Nietzsche, Lanz e … i ciandala

Vi sono libri come quello di Luca Leonello Rimbotti – La Profezia del Terzo Regno: dalla Rivoluzione Conservatrice al Nazionalsocialismo – che nascondono in ogni pagina tali e tanti richiami che occorre leggerli e studiarli, ammettendo innanzitutto a se stessi se non l’ignoranza, la superficialità con la quale vengono affrontati uomini e tempi, spesso erroneamente percepiti a compartimenti stagni.
E allora eccoci venire incontro un Nietzsche e un Lanz von Liebenfels come due binari paralleli conducenti, seppur con modalità differenti, alla medesima stazione quando si parla di imbastardimento dell’umanità.
Ma ora lasciamo la parola a un breve passaggio del libro di cui sopra e all’immediata rilettura di un brano di “Il Crepuscolo degli idioli” di Nietzsche, senza tralasciare di ricordare la nostra “follia” editoriale nell’aver pubblicato il libro di Lanz von Liebenfels “Teozoologia“.teozoologia

TerzoRegnoLanz, ossessivamente pervaso dall’idea della purezza, che giudicava corrotta da forme belluine e subumane di ibridazione, questo eccentrico studioso elaborò un’estrema teoria razziale che vedeva negli Ebrei un elemento da lui definito tschandala, con tale termine I ascendenza indù – il “fuori casta” – volendo designare i perniciosi disseminatori di quell’infettiva degradazione… Si tratta dello stesso termine più volte utilizzato da Nietzsche, ad es. nel Crepuscolo degli idoli, per indicare, sulla scorta delle indicazioni igienico-razziali del Codice di Manu, l’uomo ibrido (Mischmasch-Mensch), il non adatto all’allevamento, in sostanza «la canaglia e la bestia» che solo una vile religione della penitenza come quella ebraico-cristiana era adatta, secondo Nietzsche, a inchiodare gli infimi ranghi umani al loro ruolo sociale di bassa servitù. E Nietzsche non perse l’occasione per precisare che col termine ciandala (così traslitterato) egli intendeva proprio gli Ebrei, al cui pernicioso influsso egli attribuiva anche la degenerazione «psicopatologica e persino fisiologica» in cui l’Europa era sprofondata. Un paragone fra Lanz von Liebenfels e Nietzsche su questo tema dell’imbastardimento razziale dell’Europa causato dagli Ebrei, e proprio in rapporto al nostro argomento di una profezia di reazione al processo di degradazione, l’altro potrebbe riservare molte sorprese ai moderni inventori di un improbabile Nietzsche “progressista”: ma noi qui non possiamo che accennarvi. [cit. “La Profezia del Terzo Regno: dalla Rivoluzione Conservatrice al Nazionalsocialismo]

Da “Friedrich Wilhelm Nietzsche L’Anticristo – Crepuscolo degli idoli – Ecce homo”, Newton Compton.

I «miglioratori» dell’umanità

1.

Si sa quello che pretendo dal filosofo, il porsi al di là del bene e del male — l’avere sotto di sé l’illusione del giudizio morale. Questa richiesta deriva da un’idea formulata per la prima volta da me: che non esistono fatti morali. Il giudizio morale ha in comune con quello religioso di credere a realtà che non sono tali. La morale è solo un’interpretazione di determinati fenomeni, più precisamente una falsa interpretazione. Il giudizio morale attiene, come quello religioso, a un livello di ignoranza nel quale manca ancora persino il concetto di reale, la distinzione fra reale e immaginario: sicché, a tale livello, «verità» indica solo cose che noi oggi chiamiamo «chimere». Il giudizio morale non va pertanto mai preso alla lettera: come tale esso contiene sempre e soltanto un controsenso. Ma resta inestimabile come semiotica: esso rivela, almeno al sapiente, le più preziose realtà di culture e di interiorità che non sapevano abbastanza per «comprendere» se stesse. La morale è semplicemente un discorso di segni, pura sintomatologia: bisogna già sapere di che si tratta, per trarre da essa un vantaggio.

2.

Un primo esempio, e del tutto provvisorio. In ogni tempo si sono voluti «render migliori» gli uomini: soprattutto questo portava il nome di morale. Ma sotto una stessa parola stan nascoste le tendenze più diverse. Sia l’addomesticamento della bestia uomo, che l’allevamento di una determinata specie di uomini sono stati chiamati «miglioramento»: solo questi termini zoologici esprimono delle realtà — realtà, invero, di cui il «miglioratore» tipico, il prete, nulla sa — nulla vuole sapere… Definire l’addomesticamento di un animale il suo «miglioramento», ai nostri orecchi suona quasi come uno scherzo. Chi conosce quel che succede nei serragli, dubita che proprio lì la bestia venga «migliorata». Essa viene indebolita, resa meno nociva, attraverso il sentimento depressivo della paura, attraverso il dolore, le ferite, la fame, essa diviene una bestia malaticcia. — Non diversamente stanno le cose con l’uomo addomesticato, che il prete ha «reso migliore». Nei primo Medioevo, quando in effetti la Chiesa era innanzitutto un serraglio, si dava ovunque la caccia ai più begli esemplari della «bionda bestia» — si «miglioravano» ad esempio i nobili Germani. Ma come appariva poi un tale Germano «migliorato», sedotto al chiostro? Come una caricatura d’uomo, come un aborto: era diventato «peccatore», stava in una gabbia, lo si era rinserrato tra idee semplicemente terribili… Ora se ne stava lì, malato, meschino, incattivito contro se stesso: pieno di odio verso gli impulsi alla vita, pieno di sospetto per tutto quanto fosse ancora forte e felice. Insomma, un «cristiano»… Per dirla in termini fisiologici: nella lotta con la bestia, renderla malata può essere l’unico mezzo per indebolirla. La Chiesa lo ha capito: essa ha guastato l’uomo, lo ha indebolito — ma ha preteso di averlo «reso migliore»…

