La Nuova Germania (1)

Dall’emeroteca Thule: tratto da “Storia del Novecento”, marzo 2001, di Nello Quilici

Adolf Hitler risponde al saluto di un gruppo di operai durante una cerimonia.

Il Partito.

Sulla Germania degli anni Trenta v’è, oggi, una vastissima e monocroma letteratura, storiografica e non, tutta tesa a mostrarla quasi un diavolo a sette teste e sette code. E di gran valore storico, invece, il conoscere una coeva testimonianza (anche alla luce di quanto pubblicato di recente dalla rivista Nuova storia contemporanea) di Nello Quilici, acuto e disincantato osservatore ed attento studioso che la visitò nel 1931, in una relazione scientifica pubblicata nei prestigiosi Annali dell’Università di Ferrara, II, p. 655-611, S.A.T.E., Ferrara 1931, e di cui in questo numero offriamo ai nostri lettori la seconda parte.

L’8 novembre 1923, alla vigilia del colpo di Stato, Hitler sparava sul soffitto della Bürgerbraukeller di Monaco, la celebre birreria delle prime riunioni, tre colpi di rivoltella. – Ne restan tre – gridava -; due per chi esitasse a seguirmi; l’ultimo per me se non dovessi riuscire. Sarà un bel giorno domani: o morti, o al potere!

La storia è nota. Von Kahr, Presidente della Baviera, un Pier Soderini a cui era stato predetto il destino di Bismark, mancò di coraggio o fu vinto dagli scrupoli e diede l’allarme. I reggimenti furon sordi alla voce, ormai disincantata, di Ludendorff e mitragliarono senza riguardo sulla Feldenherrenhalle e dentro il Ministero della Guerra quel pugno di insorti. Hitler cercò di morire e non vi riuscì: per salvarlo, sotto le raffiche di piombo, un erculeo camerata lo rovesciò al suolo e ve lo inchiodò con tanta energia che il Führer n’ebbe una lussazione al braccio. Goering fu ferito e prima di cedere chiese la grazia di fucilare gli ostaggi al suo Capo, che la rifiutò; Ludendorff fu risparmiato dalle pallottole alle quali offrì bravamente il petto, ma dovette cedere alla forza.

Sedici giovani rimasero sul selciato.

Ragazze tedesche, inquadrate nelle organizzazioni giovanili del Partito, acclamano il Fuhrer nel corso di una manifestazione [cliccare per ingrandire ogni foto]

Insieme con il «putsch» parve liquidato il partito, e per sempre. Hitler, raggiunto ai confini del Reich, nel carcere di Landsberg am Lecht; Goering trascinato di valle in valle, semimorente, fin sotto lnnsbruck; Ludendorff ridicolizzato dai suoi stessi ex-colleghi dello Stato Maggiore. Quanto ai camerati superstiti, abbandonati alle loro interne recriminazioni, al palleggio delle responsabilità e alle gare di preminenza che son retaggio dei capitani senza generale.

Invece gli eventi andarono in senso contrario. Il Führer scrisse in carcere il Mein Kampf ‘che doveva diventare il vangelo della nuova Germania; soppesò nel suo intimo i risultati di quella esperienza e decise di arrivare al potere per le vie legali; quando uscì, dopo alcuni mesi, con l’interdizione di parlare in pubblico, approfittò del tempo disponibile per riorganizzare il partito su nuove basi, senza compromettersi in impegni programmatici di cui le vicende future avrebbero fatto giustizia. Quanto ai sedici morti, egli, a quanto si dice, già ne aveva predisposto l’apoteosi, nei due tempietti che sarebbero sorti, su disegno suo, nel luogo e nell’aspetto dove ora si trovano, presso la Casa Bruna, in altrettanti sarcofaghi di marmo granata, fatidica meta di un plebiscito eterno di devozione e di amore. Il trasporto avvenne infatti dodici anni dopo, il 9 novembre 1935; esumate le salme dal cimitero di Waldfriedhof, le bare furono condotte su affusti di cannone alla Feldherrenstrasse, là dove era avvenuto l’eccidio, e nel cuor della notte, in un trionfo di fiaccole, sotto trofei di bandiere, al sommesso accenno dei tamburi che ritmavano il canto di Uhland «avevo un camerata» tra una siepe di umani petti gonfi di emozione ma silenziosi come nei riti antichi, riprendevano il cammino interrotto verso il trionfo e la gloria. I loro nomi spiccano ora a grandi lettere quadrate, rilevati nello stesso marmo rosso cupo dei sarcofaghi: quando ci recammo a Monaco a render gli onori al sacrario, sotto gli occhi miei ne cadde uno tra gli altri che mi impressionò Karl Laforce; di suono più francese che teutonico: forse di quelle zone renane dove tanto sangue ha impastato tanta storia e confuso tanti destini.

