro simbolo associato a Shiva Pashupati, signore della natura. Tramite i Caldei questa simbologia sarebbe poi passata nel medio e vicino Oriente e quindi in Europa. In Egitto l’esempio più antico è chiamato “fiore della vita” e parrebbe essere quello rappresentato su un gradino di gipso o alabastro (di 2.07×1.26 metri) proveniente da uno dei palazzi del re Assurbanipal e datato al 645 a.C, oggi conservato nella sala assira del museo del Louvre a Parigi. Il simbolo compare poi su lapidi messapiche ed etrusche del VII secolo a.C. con funzione apotropaica rispetto alla sepoltura: un esempio eloquente è costituito dal guerriero raffigurato sulla stele etrusca di Aule Feluske di Vetulonia, che porta il “sole” rappresentato sullo scudo. La presenza del simbolo solare è attestata anche nel santuario peligno di Ercole Curino sul Monte Morrone presso Sulmona (I secolo a.C), dove è raffigurato nel pavimento come simbolo sacro, e sull’urna cineraria in pietra proveniente da una tomba etrusca di Civitella Paganico (GR) risalente al VII secolo a.C.

Ma le rappresentazioni di ruote solari, ‘Soli delle Alpi’ e triskel sono molto diffuse su tutto l’arco alpino e per un periodo di tempo lunghissimo, dall’epoca pre-protostorica all’età del Ferro, dalla Valcamonica alle aree celto-liguri. Un esempio è la celebre ‘rosa carmina, riscontrata ben 92 volte tra le 300.000 incisioni rupestri cannine, spesso associata a guerrieri che sembrano danzarvi attorno e il cui significato è tuttora fonte di dibattito. La sua similitudine col sole a quattro petali o altre figure quadrilobate tipo svastica sono marcate. Non è quindi da escludere che esistesse, in epoca arcaica, una simbologia primordiale legata a culti solari, evolutasi in tempi e modi diversi fino a dare, come esito, il ‘Sole delle Alpi’.

Un passaggio cruciale, in questo processo, è rappresentato dai Celti. Come noto, il Sole per i Celti era mitizzato nel dio Lug (il luminoso), la cui immagine si trova all’origine di tutti i soli’ rappresentati come visi umani circondati da raggi, comuni nell’iconografia di tutta l’area alpina. Nella tradizione celtica, il sole non rappresenta solo la luce e la brillantezza ma anche tutto ciò che è bello, piacevole e splendido. Lug non è, oltretutto, l’unico dio associato al Sole: c’è il dio solare gallico Belenos, il cui nome deriva da “bel”, splendente, è attestato in particolare nel Veneto orientale, ma soprattutto c’è Taranis, dio del tuono, rappresentato – guarda caso – con accanto una ruota.

La presenza del simbolo, comunque, è tutt’altro che sconosciuta oltralpe, al di fuori quindi del panorama dell’arco alpino padano, dove le più interessanti rappresentazioni di “Soli delle Alpi” sono quattro: quelli incisi sul tampone di un torquis d’oro conservato al Museo Provincial di Lugo (Spagna) e di un altro, sempre d’oro, da Codecais, nel nord del Portogallo, della stessa tipologia del precedente e relativo alla medesima cultura castrena del nord-ovest della Penisola iberica, quello presente su due differenti monete auree (II secolo a.C.) coniate dalla tribù dei Mediomatrici (Metz, Belgio) e quello inciso su due bottoni del puntale di fodero di spada della tomba n. 15 di Kosd, in Ungheria (prima metà del III secolo a.C). Una particolare concentra zione di ‘soli’ in epoca celtica si ha in Galizia e rimanda ancora una volta a più lontane e comuni origini liguri.

Calderone argenteo di Gundestrup. [cliccare per ingrandire l’immagine]

Più a nord, sul celebre calderone argenteo di Gundestrup ritrovato in Danimarca (la cui datazione oscilla tra 150 a.C. e inizio dell’era moderna) è rappresentato un guerriero – il cosiddetto “servitore della ruota” – che tiene sollevata e fa girare la ruota cosmica. Ma su una delle cinque placche interne si trova riprodotto per due volte pure il ‘Sole delle Alpi’ anche se in questo caso parrebbe rappresentare le ruote del carro. I due simboli, infatti, si trovano ai lati di una figura femminile probabilmente da identificare con Medb, dea della guerra e della sovranità territoriale: interpretazione suffragata dalla presenza, intorno, di animali di varia natura – elefanti, grifoni, un cane da caccia – che rimandano alla sua natura guerresca e selvaggia.

