YAMATO. Una Rivista dimenticata

Avevamo già parlato di questa Rivista trattando del libro con estratti pubblicato da Novantico “Yamato 1941-1943“, ma ritorniamo piacevolmente sul tema ritrovando nella nostra emeroteca un interessante articolo pubblicato da Storia del Novecento nel febbraio 2005 a firma Metello Rossi.

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yamato852YAMATO

Una rivista dimenticata

ITALIA – GIAPPONE, uno scambio interculturale lungo più di un secolo.

Tutti i cultori di storia moderna conoscono Signal e Der Adler, le due testate di propaganda bellica rispettivamente della Wehrmacht e della Luftwaffe, con testo bilingue e bellissime fotografie, vero oggetto di culto per gli appassionati.

Ben pochi sanno di “YAMATO” l’omologa rivista giapponese stampata dalla HOEPLI dal 1° gennaio 1941 (XIX) al 1° agosto 1943 (XXI) (32 Numeri). YAMATO è il nome nipponico del Giappone; l’altro, NIHON o NIPPON, è di origine cinese e geograficamente identifica quella parte pianeggiante che ha per capitale l’antica NARA, “NAY-TO” la capitale del sud.

L’idioma cinese fu per il Giappone ciò che per la lingua italiana era stato il latino; gli atti ufficiali e la letteratura dotta, erano espressi in quella lingua che era usata dai SAMURAI per comporre i loro HAYKU, mentre alle loro spose e concubine veniva lasciato “il volgare giapponese”; e questa tu una gran fortuna, infatti ad esse è attribuita l’invenzione del romanzo, MONOGOTARI, letteralmente “il racconto”. “JENJI MONOGOTARI” di MURASASHY, “IL RACCONTO DEL PRINCIPE SPLENDENTE”, ne è considerato il capostipite. Si tratta dei primi romanzi della letteratura mondiale, autentici capolavori, che ci hanno tramandato minuziose descrizioni della vita di corte, nella KYO-TO “capitale dell’ovest” fino al 1860, allorché l’imperatore si trasferì ad EDO, l’attuale TO-KYO “capitale dell’est.” Senza queste opere avremmo perso per sempre la mentalità che si era creata in quell’ambiente rarefatto e protetto della nobiltà curtense, che aveva raggiunto una raffinatezza culturale difficilmente riscontrabile in altre civiltà (siamo verso l’anno Mille; tutt’intorno è guerra e distruzione, regnano la violenza e l’ignoranza; eppure le poetesse giapponesi anticipano, di circa 500 anni, un genere che avrebbe conosciuto da noi la sua maturità solo nella seconda metà del XIX secolo.y4

YAMATO si chiamava l’ammiraglia della flotta nipponica, la corazzata più potente del mondo, orgoglio della Marina Imperiale, legata al leggendario ammiraglio YAMAMOTO che la comandò facendone il suo quartier generale durante la prima fase vittoriosa della guerra, quando insieme alle sue due gemelle era considerata inaffondabile. La sua gloriosa e tragica sorte, in un’ultima disperata missione suicida, segnò la fine definitiva del sogno giapponese della Grande Asia (era previsto che la nave si sarebbe dovuta incagliare sui bassi fondali intorno ad OKINAWA, per l’estrema difesa fissa del primo territorio metropolitano investito dagli Americani). Oggi è il nome di una corazzata spaziale in un “manga” di una nota serie di film televisivi. La rivista aveva una sua equivalente giapponese, “ITALIA”, con la stessa missione: far conoscere ai nipponici, alla ricerca di un modello, la cultura italiana ma, soprattutto, l’Etica e la Dottrina Fascista.

Pietro Silvio RIVETTA (TODDI).