«E tuttavia voi avete vinto!» dice la scritta di Hitler, alla Residenz-strasse, cinta di foglie di quercia e vigilata dagli occhiazzurri e di pel biondo criniti giganti-fanciulli delle S.S.: piantati sulle due gambe un po’ aperte, a forbice, torso eretto, una mano sul fucile che posa sulla spalla, rigidi, statuari, sembrano di marmo. Sono i diretti continuatori dell’impresa di quei morti.

Essa infatti si dilata nel tempo e nello spazio. Dal «putsch» del ’23, alle veementi fasi di un decennio di guerra civile, alla battaglia per la Presidenza del Reich, alla conquista del potere, al regime totalitario. Il Partito è diventato Stato. Le vicende sono note e presenti a ognuno di noi, mentre, reso omaggio ai caduti, visitiamo la sede centrale amministrativa del Partito e, poco dopo, la Casa Bruna, che è di prospetto, dove lo studio di Hitler è intatto come negli anni della lunga ed aspra battaglia. A rivedere però le reliquie di un decennio di lotta, a rifare mentalmente a ritroso, su per la scala degli anni, quella storia recente, si ha il senso della sua complessità. Sì, c’è un destino delle idee. Che esse non facciano naufragio, attraverso tanti ostacoli, ha del miracolo. Ma quale forza d’animo, quanta tenacia, che abilità di manovra, che superiorità sugli uomini che lo circondavano, in colui che incarnò quell’idea e la condusse al trionfo! Oggi Hitler sta sopra un mistico piedistallo, già personaggio di leggenda. Ma il predestinato ebbe, nei vent’anni della sua carriera di capo, impulsi e repulse, si alleò e si scontrò con forze diverse, fu lusingato e premuto, non ebbe certo un trionfo facile. Con Ludendorf, senza Ludendorf, contro Ludendorf; con Hugenberg, contro Hugenberg; contro Hindenburg, con Hindenburg; in blocco con gli elmi di acciaio, sbloccato dagli elmi di acciaio… Ah i socialisti e i comunisti non erano i nemici più pericolosi! I nemici si vedono in faccia, in un lampo di odio, nell’estremo ghigno del crimine: ma i falsi amici? E coloro che minano dal di dentro il cammino? Dove, quando, come, sarà descritto l’intimo martirio di chi deve staccarsi persin dagli intimi, metter zone di silenzio intorno al cuore, esercitare spietate durezze proprio con quelli verso i quali più vorrebbe indulgere?

Il Fuhrer si intrattiene con un operaio durante la sua visita a un cantiere stradale

Questa è la sorte di chi deve esser solo per sopportare sulle sue spalle – e soltanto sulle sue, come è legge assoluta – tutta la responsabilità di una rivoluzione in movimento.

Hitler non è sfuggito alla legge: ha vinto il nemico perché ha vinto se stesso.

Sono straordinarie di energia le giornate che seguirono la sua liberazione dal carcere. Il partito fu epurato con risolutezza. Hitler porta il numero sette nell’anzianità delle iscrizioni: ma invano, ancor oggi, si cercherebbero i nomi dei sei che lo precedono; perduti nell’oblio, forse da lui stesso strappati dal tronco, come rami secchi. Uomini nuovi, nuovi quadri. Anche il programma, fissato in 2 5 punti, subisce radicali trasformazioni. Restano i fondamenti: il sangue e l’onore. Resta la sostanza sociale, che si può anche definire socialista, ma che è una «genossenschait», una comunanza di doveri e di diritti di tutti i membri della gran famiglia nazionale, senza distinzione di censo o di educazione: non un livellamento, ma un processo di avvicinamento tra le classi, più politico che economico. Ma al disopra delle peculiarità programmatiche, resta, soprattutto, la sostanza intima fondamentale, la ragion d’essere degli inizi, la giustificazione storica del movimento: la ribellione a Versailles, la riscossa nazionale, la rinascita della Germania quale grande potenza, arbitra sovrana dei propri destini. Il resto può essere ancora nebulosa: questa è certezza solare.

