Dossier Giappone – prima parte

Pubblichiamo in più parti il “Dossier Giappone” di Federico Goglio pubblicato su Storia del Novecento nel novembre 2005

DOSSIER GIAPPONE

IL GIAPPONE DI YUKIO MISHIMA

Mishima con Kawabata lo scrittore vincitore del Nobel

Mishima con Kawabata lo scrittore vincitore del Nobel

All’approssimarsi dei ricorrenti periodi festivi, i turisti occidentali manifestano l’abitudine di lasciarsi conquistare piuttosto passivamente da offerte last minute e occasioni afferrate sfogliando cataloghi e brochure patinate. Il Giappone, non meno di altre esotiche destinazioni, appare così un gigantesco, attraente concentrato di luoghi comuni. La psicologia di un popolo, come disse Yukio Mishima durante un congresso svoltosi dal 15 al 19 settembre del 1961 presso la California University, è difficilmente chiaribile anche da parte di chi, a buon titolo, la conosce e le appartiene. I turisti americani sbarcano sulle coste del Giappone convinti che le navi statunitensi che all’epoca dell’imminente restaurazione Meiji animarono il porto di Yokohama, abbiano insegnato adeguatamente ai “nippo” l’utilizzo della lingua parlata oltre oceano. Immaginate che meraviglia, per questi simpatici turisti che vestono camicione a fiori, che del Giappone conoscono a mala pena le Geishe, il Sushi e il Sashimi e che ammirano i monasteri di Kyoto con la stessa intensità con la quale rimangono estasiati di fronte ai “monumenti” di Disneyland, apprendere che i giapponesi in grado di parlare un buon inglese siano, ancora oggi, pochini. Proprio così: nella terra delle Honda e delle Kawasaki, dell’ingegneria di precisione e dell’informatica da esportazione, a parlare correttamente l’inglese non sono poi molti. Come dire: luoghi comuni…

Mishima in posa davanti al cartellone del suo film PATRIOTTISMO

Mishima in posa davanti al cartellone del suo film PATRIOTTISMO

MISHIMA E LA TRADIZIONE DEL RINNOVAMENTO

Il Giappone è povero di monumenti autentici. Il motivo va ricercato nella mentalità del popolo giapponese. Come sostenuto da Mishima, nel Paese del Sol Levante, infatti, la Tradizione esiste rinnovandosi di continuo e manifestandosi a cicli periodici. I segni tangibili della storia millenaria giapponese sono copie delle copie degli originali. La questione si spinge ben oltre dei semplici contorni estetici e formali. Come spiega Yukio Mishima, “sono più di dieci secoli che il grande tempio di Ise viene ricostruito ogni vent’anni, e in questo lasso di tempo è rinato cinquantanove volte; questo esempio mostra bene la concezione giapponese di Tradizione. In Occidente fra l’originale e la copia esiste una differenza abissale, in Giappone la copia esatta ha lo stesso valore dell’originale, diventa cioè l’originale successivo. Anche i famosi grandi monasteri di Kyoto sono stati incendiati chissà quante volte, e sono tutti ricostruiti. La Tradizione è come un cambio di stagione, la primavera di quest’anno è uguale a quella dell’anno scorso, l’autunno dell’anno scorso è uguale a quello di quest’anno”. Uno dei motivi che ha spinto Mishima a legarsi fortemente alla storia e cultura europea va ricercato, proprio, in quell’idea estetica estranea alla mentalità giapponese dell’unicità delle cose; del valore dell’originale; della supremazia della matrice rispetto all’elemento seriale. D’altro canto, però, la mentalità del popolo giapponese contempla un’altra dinamica peculiarità che Yukio Mishima considerava, a differenza dell’opera di continuo rinnovamento, estremamente positiva: una certa ricorrenza periodica degli elementi culturali e tradizionali. L’antica Tradizione del Giappone, per alcuni scomparsa definitivamente sotto ai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, “sta riprendendo vigore e attira verso sé una parte sempre più consistente delle nuove generazioni. Nel 1960 ha ripreso vita l’harakiri. Un monaco buddista, esasperato dalla politica del governo Kishi si è suicidato davanti alla residenza ufficiale del primo ministro. Non dovremo stupirci se sentiremo parlare di altri casi del genere. Alla fine probabilmente risusciteranno anche i samurai”.