Ci preme trarre dall’oblio l’uomo che di questa rivista fu l’inventore e l’animatore: il Conte PIETRO SILVIO RIVETTA, nato a Roma nel 1886. Insegnante di giapponese al Regio Istituto Superiore Orientale di Cultura, conoscitore di 14 lingue, personaggio di molteplici interessi, scrisse sul Giappone ed altre nazioni estremo orientali differenti testi che, tra il 1906 ed il 1920, furono stampati in quattro lingue (italiano, francese, inglese e tedesco) e spaziavano dal folclore al diritto, dalla fiaba all’arte, dalla calligrafia al Bushido, dalla storia alla religione, insomma su tutto quanto riguarda la sua grande passione di sempre. In particolare vanno ricordati due suoi libri della piena maturità editi dalla HOEPLI, sicuramente tra i più belli della letteratura mondiale: “IL PAESE DELL’EROICA FELICITÀ”, Milano 1941, XIX e “NIHONGO NO TEBIKI”, Milano 1943, XXI. Scritti con raffinato gusto ed arricchiti da tavole, disegni, calligrafie, foto e simboli, tali opere infusero in migliaia di Italiani, attraverso la scoperta di un difficile ma affascinante idioma, il desiderio di approfondire la conoscenza di un Paese carico di fascino misterioso. Sentiamo cosa dice sul nostro Autore e su un suo lavoro un amico, Arnoldo Farnese in YAMATO, anno 3° n°6, Giugno 1943 XXI (sintesi della presentazione al libro appena pubblicato):

“Non ho mai scritto articoli in vita mia perché non ho tempo e perché non li so scrivere; ma questa volta ci sono stato tirato per i capelli per un sentimento di solidarietà con l’amico Rivetta (Tod-di) e con la sua ultima pubblicazione “NIHONGO NO TEBIKI”, “Avviamento Facile alla Difficile Lingua Nipponica”; questo non è un articolo di propaganda, né una recensione, ma una difesa degli ideogrammi ingiustamente accusati dal grosso e piccolo pubblico di essere la causa delle difficoltà della lingua giapponese, ogni difesa è al tempo stesso un’accusa, con l’assoluzione verranno certamente condannati certi metodi di insegnamento da cui Nihongo no Tebiki, si è tenuto alla larga.

yamato854I popoli orientali hanno una mentalità completamente differente dagli occidentali, soprattutto i Figli del Sol Levante, che sono i più orientali degli orientali.

Il linguaggio è la manifestazione del pensiero di un popolo con una differenza, che tra noi il pensiero diventa lingua solo quando è stata ordinata ed imbrigliata da leggi, fonetiche, morfologiche e sintattiche che costituiscono l’intimo accordo e l’intima armonia del nostro pensiero, tanto che una persona appena colta avverte subito anche la più piccola stonatura derivante dalla trasgressione di una di queste leggi; altrettanto non si può dire per il giapponese. Il popolo giapponese è dunque sgrammaticato? Dal nostro punto di vista sì, ma il popolo giapponese ama elaborare una frase, un periodo con circonlocuzioni e perifrasi a volte complicatissime per conferirgli un certo che di indefinito, di vago, di etereo, tanto più lo sarà tanto più sarà apprezzato il suo dire od il suo scrivere. Questa lingua è regolata da una serie di particelle o proposizioni che possono assumere funzioni e significati svariati, negazione di tutte le nostre regole grammaticali e sintattiche, tanto da avermi indotto a coniare l’assioma “LA LINGUA GIAPPONESE SI INTERPRETA, NON SI TRADUCE”.

Per imparare la lingua bisogna imparare fin dai primi giorni a ragionare alla giapponese, in questa lingua tutte le regole sono sopraffatte dal fattore psicologico. Ma come si fa a ragionare alla giapponese? La cosa è più facile di quel che credete. Recatevi dal vostro libraio, chiedetegli di mostrarvi una copia del NIHONGO NO TEBIKI, vi darà 1′ impressione di avere tra le mani una rivista od un qualsiasi libro di amena lettura: illustrazioni, disegni, geometria, algebra, storia geografia, ecc: in altre parole vi troverete condensata l’originalità dell’autore. C’è quanto basta ad una persona colta ed intelligente per fargli capire di aver trovato il libro che cercava; dove tutto potrà trovare, meno che regole, regoloni, regolette, pesanti, pedanti, soporifere.”y3 copia

