Ambiente…una scoperta di ieri.

Il diritto germanico di Heinrich Himmler (paragrafo tratto dalla prossima opera in uscita della Thule Italia editrice).

«L’antico diritto germanico ha impedito che un qualsiasi individuo, un incompetente potesse distruggere un qualcosa di quella natura che era stata creata da Dio e che tutti gli uomini devono rispettare. Fin dai tempi relativamente più recenti, nelle aree d’insediamento germaniche era vietato abbattere una quercia che si trovava nella cerchia di un paese, a meno che non si avesse il consenso degli altri agricoltori del paese. Nel caso si fosse ottenuto il permesso di abbatterla, questo implicava anche l’obbligo di piantare altri tre giovani esemplari di questa pianta»

e tratto da Sonderdrucke aus der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg di Albin Eser: La tutela penale dell’ambiente in Germania, 1988

quercia«Per chi muove da quell’idea piuttosto diffusa, secondo la quale la tutela dell’ambiente sarebbe solo una conquista del nostro tempo, può costituire una sorpresa il fatto che sanzioni a contenuto « ecologico » erano conosciute già presso le civiltà pre-cristiane: cosí, ad es., l’importanza delle risorse idriche presso gli Ittiti è ricavabile da quella disposizione del codice Ur-Nammu di Lagasch (2100 a.C.), secondo la quale la contaminazione di un pozzo comporta una sanzione pecuniaria. In epoca romana, poi, le norme di diritto ambientale poggiavano essenzialmente sullo sviluppo delle azioni negatorie di diritto civile e su forme rudimentali di pianificazione, quali ad es. la regolamentazione e la cernita di specifici territori per l’esercizio di attività artigianali in grado, a loro volta, di provocare emissioni nell’atmosfera.
Nel Medio Evo, invece, il diritto penale aveva già un ruolo rilevante: il divieto di gettare piante avvelenate nelle acqua era, infatti, previsto fin dalla costituzione di Melfi di Federico II (1231); e la pulizia dei pozzi in quanto fonti di vita nella
città medievale veniva già assicurata ad es. dal regolamento municipale di Friburgo del 1520, a norma del quale l’insozzamento dei pozzi « con pregiudizio dell’utilità comune e dell’uso di tutti i cittadini » era punibile con l’allogamento. Anche
l’intromissione non autorizzata nei boschi talvolta era minacciata con sanzioni crudeli: fonti del diritto a carattere locale prevedevano ad es. che, a chiunque tagliasse una quercia, venisse a sua volta mozzata la testa o che, in caso di scortecciamento « cum dolo malo », venissero estratte le viscere del corpo dell’autore.
Mentre queste sanzioni vanno intese anche come pene « sacrali », risalenti all’epoca germanica e simboleggianti una sorta di sacrificio « all’anima dell’albero », regolamenti di epoche relativamente pini recenti si mostrano, in parte, già improntati su finalità di miglioramento dell’ambiente: cosí, ad es. un’ordinanza di Dresda del 1700, nella quale al parroco veniva vietata la celebrazione di un matrimonio, finché la coppia di sposi non avesse provato ufficialmente di aver piantato un certo numero di alberelli.
Infine nel XIX secolo è da registrare, quale reazione alla nascente industrializzazione, l’abbandono dei criteri di intervento contingente, propri di epoche passate, in favore di principi generali di amministrazione. E’ in tale contesto che al diritto penale vengono assegnati compiti di tutela della collettività, sotto forma – per così dire – di diritto speciale di polizia, come stanno a testimoniare alcune leggi dei Lander tedeschi a tutela delle acque, che punivano soprattutto l’inosservanza di obblighi di denuncia o, più in generale, la violazione di norme amministrative a tutela delle risorse idriche».

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