Soldato dell’Est (tratto da Signal)

Soldato dell’Est

Per affrontare l'assalto. Il granatiere ficca nell'otturatore un nuovo caricatore a lastrina

Per affrontare l’assalto. Il granatiere ficca nell’otturatore un nuovo caricatore a lastrina

Erano le due del pomeriggio d’una domenica. Me ne stavo nel corridoio d’un treno che filava verso la patria. Ad un certo punto mi apparve involontariamente davanti agli occhi una scena, la scena, cioè che rivedo tutte le volte che per caso guardo un orologio alle due della domenica. Fu durante il primo duro inverno di guerra nell’Est. Col ventre a terra, contro il pavimento della carlinga d’un apparecchio da combattimento tedesco, un He 111, scrutavo verso il basso. Volavamo a quota molto bassa, a 250 metri. Una cinquantina di metri sopra di noi c’erano delle nubi spessissime Non appena ci alzavamo e penetravamo in esse la macchina si copriva di ghiaccio. Uno strato di ghiaccio che in breve diventava molto spesso si formava agli orli delle ali e le lastre della torretta della carlinga diventavano dopo pochi minuti opache da costringere il pilota ad abbassare al più presto la macchina in volo cieco. Poi lentamente, attorno a noi si ristabiliva la luce. Dunque non ci era possibile trovare nelle nuvole riparo dalla caccia o dall’antiaerea. Volavamo sopra quel deserto di neve soli soli. Né una foresta, né un albero, né una montagna interrompeva la bianca superficie dal luccichio incerto che sembrava interminabile. Ogni 20 chilometri sorvolavamo un villaggio che per lo più consisteva di due o tre dozzine di capanne di fango. All’improvviso apparve una lunga striscia nera verso la quale ci dirigemmo. .Si trattava d’una colonna di veicoli, un battaglione di granatieri tedeschi che cercava d’aprirsi un varco a badilate nella neve dell’altezza d’un uomo. Barcollammo e dopo un breve giro proseguimmo il nostro viaggio.

Di nuovo sopra villaggi. Ma nessuna traccia di bolscevichi, nessun veicolo davanti a case che ne indicasse la presenza. Finalmente uno di noi scorse in lontananza dei punti scuri. Filammo verso quella direzione e nell’avvicinarci distinguemmo le uniformi verdastre d’una trentina di soldati tedeschi che sì sforzavano di farsi strada nella neve. Di quando in quando uno di loro riusciva a percorrere qualche metro procedendo a salti. Quando all’altezza di 10 metri passammo sopra la loro linea irregolare, alcuni di loro si voltarono e ci fecero dei segni di saluti. Il termometro esterno della macchina segnava 42 gradi centigradi sotto zero.

Sul Mare Artico. Una ronda durante il quotidiano servizio di pattuglia lungo la costa

Sul Mare Artico. Una ronda durante il quotidiano servizio di pattuglia lungo la costa

A 300 o 400 metri dalla linea tedesca giaceva una compagnia bolscevica distribuita nel terreno per altrettanti 300 o 400 metri. I cappotti color terra dei bolscevichi spiccavano dallo sfondo della neve non meno delle uniformi dei soldati tedeschi. Una virata: gli sportelli delle bombe furono aperti e la lunga fila dei sovietici fu sorvolata all’altezza più indicata per l’attacco.

Le bombe piovvero fra di loro ad una ventina di metri. Allorché il fumo si fu diradato i bolscevichi giacevano alla rinfusa intorno agli scuri crateri. Ma perché non intervenivano i nostri? Perché non approfittavano della confusione del nemico per far prigionieri i pochi superstiti? Laggiù, al limitare del villaggio, lampeggiava. Dalle prime case, gremite di bolscevichi, si iniziò una sparatoria contro i nostri a terra e contro di noi. Noi gettammo le nostre ultime bombe sopra quelle case e ci allontanammo dirigendoci verso casa. Verso l’estremità del villaggio scorgemmo tre carri armati sovietici che spietatamente sfondavano travi e pareti fangose di altrettante capanne coll’evidente intento di nascondervi per sfuggire alla vista degli aviatori. Donne e bambini scappavano nel campo spaventati. Purtroppo non disponevamo più di bombe per i carri armati. In quell’istante di quella domenica diedi un’occhiata all’orologio: erano le due e dieci.

Dopo un giorno di battaglia. Gli autocarri corazzati si incontrano sotto i raggi obliqui del crepuscolo

Dopo un giorno di battaglia. Gli autocarri corazzati si incontrano sotto i raggi obliqui del crepuscolo

Questo fu l’episodio che affiorò alla mia mente nel treno che mi riportava in patria per una breve licenza. Forse il soldato che da un paio d’ore se ne stava ostinatamente al finestrino contribuì a ricordarmelo. Era un rozzo combattente che più volte doveva aver visto il nemico in viso ed aver dato prova del suo coraggio. Aveva trascorso due inverni in trincea ed aveva marcialo durante due estati attraverso il calore e la polvere, affrontando la fame, la sete ed il tempo più infunante, e facendo conoscenza con la miseria più nera. Si era certo fatto duro. Ma qui al finestrino dello scompartimento lungo le gote gli colarono due lacrime. Non perché avesse riveduto le graziose casette della Slesia, con i suoi poetici paesaggi collinosi, ma semplicemente perché aveva scorto due bambini, due bambini ben lavati e ben vestiti che lieti e sorridenti facevano cenni di saluto al treno che passava.

PK: Cronista di guerra E. Baa.

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