Pearl Harbor, le verità segrete

Dall’emeroteca Thule, Storia del Novecento, agosto 2001

PEARL HARBOR, LE VERITÀ SEGRETE

Mario Spataro

Le responsabilità della Casa Bianca che, pur al corrente dell’attacco giapponese, cercava una buona scusa per entrare in guerra.

Il relitto dell'”Arizona”, affondata a Pearl Harbor [cliccare su questa e le altre immagini dell’articolo per ingrandirle]

l film che in questi giorni si propone di raccontarci la “verità” sull’attacco giapponese a Pearl Harbor del 1941 si basa invece sulla ben nota versione ufficiale dei fatti. Versione secondo la quale gli Stati Uniti furono colpiti a tradimento e i due comandanti americani a Pearl Harbor, ammiraglio Husband Rimmel e generale Walter Short, si fecero cogliere impreparati per loro negligenza e vennero infatti radia-

ti dalle forze armate. Ma in realtà Rimmel e Short erano solo capri espiatori. Tanto che su richiesta delle loro famiglie sono stati recentemente riabilitati. Come mai?

La risposta è semplice. Le responsabilità non risalivano a quei due ufficiali ma alla Casa Bianca che, perfettamente al corrente del giorno e dell’ora dell’attacco giapponese, cercava una buona scusa per entrare in guerra e a tal fine lasciava i due comandanti all’oscuro di quanto stava per accadere, impedendo loro di prendere misure preventive.

Responsabili dell’inganno, oltre al presidente Franklin D. Roosevelt, il generale George C. Marshall (quello del “piano Marshall”), l’ammiraglio Harold Stark capo delle operazioni navali e il comandante Arthur McCollum, capo dei servizi di intelligenza della marina americana in Estremo Oriente e amico personale del presidente.

Che qualcosa di strano ci fosse in quella faccenda è cosa che da tempo viene scritta in parecchi libri. Eccone alcuni. “Pearl Harbor, the story of the secret war”, di George Morgenstern (1947); “Roosevelt in retrospect”, di John Gunther (1950); “The final secret of Pearl Harbor”, di Robert A. Theobald (1954); “Pearl Harbor after a quarter century”, di Harry Elmer Barnes (1968); “FDR: the other side of the coin”, di Hamilton Fish (1976); “Tragic decep-tion”, FDR and America’s invol-vement in World War Two”; di Hamilton Fish (1983); “Betrayal at Pearl Harbor”: how Churchill lured Roosevelt into war”, di James Rusbridger ed Eric Nave (1991); “Pearl Harbor Reexami-ned”, Hilary Conroy e Harry Wray (1990). La questione è stata anche dibattuta, all’inizio del 1992, sul quotidiano “The Wall Street Journal”. Ma proprio in questi giorni, in coincidenza con l’uscita del film, una parola definitiva è venuta dal libro “Day of Deceit” di Robert Stinnet, dal sito internet di David Irving, dal periodico californiano “The Journal of Cultural Review” e dal quotidiano “The Washington Times” che hanno rivelato alcuni sconvolgenti dettagli. Già all’inizio del 1941 Roosevelt aveva escogitato con Arthur McCollum un piano per l’entrata in guerra contro il Giappone, una guerra che, a causa del Patto Tripartito, si sarebbe automaticamente estesa alla Germania e all’Italia consentendo a Roosevelt di conseguire l’ambito traguardo di “eliminare il nazismo”. Al fine di stuzzicare l’ala più militarista di Tokio, il piano prevedeva fra l’atro il blocco delle forniture di petrolio al Giappone e un programma di rigide sanzioni economiche. Nonostante le sanzioni Tokio aveva proposto a Washington un accordo di non aggressione che naturalmente Roosevelt si era affrettato a respingere senza spiegazioni. Ma aveva fatto di peggio, il presidente americano: aveva trasferito dalla base californiana di San Diego a quella di Pearl Harbor la flotta da guerra, spostandola così da un luogo sicuro a un luogo vulnerabile. Aveva protestato energicamente il comandante delle forze navali per il Pacifico, ammiraglio Jo Richardson, ma le sue parole erano state ignorate e lui stesso, il 1° febbraio 1941, era stato esonerato dall’incarico. Va detto poi che a partire dall’inizio del 1940 e sino al giorno dell’attacco giapponese, 7 dicembre 1941, gli Stati Uniti intercettarono e decifrarono tutti i messaggi della diplomazia e della marina giapponesi, messaggi che regolarmente finivano sulla scrivania di Roosevelt. Ma che, per volontà dello stesso Roosevelt, non raggiungevano Rimmel e Short: i due comandanti di Pearl Harbor, così, erano all’oscuro di tutto. Anzi, alcune di quelle intercettazioni, che erano state inviate a Rimmel e Short dalla base di Corregidor, non giunsero mai a destinazione perché bloccate dal comandante Joseph Rochefort e dal comandante Vincent R. Murphy che dirigevano i servizi di intelligence di Pearl Harbor e che erano intimi amici di Arthur McCollum e, quindi, legati a Roosevelt. Nei venti giorni precedenti l’attacco giapponese gli americani intercettarono e decifrarono ben 129 messaggi giapponesi, tutti consegnati a Roosevelt ma mai trasmessi a Pearl Harbor. Particolarmente importante un messaggio del 3 dicembre 1941 nel quale i giapponesi (che evidentemente non sapevano cosa fosse il “silenzio radio”) apertamente parlavano del loro imminente attacco a Pearl Harbor. Altrettanto importanti alcuni messaggi che indicavano la posizione delle portaerei giapponesi Akagi, Zuikaku e Hiryo e della corazzata Kirishima. Arrivarono a Washington ma vennero celati ai due comandanti di Pearl Harbor pure i messaggi fra gli ammiragli Yamamoto e Nagami e quelli della spia giapponese Tadashi Morimura che dalle Hawaii segnalava a Tokio i luoghi d’ormeggio delle navi americane.

