SÔWULO / SÔWILÔ

rune_19SÔWULO / SÔWILÔ
“sole”; a.isl. sòl; lat. sol; got. sauil; gr. helios; sscr. surya da i.e. SAWEL-, letteralmente “la buona ruota” (SU, “bene” e WEL “ruota”). In uno dei poemi dell’Edda, l’Alvismàl, è detto che il sole, chiamato sòl dagli uomini, è chiamato “ruota fulgi-da” (farghvel) dagli elfi.

Il testo latino AM 6B7 ha l’equivalenza sòl -rota. Le raffigurazioni più antiche del sole sono la croce iscritta nel cerchio e lo svastika, entrambi esprimenti l’idea di “rotazione” e “ciclicità”.

Nella mitologia celtica il cimrico Mog Ruith, figura associata al culto solare, contiene nel nome il termine roth, “ruota”. In Gallia è conosciuto un dio solare associato nell’iconografìa con la ruota e col fulmine.

Nella concezione ciclica del tempo presso i Germani il sole presente morirà divorato dal lupo Skòll (a. isl. skóll, “beffa”), figlio del lupo infernale Fenrir, immagine del caos, ma il sole condannato a spegnersi genererà un altro sole che seguirà gli antichi cammini del cielo. Nell’Edda il sole è la figlia di Mundilfceri (sòl è di genere femminile) ed è preposta alla guida del carro solare costruito con una scintilla proveniente da Mùspell. Mundilfosri significa “colui che si muove seguendo tempi e ritmi precisi” (mundill è il manico della macina, immagine del tempo che stritola).

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Tacito riporta l’antica idea comune all’area indoeuropea presente presso gli Svedesi (Suiones) che al sole si accompagni una sonorità particolare:

«Oltre i Suioni, troviamo ancora un altro mare, tranquillo e quasi stagnante. La ragione per cui si crede che questo mare costituisca il limite estremo che circonda la terra, è che l’ultima luce del sole che tramonta indugia qui fino all’aurora con una luminosità che rende pallide le stelle. Si narra anche che vi si possa udire il rumore del sole quando si leva dalle onde e vedere la forma dei suoi cavalli ed i raggi sul suo capo».

La radice i.e. SWEN- esprime l’idea di “sonorità” e di “canto”: da essa deriva il latino sonare e Tingi, swan, “cigno”. In sanscrito svara significa “suono” e svar “luce”. Dalla stessa radice derivano le forme got. sonno; norr. sunna; ted. Sonne; ingl. sun che designano l’astro diurno.

Nell’anglosassone swegel significa “sole” e, contemporaneamente, “suono di flauto”. Sempre nell’anglosassone l’aurora è detta “voce del giorno” e il tramonto “voce del rosso giorno”. Al sole, insomma, si accompagna una sonorità che oggi si tenderebbe a definire “mistica” ma che, in realtà, risulta percepibile in uno stato “alterato” (o più propriamente “alterno”) di coscienza, come quello in cui opera lo sciamano, indotto da digiuno e canto-musica e/o sostanze psicotrope, come ad es. il fango Amanita muscaria, o da inebrianti come l’idromele, ecc. Pitagora definiva “armonia delle sfere” la vibrazione sonora che si accompagna alla rotazione dei corpi celesti e che corrisponde, nella gamma di frequenze riproducibili con il monocordo (frequenze “audibili”), agli intervalli musicali della scala diatonica. Alla scala diatonica si accompagna analogicamente la scala cromatica dei sette colori derivanti dalla scomposizione della luce bianca sicché esistono corrispondenze precise tra suono-colore e corpi celesti. Nella tradizione buddhista in generale e nel buddhismo giapponese, in particolare, è riferita al Buddha (Hotoke) ed a colui che ha raggiunto il risveglio (settori) la capacità di ascoltare i suoni e di visualizzarli, allo stesso tempo, come forme luminose varianti di colore ed intensità a seconda della variazione del tono e dell’intensità del suono. Questa simultanea percezione auditiva e visiva, che può anche non realizzarsi attraverso l’organo della vista ma come visione interna alla mente, è detta tecnicamente “sinestesia”. Un haiku di Matsuo Bashò (1644-1694) rivela questa capacità sinestesica:
Umi kurete kamo no koe honoka ni shiroshi Il mare s’oscura richiami di oche selvagge biancheggiano appena

Nelle più svariate tradizioni si trovano fissati i rapporti tra i vari piani di manifestazione dell’Energia universale che si estrinseca appunto, essenzialmente come vibrazione.