Il partito trionfa perché la possiede e ne irraggia.

Con la conquista del potere, cessa o si attenua la funzione del Partito? No. Anzi si rinforza e diventa più complessa.

Quando Hitler è nominato Cancelliere del Reich; il Partito conta appena 350.000 iscritti. Aperte per brevissimo tempo le iscrizioni, essi diventano tre milioni e mezzo. Dal 1° maggio ’37 si sono schiusi nuovamente i battenti: i tesserati diventeranno, si dice, Otto o nove milioni. Sono relativamente molti: ma non troppi se si pensa quanti sono i posti di responsabilità e di comando che devono essere affidati a persone tesserate, le quali fanno ancora difetto.

Il Partito infatti ha preso totalitario possesso dello Stato e tende ad eliminare sempre più le zone grigie o neutre. Ma il rapporto tra Stato e Partito è tuttora delicato; la fusione completa è in marcia, ed è in funzione della efficienza anche numerica del secondo.

Vige come principio fondamentale quello dell’unione personale: Hitler è Capo dello Stato e Capo del Partito. Tendenzialmente, dall’apice supremo del potere, giù giù per i gradi minori, fino a quelli minimi, ogni posto di responsabilità dovrebbe essere ricoperto da persona che unisce in sé mansioni amministrative-statali con analoghe mansioni di partito. Infatti, soppresse le vecchie giurisdizioni dei Lander, e instaurato al posto loro il Gau, che corrisponde a una circoscrizione regionale, comprendente varie provincie, il Gauleiter, che è una specie di Segretario Federale del Partito, ha quasi dovunque le funzioni di Statthalter, cioè di Governatore o superprefetto, mansione statale politico-amministrativa. Dentro il Gau vi è il Bezirk, o Distretto, che a sua volta comprende l’Ort, sotto il quale è il Dorf e via di seguito fino alla cellula capillare dell’organizzazione del Partito, la quale non è priva nel suo gerarca di certe prerogative di carattere amministrativo, cioè statale.

Si comprende come questa organizzazione renda complessa – come sopra notavamo – l’attività del partito e richieda non soltanto quadri numerosi ma esperti e sicuri. Se si pensa poi che l’ossatura centrale del Partito è fiancheggiata da altre analoghe organizzazioni complementari, come l’Arbeitsfront, che riunisce tutte le forze del lavoro in un sindacato unico (senza distinzione di capitale e mano d’opera); come le altre grandi organizzazioni giovanili dei bambini, degli adolescenti e delle ragazze; come la Kraft durch Freude che corrisponde al nostro Dopolavoro; come la colossale struttura politico-militare delle S.A. press’a poco la nostra Milizia e delle S.S. reparti militarizzati sceltissimi agli ordini diretti del Führer; e alle altre innumerevoli organizzazioni del lavoro obbligatorio; della previdenza e dell’assistenza; dello sport; dell’antiaerea; delle professioni; della cultura, ecc., si ha una idea della varietà e della estensione della competenza del Partito nella vita della nuova Germania. A due milioni infatti si fanno ascendere i suoi gerarchi, grandi e piccoli. Bisogna aggiungere, per rendere il quadro più completo, anche nell’ordine finanziario-amministrativo che per la massima parte sono tutti stipendiati. Naturalmente non è mancata, specie agli inizi, una certa resistenza della burocrazia. Oggi si va attenuando con l’immissione di gran parte di questa nelle file del partito. Ma dove la difficoltà permane e rende in certo senso più meritorio l’ordine sostanziale che Hider ha imposto al nuovo regime, è nella assenza di una definizione formale o giuridica dai reciproci confini di competenza. In sostanza son due burocrazie che si accavallano e si compenetrano, quando non tendano a sovrapporsi. Il fenomeno dai tre ministri degli esteri che fino a qualche tempo fa lavoravano contemporaneamente sugli stessi settori – Von Neurath, Ribbentrop e Rosenberg – oggi felicemente eliminato con la preminenza dal primo, non era isolato: analogie si riscontreranno anche in avvenire in certi settori della vita pubblica germanica, fino al giorno in cui una definitiva sistemazione costituzionale non sarà adottata ed imposta. Oggi il Nazionalsocialismo supera con criteri provvisori il difficile compito di armonizzare le competenze dallo Stato a quelle del Partito, perché non vuole e non può impegnarsi in forme costituzionali rigide, essendo – come esso dica – in una fase sperimentale. Il fatto a noi latini, abituati alla nettezza della definizione giuridica, che ci è imposta da una chiara tradizione romanistica, fa una certa impressione. Ma, preso da un altro punto di vista, non manca di dimostrare ancor più quale sia il prestigio e il potere dell’uomo, del Führer, a cui in definitiva tutto fa capo, da cui tutto discende. È un raddoppio di responsabilità e di fatica, a cui egli si sobbarca con prontezza e freschezza immutabili.