La consuetudine di rappresentare questo simbolo, soprattutto su stele funebri, continua anche in epoca romana, come dimostrano alcuni interessanti esempi appartenenti al territorio varesino. La stele (mutila) di Castelnovate (VA) del I secolo d.C. presenta il classico sole a sei petali al centro della lunetta superiore, analogamente a quella della piccola Vera, di II-III secolo d.C, ritrovata a Castelseprio (VA) nel Cinquecento e oggi nel lapidario del museo archeologico di Varese. Alcune epigrafi funerarie di Arsago Seprio (VA), nei loro ‘soli’, si segnalano per una particolarità. Le prime due, del II-III secolo d.C. e stilisticamente simili a quella di Castelnovate, presentano la prima (dedicata a Valerius) un sole a quattro petali fiancheggiato da due cerchietti incavati, e la seconda (di Quintinianus) un sole a sette petali anch’esso affiancato da due dischetti a bottone con incavo centrale. Le altre due, datate al I secolo d.C, recano entrambe dalla parte centinata il simbolo solare: quella di Profuturus porta nella lunetta superiore la raffigurazione di una ruota (deformazione del ‘Sole delle Alpi’?) a otto raggi, fiancheggiata da due bottoni fiorati; quella di Crescentionus riprende lo stesso tema geometrico ma in forma molto più rudimentale: non un ‘Sole delle Alpi’ ma la ruota di carro a quattro raggi, sempre fiancheggiata da due simboli circolari.

Queste quattro epigrafi permettono un’ulteriore riflessione. Il simbolo solare al centro delle centine è infatti sempre raffigurato, come detto, affiancato da due altri simboli circolari più piccoli. E’ un particolare da non trascurare. I due cerchi potrebbero essere un tardo ricordo dei due ‘soli’ che, solitamente, nella mitologia celtica accompagnano la figura di Lug trainando il carro che trasporta le a-nime dei defunti nel mondo dell’oltretomba, come si ritrova ad esempio sulla stele di Komevios (II secolo a.C.) rinvenuta a Dormelletto (NO). In questo caso, dunque, saremmo di fronte a

Stele funeraria del legionario Publio Marcio di Clusone (BG). [cliccare per ingrandire l’immagine]

testimonianze concrete della sopravvivenza, tra il I e il III secolo d.C, del retaggio culturale che rimanda al mondo celtico. La carrellata, non certo completa, prosegue con gli esempi costituiti dalla stele funeraria  del legionario Publio Marcio di Clusone (BG), da una stele conservata al museo di Assisi e da alcune stele daunie pugliesi. E sempre di primissima età romana sono i ‘Soli delle Alpi’ raffigurati su monete databili al III-II secolo a.C. di Madrid e Siviglia e quelli raffigurati sulle epigrafi funerarie, molto simili stilisticamente a quelle di Arsago, di Leon e Burgos, del II secolo d.C.

Passando al periodo longobardo (VI-VIII secolo d.C), si nota non solo la persistenza del simbolo ma la sua ulteriore diffusione nelle Alpi orientali e in molti paesi abitati da popolazioni di ceppo celto-germanico con esse confinanti. Più in generale, le ricorrenze più consistenti si hanno – fuori dall’area padano-alpina – soprattutto nei Paesi celti, celto-romanzi e celto-germanici: Galizia, Catalogna, Occitania, Baviera, Polonia meridionale, Slovenia e Tran-silvani. Alcuni esempi: il timpano di ciborio con foglie d’acanto e simboli vegetali e la lastra posteriore detta “delle reliquie dall’altare di Ratchis”, entrambi al Museo Cristiano di Cividale del Friuli (Udine), il fronte posteriore dell’altare longobardo dell’abbazia di S. Pietro in Valle a Ferentillo (Terni), nel Ducato longobardo di Spoleto, l’ambone (o sarcofago?) ritrovato presso la pieve di Gussago (BS), con splendidi intrecci che corrono sui lati, motivi animali e vegetali e ‘Soli delle Alpi’ nelle scene frontali e laterali. Ancora, il ‘sole’ compare sulla decorazione dell’urna di S. Anastasia nell’abbazia di S. Maria in Sylvis a Sesto al Reghena (PN), sui resti dell’arredo liturgico al lapidario di Cittanova d’Istria (Novigrad), sul pilastro in pietra conservato presso il Museo Arqueològico Provincial di Badajoz e sulla lastra tombale del sepolcro di Gilbuena ad Avila (Spagna). Infine, su monete come il tremisse aureo coniato a Flavia Luca (Lucca) da re Astolfo (749-56,) e su quello coniato a Flavia Sibrio (Castelseprio) da re Desiderio (756-74).

