Il Richiamo della foresta [seconda e ultima parte]

[prima parte]

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

Europa pangermanica, dall’idea politica alla formazione di milizie speciali. Il caso dei “brandeburghesi”

Colonna di autocarri della divisione “Brandenburgo” diretti in linea per missioni di “commandos”. [cliccare per ingrandire queste e le altre immagini dell’articolo]

Polonia

In Polonia il contingente più notevole dei nazionalisti di destra fu il “Partito Nazionaldemocratico”. Da questa componente sortì l’organizzazione radicale chiamata “Fronte della Grande Polonia” (OWP) che all’inizio del ’33 contava quasi 300 mila miliziani. Più radicale ancora il “Fronte Nazionalista” (ONR) filofascista “all’italiana” con la sua diramazione giovanile “La Falanga”, guidata da Boleslaw Piaseckj, chiamato il “Duce”. Piaseckj, dopo il 1945, si mise agli ordini del regime comunista fondando un partito catto-comunista per il disarmo e la cooperazione internazionale. Altri partiti erano l’”OZN” del colonnello Adam Koch, poi guidato dal colonnello Zygmunt Werda. Questi, filonazista, trasformò l’OZN in una organizzazione paramilitare per la difesa anticomunista, ed ottenne la vittoria elettorale nel 1938. Alla vigilia dell’ “invasione” tedesca della Polonia, democraticamente il popolo polacco, davanti alla minaccia bolscevica, aveva già scelto: era prevalsa l’opzione mitteleuropea, l’adesione al Reich.

L’ammiraglio Hans Canaris, capo dei servizi segreti tedeschi.

Stati baltici

Quando nel 1926 in Lituania si insediò il governo di Antanas Smetona, Augustinas Voldemaras diventava primo ministro. Sotto la sua protezione si formò allora l’ “Associazione   Lupi   di   ferro” (1929) che nel 1934 tentarono una rivolta nazionalsocialista finita male. In Estonia la principale forza di estrema destra era la “EVL” (Associazione dei combattenti) che alle elezioni del 1934 ottenne la maggioranza assoluta. In Lettonia operava il movimento della “Croce Tonante”. Utilizzava come simbolo la svastica ed ebbe un periodo di grande sviluppo dopo il 1941, appoggiato dal Reich tedesco, fino a divenire una forza piuttosto consistente.

La “legione straniera”” delle Waffen SS, ultimi a morire

L’idea di reparti di SS combattenti, di unità d’elite venne al braccio destro di Himmler, Gottlob Berger nel 1933, con la creazione di un battaglione chiamato “Leibstandarte Adolf Hitler” che fu impiegato la prima volta durante la campagna polacca del 1939 oltre la linea del fuoco in azioni di sabotaggio, forte della copertura che forniva il fatto che queste unità erano di madrelingua polacca, slava.

Combatteranno per il Terzo Reich 40 divisioni di Waffen SS arruolate in paesi non tedeschi. Da decenni i circoli filotedeschi di Danimarca, Norvegia e altre Nazioni (che abbiamo visto) vanno svolgendo una intensa propaganda in appoggio alla Germania. La Divisione “Wiking” dell’Obergruppenfuhrer Felix Steiner, al momento dell’invasione della Russia contava 20 mila uomini “Volksdeutsche”. Era formata da volontari danesi, norvegesi, finlandesi. Olandesi e fiamminghi vennero inquadrati in una brigata chiamata “Langemarck” e nella legione “Niederlande”. Le gravissime perdite, la necessità d’inquadramento ex novo spingono a continui mutamenti degli organici e a nuove denominazioni. Per i “Volksdeutsche” della Jugoslavia si compose la “Prinz Eugen” con il nome di Settima Divisione SS. Composta da croati, bosniaci musulmani e serbi era, invece, la 13a Divisione da montagna “Handschar”.