Adolf Hitler, a bordo di un sommergibile, nel corso di manovre navali svoltesi sul finire degli Anni Trenta

Del resto egli conosce bene i suoi uomini: non soltanto perché la schedatura degli appartenenti al Partito è quanto di più perfetto si possa immaginare (l’abbiamo vista a Monaco, alla Direzione del Partito, dove vi attendono circa 1600 impiegati) ma perché ne ha sperimentati per quindici anni i capi maggiori e minori. Egli sa quanto e come gli possono rendere.

Una macchina così vasta e complicata esige certezza di comando e prontezza di esecuzione. Ecco infatti discendere da questa necessità il principio della inamovibilità dei capi. Nel nazismo non esiste rotazione delle cariche se non per chiari motivi di incapacità o di indegnità. Coloro che guidavano le masse delle camicie brune nel ’24 -’25 sono ancora in gran parte ai loro posti di comando. Essi hanno la fiducia del capo. E forti di questa, a loro volta possono comandare i vecchi camerati. Non ha grande importanza, in regime rivoluzionario, che la forma non sia ancora perfetta – ad esempio che un federale nomini un prefetto, o viceversa – quando la sostanza della vita pubblica sia permeata giorno per giorno dallo spirito nuovo e nulla sfugga al controllo diretto, totalitario e capillare del Partito.

Questo controllo infatti è perfetto: e si trasforma in impulso perenne verso l’apice, da cui rifluisca la forza di avvio.

Chi ha visitato di recente la Germania ha l’impressione di una mobilitazione permanente. Un paese dove fermenta una specie di selvaggia primavera, che accelera il moto delle intime linfe, in perenne attesa di una catarsi definitiva, che muti aspetto al mondo. I grandi capi viaggiano da un capo all’altro del paese, oggi li trovi ad Amburgo, domani a Monaco; i minori si spostano da un punto all’altro del loro Gau; le stesse masse popolari si concentrano e si sciolgono fulmineamente, come un esercito che manovri. Chi farà un calendario dei viaggi di Goe-ring? o di quelli di Goebbels? E il Fuhrer quante volte la gente lo crede nel grigio palazzotto della Cancelleria, alla Wilhelmstrasse, mentre misura con lo sguardo le catene nevose che fanno corona a Berchtesgaden o visita un campo di lavoro sul Reno?

È un bisogno non solo spirituale, anche fisico, di contatto: uno spasimo di fratellanza attiva, un irresistibile richiamo dei poli magnetici della «genossenschaft». Ma, sia che voi siate tra la severa e un po’ compassata gente del Nord, sia che vi troviate tra i tedeschi della montagna bavarese, sia che la rubizza gente del Reno vi stupisca per la sua fragorosa cordialità, non appena i «kamaraden» si mettano nei ranghi e intonino l’inno ai martiri, percossi dalla reazione e dalla delinquenza rossa, vi troverete davanti alla stessa vivente barriera. «In unseren reihen mit» dice il ritornello dell’inno. Sì: i morti con i vivi, formano un baluardo impressionante.

Adolf Hitler in visita a uno stabilimento industriale.

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