Dossier Giappone – terza e ultima parte

seconda parte

1936: NEL SEGNO DELL’IMPERATORE

Notte di marzo.

Un vento proveniente dai quadranti meridionali sbatte incessantemente contro le persiane cigolanti di case bagnate dalla pioggia.

Mishima in una sua tipica posa occidentale

Mishima in una sua tipica posa occidentale

Mentre le nubi scaricano la loro forza con scrosci improvvisi di pioggia e chiarori notturni di lampi, radunati in una stanza si trovano alcuni uomini. Tra di loro c’è Yukio Mishima. Il piccolo gruppo si è radunato con lo scopo di rievocare dei kami di grado superiore, ossia degli Spiriti di defunti che in vita mostrarono di possedere talento e virtù.

Il professor Kimura, esperto di riti di venerazione scintoista, dirige la seduta servendosi di un giovane medium cieco. La bufera infuria all’esterno della casa. Le piante, sferzate dalle raffiche impetuose di vento, si piegano a tal punto da sembrare fedeli in preghiera. All’improvviso,  quando  la  furia  della tempesta sembra raggiungere il suo apice e i riti della seduta spiritica hanno ormai avuto inizio, Kimura riesce a prendere contatto con l’aldilà. Mishima, spaventato, non crede a ciò che sta accadendo: il giovane medium, in preda a spasmi e dolori fisici, ha cambiato voce e fisionomia. A parlare non è più lui. In un primo momento, a prendere contatto con il mondo dei vivi, è il Kami di un giovane ufficiale dell’esercito giapponese morto nell’anno 1936.

Il 26 febbraio dell’anno 1936 un drappello di ufficiali dell’esercito imperiale giapponese si rivolta tentando di portare a termine un vero e proprio putsch. L’obiettivo del colpo di Stato è restituire pieni poteri all’Imperatore facendo piazza pulita dell’establishment governativo, accusato di corruzione e di politiche antisociali e antinazionali. Il tentativo di colpo di Stato termina in un bagno di sangue: l’Imperatore, paradossalmente, non sostiene la rivolta preferendo reprimerla con le armi. Il Kami, lo spirito di un giovane ufficiale ribelle del 1936, rievocato durante la seduta spiritica, delinea con chiarezza i contorni ideali di quel gesto folle nella forma ma lucido nella sostanza:

Mishima in viaggio a New York insieme alla moglie Yoko

Mishima in viaggio a New York insieme alla moglie Yoko

“Allora Sua Maestà l’Imperatore aveva trentacinque anni. Era attorniato dalla rugosa razionalità di vecchi ministri e dalla loro cauta astuzia. In passato non aveva mai mancato di chinarsi sul sangue purpureo versato dai giovani guerrieri per proteggere la Sua Preziosa Persona. La povertà e la sofferenza del popolo erano state allontanate dal suo Volto di Drago ed egli era soffocato dalle innumerevoli spire di mostri, mediocri funzionari, plebaglia che si curava soltanto di isolarlo dal popolo, incapace di osare ardite decisioni, vile, inconsapevole causa dei futuri disastri, o cospiratori crudeli, pronti ad agire spietatamente, o ambiziosi arrivisti. L’Imperatore non udiva i fedeli sospiri dei giovani ignoti che giacevano in un angolo delle caserme sepolte dalla bruma. La patria era per noi un’unione di spirito e di sangue, una violenta gioia nell’amore per l’Imperatore, che non poteva non ricambiarlo. Ma lui era remoto, mostri spaventevoli l’avevano sequestrato, e ormai ci appariva come un puro, malinconico prigioniero. Quei mostri sputavano fiamme, si nutrivano di carne umana, si aggiravano ovunque ringhiando, segregavano l’Imperatore nel suo palazzo fingendo di proteggerlo. (…) Noi volevamo annientare quei mostri e salvare l’Imperatore. Solo così il popolo sarebbe stato liberato dalle sue terribili sofferenze, e i soldati avrebbero potuto proteggere arditamente, senza alcuna remora, la patria. Formammo così un drappello di prodi. Pensate! In quel giorno nevoso la forza della Restaurazione, rimasta latente nel fondo della nostra storia, operava per preparare un dialogo, così raro, fra l’Imperatore e il suo popolo, fra la Divinità e gli uomini, fra colui che sedeva sul trono delle dieci virtù e i giovani valorosi. Pensate! (…)