Consideriamo l’altro caso della cosiddetta morale, il caso dell’allevamento di una determinata razza e specie. La morale indiana ce ne fornisce l’esempio più grandioso, sanzionato a religione come «legge di Manu». In essa è posto il compito di allevare in una sola volta non meno di quattro razze: una di sacerdoti, una di guerrieri, una di mercanti e agricoltori, e infine una razza di servi, i Sudra. Qui chiaramente non siamo più tra domatori di belve: una specie d’uomo cento volte più mite e ragionevole è la condizione perché si possa anche soltanto concepire il piano di un tale allevamento. Si respira di sollievo nel passare da quell’atmosfera cristiana di malattia e di carcere a questo mondo più sano, più elevato, più vasto. Quanto è meschino il Nuovo Testamento in confronto a Manu, come puzza! — Ma anche a questa organizzazione fu necessario essere terribile — nella lotta, stavolta, non con la bestia, ma con il suo concetto opposto, con l’uomo non-da-allevamento, con l’uomo-miscuglio, il Ciandala. E a sua volta essa non aveva altro mezzo di renderlo innocuo, debole, se non quello di renderlo malato — era la lotta contro il «grande numero». Non esiste forse nulla che urti maggiormente il nostro sentimento di queste misure preventive della morale indiana. Per esempio il terzo editto (Avadana-Sastra I), quello sugli «ortaggi impuri», prescrive che l’unico nutrimento consentito ai Ciandala sia aglio e cipolla, considerato che la sacra scrittura proibisce di dar loro grano o frutti che contengano semi, oppure acqua o fuoco. Lo stesso editto stabilisce che l’acqua di cui essi han bisogno non sia presa né da fiumi né da sorgenti né da stagni, ma solo dagli accessi agli acquitrini e dalle buche formate dagli zoccoli delle bestie. Ugualmente è loro proibito lavare i propri panni e se stessi, giacché l’acqua concessa loro per misericordia può essere usata soltanto per estinguere la sete. Infine la proibizione alle donne Sudra di assistere le donne Ciandala durante il parto, e ugualmente, ancora una proibizione per queste ultime, di assistersi l’un l’altra… — Il successo di una tale polizia sanitaria non mancò: epidemie mortali, atroci malattie sessuali e per di più anche la «legge del coltello», che prescriveva la circoncisione per i bambini maschi e l’asportazione delle piccole labbra per le femmine. — Manu stesso dice: «I Ciandala sono il frutto dell’adulterio, dell’incesto e del delitto (— questa la necessaria conseguenza dell’idea di allevamento). Per abiti debbono avere solo gli stracci dei cadaveri, per stoviglie solo vasi rotti, per ornamento ferro vecchio, per il servizio divino solo gli spiriti cattivi; debbono vagare senza requie da un luogo all’altro. È loro vietato scrivere da sinistra a destra e servirsi per scrivere della mano destra: l’uso della mano destra e lo scrivere da sinistra a destra è riservato solo ai virtuosi, alla gente di razza». —

4.

Queste disposizioni sono sufficientemente istruttive: in esse abbiamo per una volta l’umanità ariana, affatto pura, affatto originaria — apprendiamo che il concetto di «sangue puro» è un concetto tutt’altro che innocuo. D’altra parte diventa chiaro in quale popolo si sia eternato l’odio, l’odio dei Ciandala contro questa «umanità», dove esso sia divenuto religione, sia divenuto genio… Da questo punto di vista i Vangeli sono un documento di prim’ordine; ancor più il libro di Enoch. — Il cristianesimo, per la sua radice ebraica e comprensibile solo come frutto di questo terreno, rappresenta il movimento opposto a ogni morale dell’allevamento, della razza, del privilegio: — esso è la religione antiariana par excellence: il cristianesimo, il rovesciamento di tutti i valori ariani, la vittoria dei valori-Ciandala, il vangelo predicato ai poveri, agli umili, la rivolta generale di tutti i calpestati, i miseri, i falliti, i malriusciti, contro la «razza» — l’immortale vendetta dei Ciandala come religione dell’amore…

La morale dell’allevamento e quella dell’addomesticamento sono perfettamente degne l’una dell’altra quanto ai mezzi per imporsi: come massimo principio noi possiamo additare quello secondo cui per fare della morale bisogna avere l’assoluta volontà del contrario. È questo il grande, inquietante problema al quale mi sono più a lungo dedicato: la psicologia dei «miglioratori» dell’umanità. Un dato di fatto piccolo e in fondo modesto, quello della cosiddetta pia fraus, mi ha fornito il primo accesso a questo problema: la pia fraus, retaggio di tutti i filosofi e i sacerdoti che «resero migliore» l’umanità. Né Manu, né Platone, né Confucio, né i maestri ebrei e cristiani hanno mai dubitato del proprio diritto a mentire. Essi non hanno dubitato di ben altri diritti… Con una formula si potrebbe dire: tutti i mezzi grazie ai quali sinora l’umanità ha dovuto esser resa morale, erano fondamentalmente immorali. —

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