Léon Joseph Marie Ignace Degrelle (Bouillon, 15 giugno 1906 – Málaga, 31 marzo 1994)

Thule il contribuito in ricordo di Degrelle, l’ha iniziato a dare con questa traduzione inedita iniziata sulla sua rivista – liberamente scaricabile – dal novembre 2011. E ancora continua… Basta registrarsi al sito, entrare nella sezione download e scaricare le riviste.


Lo studio serio non si basa sul calendario di Frate Indovino. ML

Nel 1976, Jean-Michel Charlier, giornalista e storico, autore di grandi inchieste per la Televisione francese, venne incaricato di realizzare un ritratto-intervista in due puntate di Léon Degrelle, l’ultimo Volksführer nominato da Hitler che all’epoca fosse ancora vivo. L’intervista, realizzata in Spagna, dove viveva l’ex capo di Rex, sarebbe dovuta andare in onda in Francia nel 1978 su FR-3. Dopo la presentazione in Belgio e in Francia davanti a un pubblico di giornalisti, critici, storici e specialisti, venne deprogrammata dalla rete con una misura di censura, dietro alla quale pare ci fossero pressioni politiche del governo (che allora vedeva il neogollista Raymond Barre come primo ministro e il repubblicano Valéry Giscard d’Estaing come presidente della repubblica). Dal maglio della censura si salvò una copia del nastro, che arrivò sulle televisioni di altri Paesi e che da anni è in circolazione in video e sul web. Qui vogliamo offrire la traduzione del testo integrale dell’intervista, così come Jean-Michel Charlier la consegnò per “Leon Degrelle: persiste et signe”, il libro – edito nel 1985 dalle edizioni Jean Pollec – che raccoglieva quella lunga e dettagliata conversazione.

 

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

Il giovane Degrelle

 

Degrelle, Crociato di nascita – Una famiglia, prima del 1914 – Un futuro primo ministro – Il vecchio Pétain e il piccolo Léon Degrelle – Fuori dalla conca di Bouillon – Léon Degrelle, figlio di Francese – L’Europa in bicicletta – Degrelle e i Gesuiti – I suoi maestri politici – La passione sociale – Primo libro a tredici anni, secondo libro a sedici anni – Vandervelde, presidente dell’Internazionale, scopre Degrelle – L’amicizia del cardinal Mercier – Degrelle, promotore dello scontro Vaticano-Maurras.

 

 

Domanda. Léon Degrelle, mi può descrivere com’era il suo ambiente familiare? Ciò che ha determinato la sua successiva carriera?

 

Risposta. Sono nato il 15 giugno 1906 in fondo all’Ardenna belga, a tre chilometri dalla frontiera francese, a Bouillon. La nostra casa e il nostro giardino stavano sulla riva del Semois, un fiume pieno di trote e di lucci, di fronte all’enorme castello feudale di Goffredo di Buglione, colui che fu capo della Prima Crociata. Così, fin dai miei primi attimi di vita fui immerso nel clima delle Crociate! Sono partito alla conquista della Russia sovietica nel 1941, così come il mio predecessore di Bouillon era andato a prendere d’assalto Gerusalemme nel 1099!

Anche il paesaggio delle Ardenne mi incitava alla grandezza. Ovunque, delle valli nere. I grandi boschi rossi cantati da Verlaine, la cui famiglia era originaria di Paliseul, a quattordici chilometri al nord di Bouillon. Così come Rimbaud era nato a Charleville, a trentacinque chilometri a sud.

Tuttavia, il fatto di nascere in fondo ai boschi delle Ardenne, vicino a un fiume pieno di vita e ai piedi dell’antica fortezza di un crociato, non prefigura necessariamente un grande destino. In questa stretta valle sono nati migliaia di pacifici abitanti di Bouillon, che certo non hanno tentato in seguito di portare la rivoluzione nella loro epoca!

Da piccolo, non ho neppure beneficiato di una serie di insegnanti eccezionali. All’inizio non ho avuto che la mia famiglia. Ma una famiglia è pur sempre una gran cosa. Soprattutto una famiglia come la si concepiva mezzo secolo fa.

In primo luogo, si trattava di famiglie profondamente cristiane. Non solo per la fede in sé, ma per la passione del dono, il bisogno di sacrificarsi, il desiderio di afferrare le anime e trasformarle.

Ciò che distingueva una famiglia di allora era il suo carattere spartano. Ci si formava duramente. Eravamo numerosi. In casa dei miei nonni c’erano stati nove figli da un lato e tredici dall’altro. Vale a dire che, se tutti i miei zii e le mie zie si fossero sposati, avrei avuto quaranta tra zii e zie! Un autobus stracolmo!

