Socializzazione

Il decreto del Duce per la socializzazione delle imprese

Le finalità del provvedimento: accompagnare l’azione delle armi con l’affermazione di un’idea politica, rivendicare la concezione mussoliniana di una più alta giustizia sociale e di una più equa distribuzione della ricchezza, contrapporre alia concezione del capitalismo di Stato la collaborazione del capitale e del lavoro alla vita dello Stato

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IL CAPITALE STRUMENTO DEL LAVORO

La "Gazzetta Ufficiale" del 26 febbraio 1945 contenente i decreti di Socializzazione di alcune grandi aziende

La “Gazzetta Ufficiale” del 26 febbraio 1945 contenente i decreti di Socializzazione di alcune grandi aziende

Il 12 febbraio del 1944 l’agenzia Stefani distribuiva ai giornali un fascio di veline riguardanti la Socializzazione. Il decreto legislativo pertinente condensava in 45 articoli l’argomento, previsto e contemplato qualche mese prima nel programma di Verona agli articoli 9 e seguenti, relativi alla materia sociale. La Socializzazione non poté essere compiutamente attuata per quattro ragioni: prima di tutto, la guerra in casa; secondo, il processo tecnico-burocratico non poteva compiersi in meno di tre mesi; terzo, l’ostilità degli industriali, che avvertivano un chiaro freno al proprio arbitrio; ultimo, la diffidenza degli stessi tedeschi, alcuni dei quali vedevano nella Socializzazione uno spostamento “a sinistra”, mentre altri, meno ottusi, ritenevano semplicemente che qualsiasi mutamento di carattere aziendale non fosse opportuno in quelle circostanze, in quanto avrebbe comportato riflessi negativi sulla produzione bellica.

Ci sembra opportuno, di fronte ad un argomento generalmente trascurato anche dagli studiosi e pertanto ai più sconosciuto pur rivestendo un’estrema attualità, concludere riportando in tema le chiare parole del prefetto di Torino Davide Fossa alla vigilia dei Corsi di Preparazione all’Economia Socializzata (febbraio-aprile 1945, a cura del P.F.R. di Torino). Si rifletta sull’anno, il 1945: gli Alleati minacciano la Pianura Padana e ogni residua speranza di vittoria è da tempo sfumata, e tuttavia esistono persone di fede ma non accecate dalla fazione, uomini magnanimi che continuano ad operare mettendo l’ingegno al servizio del Paese: «S’iniziano oggi a Torino le lezioni del Corso di Preparazione alla Economia Socializzata, corso organizzato per il secondo anno dalla Federazione dei Fasci Repubblicani. […] Il Corso non avrà certamente un carattere di politica di partito».

La Repubblica Sociale Italiana sorta da una grande catastrofe, la più grande che il nostro popolo abbia conosciuto nei millenni della sua Storia, fonda nel lavoro la ragione della sua vita. Già la voce del Capo – ricordate camerati torinesi, la voce di Mussolini da Monaco, dopo il silenzio dei quarantacinque giorni – aveva enunciato il programma: “Fare del Lavoro finalmente il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”.

Si è partiti da questa premessa per fondare lo Stato del Lavoro.

Secondo taluna gente questo a-spetto sociale, decisamente sociale, del Fascismo Repubblicano non era determinato che da condizioni di carattere contingente. Si è osato parlare di improvvisazione di fronte alla gravità della situazione politico-militare, di dispetto contro categorie, caste, gruppi verso i quali si volevano assumere, per ragioni polemiche, posizioni di ostilità. Errore, marchiano errore!

Sin dal lontano 1919, Mussolini, parlando agli operai di Dalmine che avevano occupato le fabbriche, innalzando la Bandiera tricolore e avevano continuato il lavoro chiamando vicino a loro a guida, a sostegno ed a controllo, ingegneri e tecnici, già allora Mussolini dichiarava «che il lavoro doveva essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione». Nel novembre del 1943 nel Manifesto di Verona l’affermazione è uguale: “Base della Repubblica il Lavoro”. […]

Quanto cammino e quanta storia: dalla lotta di classe, dagli scioperi, dalle serrate, dalla rissa economica fra i diversi elementi della produzione, alla affermazione del Duce al Delegato del Partito Fascista Repubblicano per il Piemonte: “Il Lavoro, non è più strumento del capitale, ma è il capitale strumento del Lavoro” […] Ricordiamo col Duce come «in una società organizzata siano ugualmente necessari il capitale come strumento, la tecnica, le maestranze. L’accordo dà la pace sociale, la pace sociale assicura la continuità del lavoro, la continuità del lavoro determina il benessere singolo e collettivo. Le formule economiche sociali del Fascismo si contrappongono ugualmente alle insufficienze ed agli egoismi della economia liberale, alle esasperazioni, al totalitarismo, alla burocratizzazione, al livellamento in basso del comunismo. […]

Il seme è gettato. Gli altri popoli fatalmente passeranno dove siamo già passati.

Stolto od in mala fede sarebbe, vedere nella Socializzazione il supremo tentativo di salvamento di un Uomo o di un Partito. Ogni programma politico comprende oggi il postulato della socializzazione. Esso si fa strada ovunque, è un’esigenza del nostro tempo. E la nuova formula, qualunque cosa accada in questo nostro tempo tormentato, resta come punto di riferimento e di orientamento per gli sviluppi della civiltà sociale avvenire.

[…] Ma comunque dopo la guerra, vincerà la pace quella idea attorno alla quale gli uomini potranno riordinare e costruire la vita sconvolta dall’immane tragedia».

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