Una foto splendita tratta dal volume fotografico di Eikoh Hosoe intitolato BARAKEI

Una foto splendita tratta dal volume fotografico di Eikoh Hosoe intitolato BARAKEI

Ma in quel tempo l’Imperatore vagava nel suo ombroso palazzo e prestava ascolto ai discorsi insensati delle timorose persone del suo seguito. Le inquietudini del popolo gli venivano portate da numerose mani e lì stagnavano trasformandosi in inquietudini di palazzo. Così l’Imperatore, ricevendo il ministro della guerra, disse: “Convocate l’ufficiale incaricato delle leggi marziali e trasmettetegli i nostri ordini. Che la situazione venga rapidamente riportata alla normalità. Se vi saranno ulteriori indugi, ci porremo noi stessi alla testa della divisione Konoe per reprimere la rivolta.” Quel medesimo giorno, a chi di noi chiese un ordine imperiale che ci consentisse il seppuku, Sua Maestà rispose: “Se vogliono suicidarsi, lo facciano. Ma noi non glielo ordineremo”. L’odio di Sua Maestà verso di noi non aveva dunque limiti. I corrotti ministri seppero sfruttare il suo odio e trovarono la giustificazione politica per metterci al muro”.

IL TRADIMENTO DI SUA MAESTÀ

Mishima si soffermò moltissimo sui fatti avvenuti il 26 febbraio del 1936. Pur essendo, all’epoca della rivolta dei giovani ufficiali, troppo giovane per coglierne l’importanza e la drammaticità, lo scrittore ebbe modo di ritornare, successivamente, sui quei fatti. Il cosiddetto niniro-kujiken (l’incidente del 26 febbraio) segnò Mishima a tal punto che lo scrittore sentì la necessità di dedicargli tre opere distinte (che andarono poi, inevitabilmente, a costituire una trilogia): Patriottismo, I crisantemi del decimo giorno, La voce degli spiriti eroici. La rivolta del 1936 assunse, agli occhi di Mishima, due dimensioni opposte: da un lato emerse chiaramente la negatività di un gesto, quello che portò l’Imperatore a non appoggiare paradossalmente un’azione intrapresa proprio per lui, dall’altro la positività dell’agire puro ed eroico di un gruppo di giovani soldati. “L’assoluta purezza, l’ardimento, la gioventù, la morte, tutto corrispondeva al modello leggendario dell’eroe e il loro fallimento e la loro morte li trasformavano in autentici eroi. Essi non potevano infangare quel che di più elevato e di più bello albergava in loro. Avrebbero forse ottenuto, infangandolo, un qualche successo, invece si annientarono con le loro stesse mani per il valore che onoravano sopra ogni altro: la purezza.”

Il tradimento dell’Imperatore fu analogo, agli occhi di Yukio Mishima, nel momento in cui, a seguito della sconfitta subita durante il secondo conflitto mondiale, firmò la dichiarazione di non divinità. La discesa dell’Imperatore a rango di comune umano, secondo Mishima, costituì la base stessa della disgregazione del Giappone autentico. Dio è morto, denunciò lo scrittore giapponese, e con lui tutto il sistema culturale piramidale che esso reggeva. Al tempo stesso, oltre che far sprofondare la società giapponese in un relativismo che l’avrebbe condotta alla perdita dei valori tradizionali e all’inevitabile allontanamento dalla sua storia, il gesto dell’Imperatore fu un vero e proprio tradimento perpetrato a danno di coloro che avevano offerto la propria vita per la difesa dell’assolutismo tradizionale.

