Tenace, volitivo, ardito. Il generale scipionico d’Italia (da Signal)

Tenace, volitivo, ardito

Il generale scipionico d’Italia

gr11935. Sosta nel deserto. I soldati hanno rotto le righe. Sui loro volti si può leggere tutta là durezza della guerra combattuta nel deserto. Essi sono assetati. Lì vicino scorre un ruscello ma il comandante ha proibito di bere poiché si teme che l’acqua sia stata avvelenata dal nemico. In ufficiale gli annuncia: «Le truppe sono fiacche, hanno sete».

Il comandante a cui queste, parole sono rivolte fissa severamente in volto ognuno. I suoi occhi esprimono l’ardore del combattente nato. A lenti passi, passando attraverso i suoi soldati, egli va verso il ruscello, non senza osservare ancora tutti attentamente. La sua bocca, dal taglio sottile, rivela il carattere di questo taciturno soldato; «Non parlare ma soltanto agire», è la sua divisa. Egli afferra un elmo coloniale, lo riempie d’acqua. In porta alla bocca e beve. I soldati lo imitano.

Il Maresciallo riprende la marcia e le colonne lo seguono in silenzio…

Il Maresciallo e figlio di un modesto medico condotto del piccolo comune di Affile, presso Roma, è Rodolfo Oraziani. Una rinomanza leggendaria lo circonda. La sua alta e maschia persona sembra sprigioni la vampa, infocata del deserto.

Tutta una vita di combattimento

Nel 1908 l’allora ventiseienne tenente si reca per la prima volta in Africa. Il fascino del Continente Nero non doveva poi più lasciarlo. Nel 1913 gli viene affidato il comando di un’unita in Libia. Il sentimento del dovere si trasforma in lui in passione. Ma la guerra mondiale richiama il giovane capitano sui campi di battaglia europei e quando essa finisce, egli sveste l’uniforme di colonnello e ritorna alla sua terra. Stomacato dalle trattative di pace, che non tengono conto dei diritti acquisiti dall’Italia, egli fa le valige e si reca nel Caucaso ed in Oriente.

Nel luglio 1921 la Patria lo richiama. Si inizia la lotta contro i ribelli in Africa. Le esperienze e le cognizioni ch’egli ha acquistato precedentemente ne fanno un perfetto conoscitore della guerra del deserto. La pace è tosto ristabilita e Graziani ritorna a dedicarsi alle sue  occupazioni private.

Nella quiete della sua casa egli scrive i libri delle campagne libiche.

1935: Abissinia. La Patria ha ancora bisogno di lui. Egli sa infatti comprendere meglio d’ogni altro la psicologia delle popolazioni nere e conosce il fascino dei segreti africani. Neghelli ed Harrar. sono due sole delle tappe gloriose fra le molte battaglie che permetteranno a Badoglio di entrare ad Addis Abeba. Nel trionfo che Roma tributa ai vincitori, Badoglio raccoglie gli onori. Graziani, che è un soldato rimane al suo posto, fra i suoi soldati in Africa.

1939: Scoppia una nuova guerra. Il Duce gli affida il compito di difendere la Libia. Egli accetta ma è ancora dolorante per le ferite riportate nell’attentato di Addis-Abeba; nessun sonnifero riesce a vincere la sua insonnia. L’uomo che fu battuto a Sidi el Barrani e dovette battere in ritirata a Tobruck non era né un vile né un inetto ma soltanto un ammalato grave. Inoltre le autorità militari in Patria non gli avevano inviato il materiale bellico insistentemente richiesto. Badoglio era a quell’epoca Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e l’atteggiamento tenuto nei confronti di Graziani fu — oggi ne siamo edotti — il primo atto del suo tradimento.

Settembre 1943: Mussolini costituisce il Governo. Per la terza volta il Duce si rivolge al suo Maresciallo. Graziani è nominato Ministro per la Difesa Nazionale. A 61 anni egli riprende la lotta per l’Italia. E l’ora più grave per la Patria, ed il traditore Badoglio ha distrutto in poche ore la sua quarantennale opera coloniale.