Ma neppure noi eravamo stati da meno. Nella mia famiglia eravamo otto figli. Nove a casa di uno dei miei zii. Dodici in quella di un altro. Io stesso ho avuto sei figli. Dai Degrelle, la media, dal 1590, era di otto figli a famiglia. Io ero il duecentonovantatreesimo Degrelle censito in linea diretta!

Quando ho fatto la mia comparsa in questo mondo, nessuno da noi aveva denaro da buttare. C’era disciplina. Molto presto bisognava sottomettersi a obblighi fisici davvero severi. Ricordo ancora, avevo otto anni ed ero un piccolo ragazzino da nulla: eppure ogni mattina, alle cinque e mezza, m’incamminavo attraverso la valle della Semois, in un’oscurità assoluta, spesso tra la neve alta, per raggiungere il vecchio campanile della mia parrocchia. Un chiarore, uno solo, lambiva il fondo di una stradina: quella del forno del panettiere, a torso nudo, davanti alle fiamme color arancio. Mi inerpicavo su in alto nella chiesa, grazie a una ripida scala, per andare a suonare le campane. Un bambino di otto anni, che se ne va così tutto solo attraverso la notte, che si inerpica in questo modo nel mistero di una torre, che non perde la testa, ha già ricevuto un’impronta, una lezione.

I genitori che lasciavano fare questo – coloro che lo decidevano – avevano anche l’idea ben risoluta di formare i loro figli a una vita in cui si era pronti ad affrontare i propri rischi.

 

D. Suo padre, credo, già apparteneva all’ambiente politico…

 

R. Sì, infatti sono stato formato alla politica sin da giovane. Ma non alla grande politica, quella che ho poi tentato di realizzare nel mio Paese, e poi in Europa, e per la cui unificazione ho tanto lottato. Mio padre era deputato permanente della mia provincia, il Lussemburgo belga. Mio nonno materno era stato uno dei capi della Destra. Fin da bambino, sono stato inserito nella vita pubblica, afferrato da essa. Ma da lì a voler rendere grande un Paese, a trasformarlo da cima a fondo, ce ne passava. E soprattutto a voler creare un’Europa Unita che avrebbe rinnovato il corso del mondo! Era un lavoro di tutt’altra portata.

Senza pressioni di nessuno, sono stato posseduto molto presto dalla passione per la politica, dapprima per la politica regionale, quella che esisteva a quell’epoca nel mio piccolo pezzo di Ardenne. Mi ci sono voluti un certo numero di anni prima di liberarmi da questi stretti confini.

 

D. In quel momento, pur essendo così giovane, aveva già manifestato ambizioni politiche?

 

R. Fin dall’infanzia mi fu molto chiaro che sarei tutt’altro che un consigliere provinciale come mio nonno, o a un deputato permanente come mio padre.

La prima volta che lui venne a farmi visita al collegio dei Gesuiti a Namur, mi disse: “Ora hai quindici anni e inizi a pensare al tuo avvenire: che cosa vuoi essere un giorno?”. “Un giorno sarò Primo ministro” risposi.

Si attribuisce quest’intenzione ad altri uomini politici. La mia fu autentica, e diretta. E del resto non fu che un’ambizione provvisoria. In seguito – e non mi hanno chiamato a caso Modesto I – ho voluto sempre di più! Tra noi, il 15 giugno, data della mia nascita, fu a lungo festeggiato come la festa di san Modesto! Il poverino ha avuto il suo bel daffare con il suo protetto di Bouillon!

 

D. C’era anche senso religioso tra i Degrelle?

 

R. Sì. Tutti i Degrelle sono sempre stati profondamente cristiani. Siamo credenti fino al midollo. Da bambino ero di famiglia con l’Eterno. È nel profondo del mio essere. Più forte di tutto. Più forte della politica. Ciò che è materiale non l’avrei mai concepito, se non col supporto dello spirituale. Questa dualità, in seguito, mi avrebbe portato varie delusioni. Ma il vero Degrelle è questo, malgrado le contraddizioni che in tutta la vita fanno mostra di sé. Chi non è mai scivolato? E chi non ha mai sofferto? Io sono pervaso dal Dio che vive in me. I miei sensi, il mio cervello, la mia carne vibrano in lui. Tutta la mia famiglia era così. Lo è tutt’ora. Ancora oggi ho una serie notevole di nipoti, sia maschi che femmine, negli ordini religiosi: in Francia, in Belgio, in Africa, in Corea. Avevo tre zii e tre prozii gesuiti. Il mio padrino era curato della parrocchia di Rendeux-Bas, vicino a La Roche-en-Ardennes. La mia sorella maggiore era suora di clausura del convento della Visitazione a Metz. Questa passione per Dio che possedeva tutti noi in famiglia mi ha davvero coinvolto, conquistato fin dalla nascita.