Non c’è nulla da aggiungere, salvo che l’autore di questo articolo aveva appena ultimato una grammatica giapponese, e si augurava che cessasse la penuria di carta per poterla pubblicare. Non sappiamo se questo suo desiderio sia stato esaudito. Cosa ci rimane della figura di Pietro Silvio Rivetta, di quest’uomo brillante e generoso? Tre righe e mezzo nel Novissimo Melzi, null’altro, né nella Treccani, né nel Dizionario degli Italiani illustri, nemmeno nelle enciclopedie. Solo alcuni suoi scritti, soprattutto libri attraverso i quali è tramandato un patrimonio, frutto del lavoro, dello studio e dell’esperienza in un percorso intenso ed intelligentissimo. Purtroppo nulla conosciamo della sua vita, salvo che di quel magico periodo che va dal 1938 al 1943 quando, Addetto Culturale del P.N.F., fu in missione a TOKYO, animatore della Società Amici del Giappone. Con grande spirito attivistico egli scriveva a getto continuo, su di uno stesso numero della sua rivista poteva comparire un suo editoriale non firmato, rubriche anonime o siglate P.S.R. oppure (T), oppure ancora firmate per esteso, come POLITICUS o come YAMATO. Indimenticabile la rubrica, presente su tutti i numeri, “BELLEZZE E CURIOSITÀ’ DELLA LINGUA NIPPONICA”. Un virtuosimo sul primo numero, “Dal Golfo di Napoli alla baia di Nagasaki”, viaggio via nave (un mese) dove il Nostro riesce a trovare i legami tra i due idiomi passando attraverso i suoni delle varie lingue dei porti intermedi. S’inizia così una serie di articoli, ininterrotta sino al luglio 1943, che immaginiamo fosse molto apprezzata dal suo pubblico, sicuramente la prima ad essere divorata attraverso una piacevole lettura. In questo periodo otto altri titoli – quattro dei quali dedicati al Giappone ed alla sua lingua – oltre ai due ricordati sopra, costituiscono la produzione libraria dell’Autore. Nello stesso tempo venne chiamato per numerosissime conferenze ed inaugurazioni di sedi provinciali della Società in tutta l’Italia: l’ultimo intervento di cui si ha notizia fu a Savona, al Teatro Chiabrera nel mese di giugno 1943.

L’ultimo numero della rivista porta la data del 1° agosto chiudendo questa straordinaria avventura durata solo trentadue mesi: nel numero precedente, quello di luglio, la tetra copertina nera che raffigura i fuochi d’artificio per la festa del KAWA-BIRAKI, “l’apertura del fiume Sumida”, è come uno strano presagio, mancano pochi giorni al colpo di Stato del 25 luglio. Le sue tracce si perdono per due anni. Ricompare a Roma nel 1946 con il “Benessere Integrale”, “Grafoterapia, tecnica della felicità”. Nel 1947, sempre a Roma con “Grammatica rivoluzionaria e ragionata della lingua italiana e di orientamento per lo studio delle lingue straniere” e “Geometria della realtà e inesistenza della morte”. L’ultimo suo libro, sempre tra quelli da noi conosciuti (Firenze 1951) è “Bussola Inglese d’orientamento linguistico e culturale”.

Dei suoi oltre cinquanta libri solo “I numeri quei simpaticoni” e “Che bella lingua il greco” verranno ristampati nel dopoguerra: il primo a Milano nel 1947, il secondo due volte (a Messina nel 1965 ed a Milano nel ’76).

Il saluto del ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini a "YAMATO"

Il saluto del ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini a “YAMATO”

Il saluto a "YAMATO" di Galeazzo Ciano, ministro degli Affari Esteri

Il saluto a “YAMATO” di Galeazzo Ciano, ministro degli Affari Esteri

 

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