Lo stratega

Graziani, esploratore africano e pioniere fra i colonizzatori, ha applicalo metodi completamente inediti nella guerra coloniale. Egli creò le «zone morte» attorno alle tribù ribelli, obbligandole poi alla resa oppure ad abbandonare il territorio, che doveva venir pacificato. A lui si deve pure la costruzione del «muro nel deserto», la palizzata infilo di ferro spinato. Gli indigeni lo chiamarono «il diavolo bianco» e si arruolarono al suo comando. Conoscendo la loro lingua, egli era in grado di parlar loro e sapeva soprattutto guadagnarsi il loro affetto. I suoi amici sono fieri di lui, i suoi nemici lo temono.

Quest’ultimi gli rinfacciarono d’essere crudele nei suoi verdetti. Egli stesso rispose: «Sovente ho interrogato la mia coscienza sulle crudeltà, sulle violenze e sul terrore che mi si attribuisce. Non ho mai potuto dormire tanto tranquillo come in quelle sere in cui mi sono posto tale domanda. So dalla Storia di tutti i tempi che non si può costruire nulla di nuovo senza annientare, in lutto od in parte, il passato che non si adatta alle esigenze dell’avvenire». Onesto e l’imperativo dell’ora. Egli dovrà gettare sulla bilancia tutta la sua durezza e tutta la sua equità, che ne fanno un classico soldato d’Italia, per cancellare la vergogna inflitta da un re e da un generale traditore alla Patria.

Il retaggio dell’antichità

Graziani patirebbe chiamarsi un romano. Il suo profilo soldatesco è quello di un romano. La sua persona è una sintesi fra un console romano ed un contadino, fra un conquistatore coloniale ed un condottiero medioevale. Essa rievoca molti nomi del passalo. La guerra fra Cesare e Pompeo, Colleoni e soprattutto Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale, rivivono. In una sol cosa Graziani si differenzia dai conquistatori coloniali: nella sua mistica romana. Graziani crede con fervore quasi religioso alla missione civilizzatrice di Boma. Dai primi anni di fascismo egli vide in Mussolini l’uomo ideale per la realizzazione di tale missione. Egli impose inflessibilmente alle terre conquistate le leggi, dure ma giuste della pax romana Gli indigeni, che da principio credettero di trovarsi di fronte ad un uomo preso dalla febbre della dominazione, impararono a conoscerlo e ad apprezzarlo.

Dovettero passare quasi 2000 anni prima che Roma ritornasse in Africa. Duemila anni, prima che Roma potesse nuovamente attribuire ad un suo generale quel titolo che prima di luì soltanto Scipione aveva portato, quel titolo in cui si fondono l’infinita vastità del continente nero, l’intenso ardore del sole tropicale, l’inflessibile durezza del soldato e l’avvincente popolarità di un tribuno del popolo: Graziani, l’Africano.

La sua popolarità fra il popolo italiano è favolosa. Assumendo i compiti nel governo di recente formazione, Graziani ha prosciolto ogni soldato italiano dal giuramento prestato al re. Egli incorpora il nuovo impero romano ed interpreta i sentimenti di ogni vero soldato italiano.

Ne ebbi una prova nelle critiche giornate di settembre.

In una radiosa mattinata, gli operai di un campo-alloggio italiano in Germania si sono radunati attorno ai loro fiduciari. Molti di essi recano sul petto i segni del valore: decorazioni conquistale nella prima guerra mondiale, in Abissinia, in Spagna. Uno è fregialo di un cimelio coloniale in miniatura. Lo interrogo:

«Combattente d’Abissinia?»

«Sì».

«Hai parenti?»

«La moglie e quattro bambini.

«Vuoi riprendere le armi?»

«Sì. ora che il Duce è liberato e Oraziani è tornato!»

Queste parole sono la professione di fede del popolo italiano per gli uomini chiamati a realizzare il retaggio dell’antichità.

Share

Comments are closed.