Se avessi seguito la mia vera vocazione, quella che mi ardeva dentro fin dall’inizio, eh sì: non sarei stato che un conquistatore di anime. Per anni ho desiderato questo molto più, a dire il vero, delle conquiste politiche, per quanto fossero forti i richiami temporali e le ambizioni umane che ribollivano in me.

Quando sarà venuto il momento, le spiegherò perché ho cambiato mira e mi sono rivolto verso un sbocco diverso.

 

D. Vorrei chiederle di evocare brevemente un ricordo della sua infanzia, ossia la visita del maresciallo Pétain a Bouillon. Ce la può raccontare?

 

R. Durante la mia prima infanzia, ho conosciuto tempi ancora più aspri di quelli che già si vivevano normalmente nelle nostre case delle Ardenne: a otto anni, nel 1914, ho conosciuto la Prima Guerra mondiale. Questo ha avuto anche una notevole ripercussione sul mio sviluppo, perché in quegli anni abbiamo tutti imparato a odiare i Tedeschi. Non fu solo il mio caso, bensì quello di tutto il mio popolo e di tutto l’Occidente. Fu una cosa spaventosa, perché è questo odio cieco, irragionevole, quasi selvaggio, che ha poi precipitato, nel 1939, l’Europa in una seconda guerra mondiale.

Alla fine di quegli anni di notevoli privazioni, nel marzo del 1918, mi ero buscato una polmonite doppia, visto che in inverno vivevo al gelo nella mia mansarda, poiché tutte la stanze buone della nostra grande casa erano state requisite da ufficiali tedeschi di Guglielmo II. Mio padre, fervente patriota, aveva allestito ad Arlon, piccola capitale della nostra provincia e snodo di comunicazione molto importante, un servizio di informazioni per l’esercito francese. In quanto personalità politica, poteva recarsi in quella zona. Aveva installato ad Arlon una rete di operai ferrovieri che sorvegliavano le linee verso il fronte. Ha potuto osservare, tra i primissimi, all’inizio del 1916, che verso Verdun si stava eseguendo un massiccio trasferimento di unità militari, di artiglieria, di munizioni, di rifornimenti.

Così poté intuire che si stava preparando un avvenimento decisivo. Era assolutamente certo di ciò. Iniziò dunque a raccogliere ulteriori informazioni. Andava di frequente in quella zona, raggiungeva Liegi, s’incontrava con agenti francesi in chiese poco illuminate.

È per questo che, dopo la guerra, ha preso la Legione d’onore, che gli venne annunciata a Bouillon, dopo l’armistizio, dal maresciallo Pétain, il povero Pétain che io avrei poi conosciuto così bene negli ultimi anni della sua vita pubblica!

Devo dirla tutta: mi sentivo molto orgoglioso! Appena l’avevo visto scendere dalla sua auto all’entrata di Bouillon per proseguire la strada a piedi, mi ero precipitato verso di lui. La gloria non m’intimidiva, perché già, senza dubbio, ne sentivo inconsciamente in me un furioso appetito!

 

D. Anche la passione per i viaggi è iniziata presto?

 

R. Bouillon è un piccolo paesino nascosto nell’incavo di una vallata limitata a est da un monte che si chiama Il Punto del Giorno: è da lì che ci arrivava il sole. L’altro versante della vallata, a sud-ovest, si chiamava Il Termine. Questi due nomi mi intrigavano molto. Non ero mai stato al di là del Punto del Giorno né del Termine. Per me, bambino, erano le due estremità del mondo. Vi era forse qualche altra cosa, oltre? Una domenica, dopo i Vespri, non ho più potuto resistere e, da solo, ho iniziato a percorrere quella strada che si inerpicava lassù verso l’orizzonte. E così, meravigliato, ho scoperto che c’era qualcosa al di là del monte, che il monte non finiva al Termine e che questo non era che una tappa. Ero là, quasi stordito, quando ricevetti un paio di straordinari schiaffoni: mia sorella maggiore mi aveva trovato! Ma io avevo scoperto l’universo.