Fino al giorno dell'impiccaggione il generale Tojo fu costretto a mangiare senza posate, nel timore che rinnovasse i tentativi di suicidio

Fino al giorno dell’impiccaggione il generale Tojo fu costretto a mangiare senza posate, nel timore che rinnovasse i tentativi di suicidio

In quest’ottica vanno interpretate le fortissime critiche che Mishima mosse all’Imperatore e non, si badi bene, al sistema imperiale che egli voleva mantenere in vita più di ogni altra cosa. Paradossalmente, infatti, fu proprio l’Imperatore stesso a disgregare il sistema imperiale: prima (nel 1936) rifiutando che i giovani ufficiali gli restituissero i pieni poteri, poi, con il 1945, accettando il relativismo politico che lo declassava a figura simbolica priva di potere e priva di alcuna importanza religiosa. L’aspetto curioso delle critiche mishimiane rivolte all’autolesionista comportamento imperiale fu costituito dall’atteggiamento tenuto dall’ottusa e formalissima estrema destra giapponese: Mishima venne pesantemente attaccato dai movimenti più radicali perché aveva avuto la presunzione di muovere critiche all’Imperatore! Un gruppuscolo di estrema destra, scandalizzato dal fatto che Mishima avesse osato contestare l’agire dell’Imperatore (per quanto paradossale e a favore di quel relativismo politico che quegli stessi gruppi condannavano violentemente!) arrivarono a minacciare pubblicamente di morte lo scrittore. Qualche anno più tardi, la destra giapponese ammise l’incredibile errore di valutazione fatto nei confronti di Mishima, cominciando (a partire dai primi anni sessanta) a sostenere incondizionatamente l’attività dello scrittore e del Tatenokai, il corpo paramilitare da lui fondato e diretto.

Quello che accadde il 26 febbraio del 1936 rappresentò, per certi versi, la fine di un’epoca. Certamente si può sostenere che la vera e propria morte dell’Imperatore si consumò con le imposizioni e le democratiche pretese americane del 1945 ma è innegabile che il gesto degli ufficiali del niniroku jiken vada inquadrato in un’ottica di fedeltà di stampo medioevale che non si ripresentò, con le medesime caratteristiche, neppure nella lucida follia dell’epopea dei piloti kamikaze. Non fu un caso che Yukio Mishima seppe riscoprire l’ardimento, il fuoco e, anche, la tragica razionalità che stavano alla base di questo gesto eclatante e disperato.

Mishima seduto insieme ai membri del direttivo dell'Associazione degli scudi

Mishima seduto insieme ai membri del direttivo dell’Associazione degli scudi

L’ultimo gesto, l’estrema ratio, il salto nel buio verso l’ignoto profondo. Le tre opere mishimiane dedicate ai fatti consumati in quel tragico inverno nevoso hanno un unico, comune denominatore: l’esaltazione dell’estetica della forza e della purezza ideale. Le immagini sono nitide, i cieli sono azzurri, la neve è bianchissima. I corpi sono plastici, i muscoli in costante trazione, gli sguardi puntano l’orizzonte lasciandosi abbagliare dal riverbero solare. Tutto è estetica, tutto è bellezza: la vita, la morte, la gioventù e la violenza.

L’esaltazione di quei giovani che seppero morire così facilmente, così violentemente e serenamente riporta, inevitabilmente, il cuore a quello che fu l’attimo finale, l’atto conclusivo, della vita di Yukio Mishima. A quel seppuku, a quell’incredibile e affascinante gesto sbattuto in faccia a chi pretendeva di comprendere e ammirare lo scrittore arrogandosi il diritto di ignorare o biasimare il guerriero. E ci riporta il cuore anche a quei componimenti, fatti di poche commoventi parole, lasciati a riposare sulla scrivania di casa il giorno stesso del pubblico suicidio: “prima delle discendenze e degli uomini / riluttanti a svanire / si disperdono i fiori con la bufera che soffia nella notte.”6m

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