Per restare nell’ambito dei popoli nordici essi usano comunemente dire che il sole e la luna “cantano” o “fischiano” la loro luce. La forma della runa ricorda molto da vicino la forma dei segni usati in altri alfabeti arcaici per esprimere la sibilante s. Si tratta, in

definitiva, di una forma stilizzata della spirale il simbolismo della quale riporta all’idea di ciclicità e di eterno ritorno. Si noti che la forma caratteristica dello strumento a fiato chiamato in a. isl. lùór, una specie di tromba bronzea usata molto probabilmente nei culti solari, è quella di una S. Sono stati ritrovati esemplari di questo strumento di dimensioni ragguardevoli (fino a due metri e mezzo). Le incisioni rupestri testimoniano l’uso del lùòr fin dal primo millennio a.C.

Cesare (D.B.G., VI, 21) afferma che i Germani «Deorum numero eos solos ducunt, quos cernunt et quorum aperte opibus iuvantur, Solem et Vulcanum etLunam, reliquos ne fama quidem acceperunt».

Che il Sole e la Luna fossero particolarmente sacri ai Germani lo sta a dimostrare, tra l’altro, una proibizione di Eligio ai Franchi, datante al VII sec., che comprova la tenacia con la quale quelle popolazioni conservavano le vestigia della loro tradizione: «nullus dominos solem aut lunam vocet neque per eos iuret», «che nessuno invochi (come) signori il sole e la luna né giuri per essi».

Il culto solare si riporta a tempi antichissimi ed affonda le sue radici nella religiosità originaria indoeuropea. Sono frequenti raffigurazioni rupestri nelle quali la ruota solare appare tenuta alta da un portatore (come insegna o stendardo) o appare circondata da figure (probabilmente adoratori) o è rappresentata posta su un carro tra simboli umani e animali (particolarmente significativa la presenza del cervo).

Il “Carro solare di Trundholm” (Seeland), rinvenuto nel 1902, testimonia il culto solare nell’alto periodo del bronzo. La ruota solare, bronzea, è ricoperta da una lamina d’oro con ornamentazioni sbalzate a spirale. La presenza della spirale (la lettera S1 è una spirale) non è casuale giacché rimanda all’idea della ciclicità e dell’eterno ritorno: sappiamo, del resto, dall’Edda che i popoli germanici credevano nel ritorno di un nuovo sole dopo la distruzione dell’attuale, come si è detto:

«.Una figlia genererà Alfroòul (il sole) prima che Fenrir giunga, questa fanciulla percorrerà, quando gli dèi morranno, i sentieri della madre».

Circa il carro solare Snorri dice: «(gli dèi) fecero guidare a Sóli i cavalli che trainavano il carro solare, costruito dagli dèi, per illuminare i mondi con una scintilla proveniente da Mùspell. Questi cavalli così si chiamavano: Arvakr (“che-si-desta-presto”) e Alsviór (“Molto-veloce”); sotto le scapole dei destrieri gli dèi posero due manticiper rinfrescarle: sono quelli che in certi poemi antichi sono detti mantici di ferro».

Noteremo qui soltanto di passata come l’idea che gli antichi adorassero il sole unicamente in quanto astro datore di vita sia oltremodo riduttiva: in India, ad esempio, è questione di un Sole “che non tutti conoscono con lo spirito” e di un sole “che tutti gli uomini vedono”.

Nella mitologia greca Helios è il dio del sole visibile, Apollo il dio del Sole spirituale quel Sole che brilla all’interno del cuore (il Sole della retta conoscenza, dell’ ispirazione del poeta e dei vati) come il sole astronomico brilla al centro dei cicli. Troppo spesso, nell’in-terpretare il pensiero dell’uomo antico, si cade nel pregiudizio di attribuire alla realtà da quello contemplata un valore esclusivamente “reale”, in senso moderno, cioè materiale. Tale pregiudizio, perdendo di vista il fatto che per l’uomo religioso ogni realtà materiale ha un valore simbolico che riporta ad un’analoga Realtà che sta a quella come causa ad effetto, si preclude la vera comprensione dei documenti che si studiano e di scientifico ha solo il puntiglio col quale si collezionano dati per spiegare le cose in modo esattamente opposto al significato che essi rivestono presso le culture cui appartengono.