 

D. E quando ha superato questo Termine quasi mitico?

 

R. Ero ancora un ragazzino quando mi sono spinto fuori dalle Ardenne: sono partito per la Germania. Era il mio primo viaggio alla scoperta degli uomini, perché in fondo i viaggi sono questo: scoprire, comprendere, cogliere gli altri.

La mia piccola conca di Bouillon, con i miei bravi abitanti delle Ardenne, era un po’ limitata. E qui le dirò forse una cosa sorprendente: non avevo nulla di un Belga di quel secolo.

La mia famiglia paterna era originaria di Solre-le-Château, vicino a Maubeuge, dove duecentottantotto Degrelle sono nati nei quattro secoli che hanno preceduto i miei fratelli e me. Queste terre, annesse dalla Francia nel XVII secolo, per secoli erano appartenute ai nostri antichi Paesi Bassi. Dalla parte di mio padre, nato Francese come centinaia di Degrelle prima di lui, io non ero originario del Belgio attuale.

La famiglia di mia madre, invece, proveniva da un’antica regione tedesca sottratta alla grande unità occidentale, per l’esattezza il Grevenmacher, sulla Modella, di fronte a Treviri.

Fin da quell’epoca, io, molto più uomo dell’Occidente che cittadino di un piccolo Paese creato artificialmente nel 1830, tendevo verso orizzonti più vasti, verso un mondo da scoprire, verso i milioni di uomini che lo abitavano.

Avevo preso a prestito una bicicletta. Avevo quattordici anni. Era la mia prima avventura, e mi condusse a ovest della Germania. Poco dopo feci altri viaggi, attraverso le province renane, dalla Foresta Nera alla Ruhr. Nel contempo, mi spingevo anche in spedizioni attraverso la Francia, presso parenti, lungo le sponde della Loira e nel Nord. Da ragazzo avrò percorso diecimila chilometri. La mia grossa bici pesava venti chili. Le gomme si bucavano quattro o cinque volte al giorno! Ma io avevo bisogno di vedere altri esseri umani, di vedere ciò che li rendeva simili o diversi.

Quando, vent’anni dopo, ho voluto con tutte le mie forze creare l’Europa unita al fianco di Hitler ho corroborato la sua giusta conclusione con quello slancio che sentivo in me fin dall’infanzia.

 

D. E attraverso l’Europa ha pensato anche al mondo?

 

R. La mia sete, è vero, non si fermava all’Europa: volevo conoscere anche gli uomini degli altri mondi. Per esempio, andare in America – cosa che pochissimi ragazzi della mia età avevano fatto a quell’epoca. E allora, ecco! Colpito dalla persecuzione che stavano subendo i cattolici messicani, avevo deciso di raggiungerli. Un bel mattino, m’imbarco ad Amburgo, nel novembre 1929, nella stiva di una nave cargo, il Rio Panuco. Eravamo sei giovani emigranti, accanto alle macchine, tra l’odore d’olio e il baccano dei pistoni. Prima ho visitato le Antille, in particolare Cuba. Sono sbarcato in Messico, dove ho trascorso alcuni mesi. In seguito sono stato in California e in Texas, ho attraversato gli Stati Uniti. In viaggio mi guadagnavo da vivere scrivendo dei reportage. Dopo Chicago e le cascate del Niagara mi sono spostato in Canada. Poi sono andato a New York. E infine sono ritornato in Québec. Qualche anno dopo, sono andato in Africa. E sono stato anche in Medio Oriente.

Ero ancora studente all’università di Louvain quando sono tornato nel marzo del 1930 dal mio viaggio negli Stati Uniti. Tutti i miei amici erano giunti alla stazione, appollaiati sulle carrozze, per accogliermi. Per loro ero una sorta di Cristoforo Colombo di Bouillon! Era questa la piccineria della nostra condizione di piccoli Belgi, ma anche di piccoli Francesi o piccoli Europei! Non avevamo una concezione dell’universo. È molto probabile che se, più tardi, mi sono issato rapidamente al livello dell’Europa e del mondo, è perché la mia natura mi aveva portato, fin dall’inizio della giovinezza, verso questa conoscenza diretta.

 

D. Lei ha anche avuto una vocazione letteraria che si è sviluppata altrettanto presto.

 

R. Sì, è così: ho iniziato a scrivere molto presto. Ho anche sempre letto, tantissimo. All’inizio, delle letture improbabili, perché in realtà dai miei non c’era una grande scelta di libri. E a quei tempi, nei nostri paesini sperduti, non c’erano neppure biblioteche popolari. Eppure Bouillon era un’antica città dello spirito, che era stata luogo di rifugio e soprattutto un centro di edizione degli Enciclopedisti: nel XVIII secolo vi si stamparono le opere di Voltaire. Per mesi ho divorato una vecchia edizione dell’Enciclopedia, scovata tra le cose ammassate nella nostra soffitta.