Celebre foto di Mishima in posa interpretando fedelmente il San Sebastiano di Guido Reni

Celebre foto di Mishima in posa interpretando fedelmente il San Sebastiano di Guido Reni

COLONIZZAZIONI SPONTANEE

Yukio Mishima ha vissuto una vita contro corrente. Ha avuto il coraggio di denunciare, quando il mondo intero andava compatto verso altre direzioni, la caduta inarrestabile di valori tradizionali che avrebbe condotto il Giappone a una profonda frustrazione spirituale. Il binomio modernità-decadenza, per quanto non certamente nuovo o particolarmente originale, venne abbracciato da Mishima non prima, però, di essere stato lungamente analizzato. Le ragioni che stanno alla base dell’ultramodernismo giapponese vennero individuate con una grandissima lucidità dallo scrittore. La corsa verso il progresso, inarrestabile “cerca dell’oro” in grado di creare confini etici e culturali con il solo scopo di superarli, ha radici comuni che avvicinano tragicamente il Giappone all’Europa. Paradossalmente, non avere conosciuto colonizzazioni culturali imposte ma liberamente accettate (il riferimento è all’americanizzazione inarrestabile che sta disgregando da quasi un secolo il nocciolo culturale europeo quanto quello giapponese) ha portato inevitabilmente ad accogliere a braccia aperte mutamenti sociali e culturali senza che si manifestassero nostalgie per un passato senza dubbio ingombrante. “L’odio dei giapponesi per le cose vecchie forse deriva dal fatto che il Giappone non ha sofferto l’esperienza coloniale. Invece le colonie asiatiche e africane, che dopo la guerra sono diventate indipendenti, legano tutto ciò che è occidentale al ricordo odioso della colonia, e considerano non contaminate soltanto le usanze più antiche, verso cui nutrono amore e rispetto. Ma poiché l’occidentalizzazione del Giappone è stata una libera scelta, i giapponesi non hanno mai nutrito ostilità per treni, automobili, edifici di vetro e acciaio, né per frigoriferi, televisori o lavatrici. Accolgono tutto a braccia aperte. Le cose nuove sono sempre buone. A forza di circondarsi di prodotti nuovi, quando non riusciranno nemmeno a muoversi, i giapponesi si accorgeranno all’improvviso che le cose vecchie erano le migliori”.

FORMALITÀ GIAPPONESI

Il Duce fotografato all'Ambasciata Giapponese di Roma nel 1942

Il Duce fotografato all’Ambasciata Giapponese di Roma nel 1942

Provate a chiedere di Mishima a un giovane giapponese. Sorridendo vi risponderà che, pur non conoscendolo particolarmente, lo considera un grande scrittore. Formalità. Mishima ai giovani non piace. In Giappone, però, pochi dicono chiaramente ciò che pensano. Lo scrittore giapponese sintetizzava: “I giapponesi  quando vanno a trovare qualcuno regalano grosse scatole di frutta, sorridono, fanno un centinaio di inchini perché, tornando a casa, possano dire a se stessi “ho rispettato le buone maniere” e avvertire un senso di liberazione. A quel punto possono anche non mettere più piede in quella casa per tutta la vita”. Fu uno scrittore scomodo, Yukio Mishima. Denunciò un’epoca. Denunciò il rammollimento del suo stesso popolo. Le sue idee radicali gli procurarono un isolamento intellettuale già prima che si togliesse la vita con quel gesto folle, e, per questo, così geniale e poetico del seppuku. Lanciò il suo scandalo al mondo intero senza che in molti ne carpissero la denuncia ed il significato. Ma chi può dire con certezza che Mishima si sbagliasse a giudicare il Giappone peculiare nelle sue ricorrenze? Potrebbe anche succedere, ironia della sorte, che questo Paese così difficile, così distante e contraddittorio, questo Paese che partorisce, oggi, figli distratti e poco attenti alle tradizioni e alla Storia della propria terra, un bel giorno decida di riscoprire quel figlio, Mishima, così autentico e così profondamente giapponese da non sembrare nemmeno vero. Una ricorrenza, già… come se il tempo si fosse, a lungo, fermato; come svegliarsi dopo una notte passata a sognare una finta realtà che si interrompe bruscamente con il suono della sveglia e le prime luci del giorno. Allora, in quel tempo di ricorrenze, il giudizio sulla vita e sulle opere di quel figlio troppo sbrigativamente rinnegato non sarà più inficiato dall’alone della formalità nipponica. Sarà un giudizio sincero e sereno. E anche della formalità giapponese non resterà altro che dire: luoghi comuni…

seconda parte

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