L’espressione del poema islandese: “il sole è l’angoscia mortale dei ghiacci” si riferisce certamente al ciclo annuale della primavera e dello svolgimento dei ghiacci ma sarebbe difficile non cogliere la valenza simbolica della formula se ci si pone nell’ottica del mito L’espressione “angoscia mortale dei ghiacci” richiamava alla mente il mito cosmogonico: «Ginnungagap, dalla parte in cui era rivolto al nord, si incrostò di strati di ghiaccio e di brina… quando la brina si incontrò con il venticello caldo si sciolse e gocciolò, e da quelle gocce viventi si formò la vita per mezzo della forza di colui che aveva mandato il calore… » .

La runa SÓWULO, riferita al microcosmo umano, indica l’elemento igneo, la sfera solare dell’essere, quella forza trascendente che Odino infuse (gaf) ai primi uomini: lo spirito (ónd). Analogamente in India il Sole è la dimora di Purusha o di Brahmà: esso è l’Arma, lo Spirito universale. Il mito di Mithra presenta elementi che riportano a quanto detto sopra: egli è deus expetra natus, è la potenza vittoriosa del sole, liberata e liberatrice, che scaturisce dalla simbolica “pietra” (equivalente del “ghiaccio” e del “legno”, tanto per limitarci all’ambito della cultura germanica).

Anche la scrittura è un cristallo di pensiero che occorre “scongelare” per coglierne intatto lo spirito vitale. La runa, in specie, è potenza cristallizzata, fissata, che occorre saper destare disserrandola dal segno che ne è il sigillo. Ma per far tanto occorre possedere quel Sole interiore che contraddistingue il sapiente, fra i Germani VerilaR. In quanto runa solare SÓWULO esprime la regione cosmica sede delle potenze luminose: gli dèi celesti e gli Elfi che, nett’Edda, hanno dimora presso le sale degli dèi: «Molti luoghi lassù sono nobili. Ce n ‘è uno chiamato Àlfheimr dove vive il popolo che si chiama Liósàlfar (“Elfi della luce”: Ijós = “luce splendente”), mentre i D0kkàlfar (“Elfi scuri”: d0kkr = “oscuro”) abitano sotto terra, e sono da loro diversi nell’aspetto ma più ancora nella realtà. I Liósàlfar ali ‘aspetto sono più belli del sole, mentre i D0kkàlfar sono più scuri della pece». Subito dopo aver fatto menzione degli Elfi l’Edda menziona la regione celeste detta Breióablik (“Ampio splendore”). L’etimologia di àlfr, “elfo” è incerta. Se la parola si interpreta in senso fausto (solare) può essere comparata al latino albus, “bianco”; greco alfós, “punto bianco” nonché al sscr. ribhu, “splendente” dall’i.e. ALBH-.

Tuttavia, specie dopo la cristianizzazione, accanto all’antica valenza solare gli elfì acquisiscono un carattere negativo, ostile: così in ambito anglosassone troviamo rimedi per prevenire e curare mali dovuti al “colpo dell’elfo” ma si continua ad usare, contemporaneamente, un aggettivo che testimonia dell’originale carattere luminoso: Klfsciene (elfshining, potrebbe tradursi in inglese: “splendente come un elfo”).

Tenendo presente questa valenza nefasta degli elfì alcuni tendono a far risalire l’origine del nome ad una radice i.e. LBH-, LEBH-, LOBH-, esprimente il senso di “ingannatore”.

Nel folklore anglosassone erano conosciuti vari tipi di elfì: elfì bruni; elfì dei campi; elfì dei monti; elfì del mare; elfì degli alberi; elfì delle acque correnti; elfì selvatici.

Chaucer (XIV sec.) nei The Canterbury Tales scriveva che le preghiere dei monaci cristiani frugando le acque e le terre più fitte che uno sciame di insetti in una lama di luce avevano fatto sparire gli elfì che un tempo popolavano quelle contrade.

La runa solare appare in alcuni nessi di evidente valore magico: sulla pietra di Kylver, Svezia (I metà VI sec.), assieme alla serie runica di 24 segni compare il nesso sueus nel quale la prima runa è invertita rispetto alla forma normale. Il Marstrander propone di leggere il nesso specularmente come eus eus (partendo cioè dal centro) ed interpreta eus come “cavallo”. La pietra di Kylver (Go-tland) essendo stata usata come chiusura di sepoltura riporterebbe al significato funerario del cavallo come animale psicopompo.