Con l’avvento del Cristianesimo il simbolo “pagano” del ‘Sole delle Alpi’, fortemente radicato nella cultura e tradizioni popolari, non svanisce ma persiste, mutando il suo significato originario e adattandosi ai principi della nuova religione. Oltre al già citato Chrismon, esso assume dunque anche il significato di ‘ruota della vita’ e di ‘ruota della fortuna (mai ferma ma sempre soggetta a mutamento), spessissimo rappresentata a sei raggi. La ricorrenza del numero richiama alla memoria anche il ‘Sigillo di Salomone’ o il Maghen David (stella di Davide). In realtà, occorre dirlo, il numero 6 in sé non è ricchissimo di valenze simboliche: è infatti quasi solo ricordato per la creazione del mondo, che è appunto definita Hexaemeron (opera dei sei giorni). La sua importanza cresce però di molto se lo si intende come il doppio di 3 o come la sommatoria dei primi tre numeri (1+2+3): il 3 è infatti presso moltissime culture il numero sacro per eccellenza, a cominciare dagli Indoeuropei e quindi dai Celti, presso i quali rappresentava il concetto religioso di triade che, come Trinità, è poi passato al Cristianesimo. La sua fortuna continua per tutto il medioevo e prosegue ininterrotta fino ad oggi. Anche Leonardo da Vinci studiò la figura del “fiore della vita” e le sue proprietà matematiche. Leonardo disegnò figure geometriche quali i solidi platonici, la sfera, e un toro, oltre alla sezione aurea, ognuno dei quali può essere derivato dal modello del ‘Sole delle Alpi’.

Tuttavia il ‘Sole delle Alpi’ non è mai entrato a far parte delle simbologie araldiche: in ambito nobiliare ha avuto la sua scena solamente come motivo di decoro su architetture e monumenti. Si diffonde massicciamente invece nell’arte e nell’iconografia popolare: esso orna gli edifici modesti, decora i costumi popolari e  – soprattutto – gli utensili e gli oggetti della vita quotidiana. Lo si ritrova costantemente – ad esempio – sugli stampi per il burro, sui mobili rustici, sui finimenti degli animali e sugli attrezzi di lavoro con particolare rilevanza per tutti i manufatti che sono vitali per la comunità. Simboli simili e con significato affine si ritrovano in molti contesti eurasiatici, dall’India alla Scandinavia alla Transilvania (vedi anche il simbolo internazionale degli Zingari o la Runa di Hagallnorrena).

Non ultimo, va sottolineato il rapporto dei ‘soli’ con il mondo animale: già nell’ambito dei culti celtici del I secolo a.C non era inusuale vedere il simbolo solare campeggiare su un carro e rappresentare divinità animali. Tale retaggio è giunto probabilmente fino a noi, come testi-monierebbero i soli incisi sui collari delle capre conservati al Museo delle genti trentine di S. Michele (TN), sui giochi e sui reggicoperte al Museo di Boscochiesanuova (VR). Questi ultimi, grossi soli esameri ordinati a piramide o meglio a foglia di edera con la punta rivolta vero l’alto, erano utilizzati per le feste e per le malattie dei buoi: insieme a molti altri conservati in Triveneto nei musei della tradizione contadina, rappresentano ciò che rimane di una secolare attività pastorale o boarile e della tecnologia dei carradori e in genere di quella del legno.

Da analisi e studi effettuati e dalla forte presenza iconografica territoriale, si può affermare che il ‘Sole delle Alpi’ è il segno più diffuso in tutto l’arco alpino e nei territori settentrionali della Penisola, in quella cultura popolare contadina, montanara e artigiana che è ancora ben radicata e ricca e che rappresenta il più forte e vitale tessuto connettivo del Paese.

Bibliografia

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