Verso la fine del ’43 le file dei volontari musulmani costituivano oltre 3° mila Waffen SS, 18mila i croati, 21 mila i serbi, 54mila i rumeni, 22mila gli ungheresi, 3.500 gli slovacchi. Altri provenivano dall’Alsazia, dal Tirolo, dalla Prussia. Nel 1944 militano nelle Waffen SS circa 200mila uomini, oltre ai citati, i boemi e i moravi e i volontari dei Sudeti. Neil’ “Armata di liberazione Russa”, comandata dal generale Andrej Vlassov erano arruolati volontari della Russia Bianca, cosacchi, tedeschi del Volga e del Don, bielorussi e ucraini. E mentre cadeva a pezzi la Cancelleria di Berlino erano i volontari francesi, lettoni, danesi e norvegesi a contenere, ultimo baluardo, l’avanzata sovietica. Le due ultime decorazioni assegnate per meriti di guerra nella Berlino in fiamme vanno a due Waffen SS straniere: al sottufficiale Eugene Vaullot e al capitano francese Hervin. Trattare di volontari di altra nazionalità (francesi, italiani, spagnoli, indiani) inquadrati nelle Waffen SS esula dal presente contesto. Ma è da queste squadre di volontari stranieri che il capitano von Hippel, nel 1939, ricevette ordine dall’ammiraglio Hans Canaris di trarre fuori elementi speciali per una Compagnia d’elite: il Battaglione “Brandenburg”.

Alsazia, 1930. Manifestazione di gruppi filogermanici.

I “brandenburghesi”: vincere o morire

Ce ne sarebbe da fare un gran film d’azione tipo “Il ponte di Remagen” o “I cannoni di Navarone” con Gregory Peck. Ma anche per un romanzo di spie alla Le Carré: quale fu il nesso tra servizi segreti, la rete di agenti tedeschi all’estero intessuta dall’ammiraglio Canaris e l’operatività delle cosiddette “quinte colonne” come quella “Brandenburghese”? Agli specialisti la risposta, gli approfondimenti. Certamente questa divisione di pionieri guastatori fu la creatura più geniale del capo di un servizio di informazioni, Canaris, la cui figura tutt’oggi si pone tra il mito e il mistero, in buona parte sconosciuta la reale portata della sua funzione nelle retrovie. Così come restano avvolti nell’ombra gli effettivi dell’organico della Divisione “Brandenburgo”, i particolari di molte operazioni, le percentuali dei superstiti, l’evoluzione nel corso dei combattimenti, la fine.

Uomini della Divisione “Brandenburgo” travestiti da partigiani ucraini. La “Brandenburgo” venne creata nel 1939 e prese il suo nome dalla città dove ebbe prima stanza. Prima di ogni azione gli uomini sapevano che più della metà di loro non sarebbe tornata. L’ordine era: vincere o morire.

La Divisione “Brandenburgo” venne creata nel 1939 e prese il suo nome dalla città dove ebbe prima stanza. I battaglioni erano costituiti da “tedeschi” “volksdeutsche”, residenti all’estero dove erano emigrati prima dell’inizio delle ostilità, per questo adattissimi per un necessario travestimento totale onde agire proiettati lontano dalle linee tedesche in territorio controllato dal nemico. Prima di ogni azione gli uomini sapevano che più della metà di loro non sarebbe tornata. L’ordine era vincere o morire. Non era permesso cadere vivi in mano nemica, non era permesso lasciarsi dietro camerati feriti. Essere catturati in territorio nemico con divisa diversa dalla propria significava fucilazione sul posto, a norma di leggi internazionali a tutela dallo spionaggio. La gente si domandava chi potesse essere così pazzo da arruolarsi in queste legioni della morte, se non per amor di Patria, la Germania, che, vivendo in paesi lontani, i “Volksdeutsche” avevano cresciuto nel cuore a dismisura, cuori d’aquila e di cervo, romantici e grifagni, veri cuori tedeschi. Eppoi un incontenibile istinto – anche questo goethiano – mefistofelico, l’amore per il pericolo di coloro che dovevano essere pronti a “tirar fuori dall’inferno Satana in persona” come soleva dire il capitano von Hippel. Del “Brandenburg” facevano parte ragazzi slovacchi già militanti nelle formazioni giovanili della lega “Vlakja”; volontari civili, poi Waffen SS polacche, erano nel Gruppo “Pflug” impiegato sul fronte russo e così via con gli uomini del Reparto del tenente Doerner. Tutto questo nel quadro strategico della “Blitzkrieg”, la guerra lampo definita dal Führer. L’esempio fu seguito dagli Alleati, che lanciarono prima dell’invasione del continente gruppi di pionieri con il compito di catturare, per esempio, gli scienziati dei laboratori chimici dell’Università di Strasburgo intenti alla progettazione della bomba atomica.