Altri autori (Schneider) interpretano la ripetizione del termine indicante il cavallo come invocazione alla coppia di gemelli divini corrispondenti agli dèi della terza funzione (Dioscuri ed Ashvin in Grecia ed in India). In questo senso il nesso acquisterebbe il significato propiziatorio cui i gemelli, preposti alla salute ed alla fecondità, rimandano.

Interpretando le rune singolarmente si hanno i significati di “sole”; “potenza”; “cavallo”; “potenza”; “sole” e ciò sarebbe da intendere nel senso di un ritorno, di una resurrezione. Cosa plausibile se si pensa alla destinazione della scrittura: allora la serie runica avrebbe un valore apotropaico e il nesso in questione un valore augurale rivolto al defunto (l’iscrizione era posta all’interno della tomba).

Sulla pietra di Fleml0se, d’epoca vichinga, appare il nesso sis. Il senso del palindromo magico potrebbe essere quello augurale di uno scioglimento del ghiaccio (runa ÌSA) in senso reale o allegorico.

Sul bratteato n. 20 da Lellinge, Danimarca (I metà VI sec.), la runa SÒWULO appare in connessione col nesso alu (v. “rune di birra”, in NAUDIZ) ripetuta due volte: s alu s alu. Qui il senso è palese: si tratta di un augurio di luce, salute e prosperità (alu). La duplice scrittura del segno è prescritta nelle invocazioni, da quanto può dedursi àaìVEdda (Sigrdrifomàl, str. VI).

Alu, “incantesimo, estasi, magia, protezione'” (Buti 1982:25) cfr. a. norr. di, “birra”. In greco alno significa “sto fuori di me” e ale “andare in giro vagando sensa senso”, “fuori di sé”.

Sul bratteato n. 41 da Hammenhòg appare il nesso slkr (l’ultimo fonema è espresso da ALGIZ) da intendersi, probabilmente (Schnei-der), come s l(au)k(a)r.

Etimologicamente il runico laukaR è imparentato col norreno laukr è col danese I0g, “porro” “aglio”. LaukaR potrebbe essere stato il nome primitivo della runa LAGUZ: nei manoscritti di Leyda e di Londra la runa porta la denominazione di laukaR. L’aglio (o il porro) appare nei testi in stretta connessione con la fecondità. Nella Vóluspà il “verde aglio” è la vegetazione della terra primordiale. Nel Sigrdrifomàl (str. 8) la valkyria suggerisce di mettere dell’aglio (o forse delle rune LAUKAR/LAUKAZ: v. runa LAGUZ) nella coppa piena:

«Devi benedire la coppa ricolma e guardarti dal pericolo

e mettere aglio nella bevanda:

ed io ti assicuro che mai a te capiterà

idromele avvelenato.»

Nell”Helgakviòa Hundigsbana (str. 7) il giovane principe Helgi ottiene in dono dal re un porro (o aglio).

Nel Guòrunarkvida (str. 18) Guórun piange Sigurór comparandolo al fiore del porro che cresce nei campi.

Il Volsa battr (XIV sec.) menziona l’uso magico, nel contesto dei riti agrari di fecondità, di conservare in un involucro di lino un sesso di cavallo e dell’aglio: lini… en laukum.

Il coltello di Floksand (Norvegia) porta l’iscrizione linalaukaRf (i segni runici che corrispondono alla a ed alla R sono legati assieme). L’età del documento è circa il 350.

In un testo anglo-sassone del X sec. contenente prescrizioni magi che e ricette di erboristeria, il Leechbook, si raccomanda l’aglio (garleac, ingl. garlic) contro i “colpi degli elfi”.

L’uso magico della scrittura laukaR appare testimoniato in diversi reperti tra i quali citiamo il bratteato di Skidstrup (circa il 550) che presenta l’iscrizione laukaR unita alle “rune della birra” alu: laukaR alu.

Nel bratteato n. 71 da Bòrringe (circa 550) appare il nome del proprietario accompagnato dalle rune della birra (in forma abbreviata) e da laukaR: tanulu al laukaR, (tanulu / tantulu = “l’incantatrice”?).

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