Wilhelm Furtwängler

Wilhelm Furtwängler (Schöneberg, 25 gennaio 1886 – Ebersteinburg, 30 novembre 1954) è stato un direttore d’orchestra e compositore tedesco, considerato uno dei massimi direttori del XX secolo.

E per l’appunto in occasione del genetliaco di Furtwängler pubblichiamo due suoi scritti – che ‘insolentemente’ raffrontiamo con dei passi del Mito del XX secolo di Rosenberg – e alcune immagini del grande direttore.

Suono e parola di Wilhelm Furtwängler

Suono e parola, musica e poesia: due mondi a sé stanti, due fiumi scaturiti da sorgenti diverse. E tuttavia, a differenza di altre arti, essi possono giungere a una unione d’amore, confluire in una sola grande corrente; e questo, a causa dell’essenza della musica o, per meglio dire, della sua doppia natura.

Dai tempi del canto corale gregoriano, attraverso tutto il Medioevo, la musica (se si eccettuano i primitivi ritmi di danza) apparve solo in unione con la parola, la parola biblica in particolare, e a essa avvinta, come l’edera all’albero. Con Bach e i suoi predecessori, le cose cambiano radicalmente. La scoperta della tonalità (non meno decisiva per la musica che, per il mondo delle cose, quelle della stampa e della polvere da sparo, con le quali ha del resto un carattere comune, l’irrevocabilità) creò la possibilità dello spazio musicale. Ecco apparire le forme musicali pure: il Lied, la fuga e, infine, la sonata. Ora, nei confronti della parola, la musica non solo acquista pari diritti, ma diventa capace di prendere la guida …

Se questa musica, una volta che si è fatta libera e possiede sue forme, sviluppatesi autonomamente, ricorre alla parola, lo fa a modo suo. Non rinuncia ai suoi diritti neppure quando, come accade nell’opera, deve adattarsi a un’azione teatrale. Mozart compone soltanto ciò che, attraverso l’efficacia figurativa degli avvenimenti o il sentimento con essi intrinsecamente vibrante, stimola in lui musicista; il resto, lo affida al recitativo …

Anche nel Finale della Nona Sinfonia, Beethoven non mira tanto alla parola in sé, quanto al significato generale della poesia. La melodia della gioia è nata senza parole, che sono state aggiunte successivamente. L’insieme, però, è innanzitutto parte conclusiva della colossale costruzione sinfonica. Ha una forma ciclica genuinamente musicale e, analogamente al precedente Adagio, ha carattere di variazione (come molte creazioni beethoveniane, soprattutto dell’ultimo periodo). Nonostante gli stimoli provocati dalle singole parti della poesia, tutto ciò che accade in questo tempo è di natura assolutamente musicale … Appare chiaro che cosa può la musica, quando segue se stessa; come essa, anche dove si serve della parola, dischiuda mondi abissalmente diversi dal mondo della poesia …

Così, se andiamo alle estreme conseguenze, musica e poesia (nonostante la possibilità di temporanee unioni, che dobbiamo a meravigliose opere d’arte) appaiono pur sempre due forme di specie diversa che, ciascuna a suo modo, affermano cose simili, quasi aggregati diversi dello stesso elemento. Il ghiaccio non può essere contemporaneamente acqua, e tuttavia entrambi sono costituiti della stessa materia.

(1938)

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«Il grande compositore tedesco [Wagner, ndt] dichiarò che l’alleanza della danza, della musica e della poesia era un’arte e attribuì la divisione e spiegò l’infertilità creativa del suo tempo al fatto che ognuna delle tre era arrivata, singolarmente, all’esaurimento della sua capacità di espressione, deformandosi. Questa constatazione condusse Beethoven indietro all’utilizzo della voce umana nella sua IX Sinfonia. Se il ritmo ne è l’ossatura, la voce umana è il suono della carne.

Perciò Wagner vedeva l’opera d’arte del futuro nella riunione delle tre arti che ne avrebbero generavano una, vale a dire il Wort-Ton-Drama [il dramma che univa la musica e le parole, ndt]». Alfred Rosenberg, Il Mito del XX secolo

Il valore universale di Beethoven di Wilhelm Furtwängler

… Beethoven comprende in sé l’intera, complessa natura umana. È davvero completo. Non è prevalentemente cantabile, come Mozart, non prevalentemente architettonico, come Bach, non drammatico-sensuale, come Wagner. Egli è – e in questo risiede la sua originalità – tutto questo insieme, e ogni elemento ha il suo posto particolare. Proprio questo, se guardiamo bene, è supremamente mirabile. Non ce infatti altra musica, nella storia della civiltà europea, in cui si fondano in una sintesi così naturale i diversi elementi della cantabilità e della pura struttura, l’elemento tenero e l’austero che, soli, esprimono nella loro combinazione l’organismo vivente secondo le leggi di natura; nessun’altra musica, nella quale pelle, carne e ossa del corpo umano, per parlare di ciò che noi stessi siamo, si trovino uniti in modo tanto organicamente naturale come in lui. In tutta la forza che pervade questa musica, c’è come un sacro senso d’equità, che costringe nella legge tutto ciò che è organico. Essa è esplosiva, anzi, estatica fino al limite dell’umana possibilità, e tuttavia non è minimamente esaltata.

Credo che siano essenzialmente queste proprietà a determinare il valore universale della musica beethoveniana …

Quale meravigliosa nobiltà del sentire ci viene incontro, là dove egli sembra volersi più direttamente dichiarare. I più bei momenti di Beethoven testimoniano di una innocenza, di un candore infantile che, nonostante l’umanità che li pervade, ha qualcosa di veramente sovrannaturale. Mai un musicista ha, più di Beethoven, conosciuto e vissuto l’armonia delle sfere, la consonanza della natura in Dio. Con lui le parole di Schiller: «Fratelli, sopra la volta delle stelle deve abitare un caro padre» assumono per la prima volta il senso della realtà vivente, ben al di sopra di qualsiasi concetto verbale …

(1942)

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Beethoven stesso, l’uomo che attraverso la sua opera ha fatto definitivamente vacillare il fondamenti di qualsiasi estetica tendenti alla «contemplazione» e all’«armonia». Disse al giovane musicista Louis Schlösser: «Mi chiedete da dove tragga le mie idee? Non posso dirlo con certezza; vengono non chiamate, indirettamente, direttamente… Potrei toccarle con la mano, nella natura, nella foresta, passeggiando, nella calma della notte, al primo mattino, sotto l’influsso di diversi
stati d’animo, che si cambiano in parole nel poeta e in suoni in me, riecheggianti, mormoranti, che mi assalgono fino a quando appaiono infine come note davanti a me». Alfred Rosenberg, Il Mito del XX secolo

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[cliccare sulle immagini per ingrandirle e leggerne le didascalie]

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