Ed ebbe persino cura, la Casa Bianca, di ordinare a Rimmel di nascondere in un altro porto delle Hawaii le navi di maggior valore e lasciare a Pearl Harbor, per fare da esca ai giapponesi, le navi più vecchie con i loro ignari marinai. E proprio la morte di quelle migliaia di marinai sarebbe stata sfruttata da Roosevelt per accendere la rabbia del popolo americano e fargli accettare l’entrata in guerra. Non a torto lo storico Erik von Kuehnelt-Leddihn ha definito Roosevelt “il più grande creatore di tombe nella storia del mondo occidentale”. In proposito lo storico americano Michael Crane, scrivendo su “The Barnes Review” di giugno 2001 è esplicito: “Il problema che Roosevelt doveva affrontare era quello di spiegare alle madri americane il motivo per cui doveva venire meno alla promessa, fatta poco tempo prima, di non mandare i loro ragazzi a combattere all’estero. Per risolvere il problema Roosevelt non esitò a ricorrere ai cadaveri di Pearl Harbor che gli consentirono di mettere a tacere ogni opposizione alla guerra, di fare cosa gradita ai suoi ispiratori Stalin e Churchill e di fare uscire gli Stati Uniti, grazie al riarmo, dalla depressione economica”.

Ma la rivelazione più sconvolgente è venuta, proprio in questi giorni, dallo storico americano Darvi S. Borgquist che, con la collaborazione della signora Helen E. Hamman figlia di un ex alto esponente delle forze armate americane, ha scoperto che la marina americana tiene ancora sotto chiave dei documenti che potrebbero aggravare la posizione di Franklin D. Roosevelt. E che, cosa ancor più vergognosa, il celebre discorso “indignato” di Roosevelt (il cosiddetto “infamy speech”), col quale il presidente annunciò alla nazione l’avvenuto attacco giapponese e la conseguente dichiarazione di guerra americana, era stato preparato, con l’aiuto del vice segretario di stato Adolph Berle, prima che l’attacco avesse luogo: l’attacco giapponese avvenne nella mattinata del 7 dicembre 1941, ma Roosevelt aveva preparato il proprio “indignato” discorso fra le 20.30 e la mezzanotte del 6 dicembre!

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