Il battesimo del fuoco

I “brandenburghesi” conobbero il loro primo impiego durante la campagna di Norvegia, dove costituirono una sorta di occulta unità d’avanzamento. Ma i casi che restano come pietre miliari nella storia militare sono quelli relativi all’occupazione dei ponti sulla Mosa (fronte occidentale) e le vicende delle incursioni oltre il fronte orientale, in Russia.

Incursori della Divisione “Brandenburgo” in divisa olandese dopo il colpo di mano al ponte di Gennep. L’ardita azione assicurò il transito ai mezzi corazzati tedeschi.

I panzer di von Reichenau passarono sul ponte di Gennep sulla Mosa grazie ai “brandenburghesi” che, travestiti da soldati olandesi, in perfetto dialetto fiammingo, sorpresero il presidio e sminarono il viadotto indisturbati. L’operazione si svolse in modo incredibile. Il commando brandenburghese si avvicinò alle sentinelle olandesi fingendo di scortare un gruppo di prigionieri della Wehrmacht. Così ebbero perfino agio di familiarizzare, ritenuti realmente per commilitoni delle Provincie del nord. In realtà sotto le divise olandesi si celavano le mostrine del Reich. La grande prova della Divisione Brandenburghese venne a definirsi nel corso dell’ “Operazione Barbarossa”, la campagna di Russia. Anche in questo teatro di guerra la “Divisione fantasma” contava su effettivi votati a tutto, ben addestrati, ex ufficiali zaristi, giovani ucraini baltici già aderenti alle formazioni filogermaniche nei loro rispettivi paesi, poi volontari Waffen SS. Il reparto del barone tenente Folkersam – anch’egli di origine baltica – si spinse alle spalle   dell’Armata Rossa per migliaia di chilometri senza mai essere intercettato, raccogliendo informazioni preziose, sabotando fabbriche di materiali bellici, seminando confusione nelle retrovie. Il 22 giugno 1941, grazie al tranello ordito dal gruppo dei “volksdeutsche” russo-polacchi impiegato dal colonnello Pflug fu occupato il ponte di Lipsie sul fiume Biebrza, un guado importante per l’avanzata delle truppe corazzate. Stesso discorso per il ponte sul fiume a Slolko, salvato dal gruppo brandenburghese del tenente Doerner. Quella volta il volontario slovacco, un diciottenne, che azzerò la guardia sovietica mettendola su una falsa pista durante le pratiche di riconoscimento, non se la cavò. Riconosciuto per agente tedesco, fu impiccato a un filo di rame. Un altro volontario estone morì colpito dalle raffiche dei suoi camerati della Brandenburghese perché, nell’entusiasmo dell’operazione riuscita, nella notte, si era dimenticato di indossare la divisa dei sovietici. Ogni sera precedente un’uscita, gli uomini dei commandos brandenburghesi si giocavano a dadi la razione di sigarette scommettendo su chi sarebbe stato impiccato la prossima volta. [fine]

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