Dai miei, oltre a numerosi autori classici mal editati e piuttosto indigesti, c’erano due o tre dozzine di volumi di Giulio Verne, Robinson Crusoe e qualche libro sulla guerra dei Boeri: ben poca cosa. Ne rileggevo uno o due ogni settimana. E soprattutto c’erano i cinquanta grossi tomi del rendiconto analitico delle sedute del Consiglio provinciale del Lussemburgo! Pensi che effetto questo può fare nelle mani di un ragazzino di dodici anni! Eppure mi sono sorbito anche quei cinquanta tomi, tanto ero divorato dalla passione di leggere libri!

Andavo a perlustrare le case amiche. Vi scovavo i libri più diversi. Don Chisciotte, scovato in casa di un funzionario delle imposte, mi trasportò, carico d’entusiasmo, per alcune settimane, sebbene non arrivassi a immaginarmi così bene il mio eroe errare tra le pianure tra Le Havre e Calais! Perché per me la Mancia erano Le Havre e Calais. Poi sono incappato in Lamartine e Musset. E sul pesante Paul Bourget. E su René Bazin. E persino su Zola. Su chiunque mi capitasse a tiro!

Ogni giorno, me ne andavo in giro per Bouillon per procurarmi altri giornali che non fossero gli stessi due quotidiani che leggeva mio padre.

Nello stesso periodo venni colto anche dalla passione per il latino. E questo lo devo proprio ai miei genitori. Dio solo sa quanto all’inizio lo studio di quella lingua mi disgustasse. Iniziate da pochi mesi le lezioni di letteratura greco-latina, mio padre iniziò a parlarmi a tavola in latino e io dovevo rispondergli a tono. Talvolta era insopportabile. Avrei avuto voglia di mandare al diavolo le declinazioni assieme all’uovo alla coque che mia madre stava servendo. Poi mi ci abituai, mi adattai al sistema di conversazione. In famiglia, questa lingua non bastava più. Quando i miei zii gesuiti venivano a stare da noi, mio padre con loro parlava in greco.

Così mio padre mi ha introdotto molto presto, volente o nolente, a quel potente fondamento che è la cultura greco-latina.

 

D. I suoi studi più profondi e seri li ha iniziati a Namur. E a Namur lei ha anche scoperto molto presto una serie di maestri di pensiero; vorrei che ce ne parlasse un poco.

 

R. Quando me ne stavo scalpitante nella mia piccola vallata di Bouillon, il mio orizzonte era, come ho già detto, limitato a storie di provincia: gli affari locali, le campagne elettorali di mio padre: tutto sempre in un ambito ristretto.

Fu allora che andai dai gesuiti. Studiare in uno dei loro collegi faceva parte delle tradizioni centenarie della razza dei Degrelle: da quando esiste la Compagnia di Gesù, le abbiamo fornito un po’ di Gesuiti a ogni generazione. E tutti abbiamo sempre compiuto i nostri studi da loro. E benedico il Cielo per questo, poiché sulla terra non ci sono formatori di uomini loro pari.

Arrivato là, mi ritrovai sbalestrato in un mondo totalmente diverso, a contatto con maestri di pensiero eccezionali. La formazione intellettuale di un Gesuita è straordinaria; egli segue dei corsi fino all’età di trentatré anni. Nella Compagnia di Gesù ci sono sempre stati dei preti preparati a ogni missione: dei maestri che ti orientano verso le arti, o che ti immergono nella filosofia, o che ti rivelano l’incanto della Storia e della Politica.

È così che, senza indugio, sono stato iniziato alle dottrine dell’Action française, l’apice della stampa di allora. E queste mi avrebbero segnato profondamente. C’era un professore che tutte le sere, nel cortile della ricreazione, mi portava l’ultimo numero dell’Action française, magistralmente scritto, splendidamente pensato. Tuttavia, malgrado l’ammirazione che provavo per Maurras, che fu il più grande pensatore politico del nostro secolo, e l’interesse con cui leggevo le diatribe e i ritratti di Léon Daudet, violenti e comici – in fondo, il mio stile ne è stato influenzato – notai molto presto ciò che a tutti loro mancava: la passione sociale.

Utilizzo spesso la parola “passione” perché per me non c’è vita senza passione. Colui che non ha che un cervello, strumento alquanto debole, inciamperà sempre sull’essenziale dell’essere umano: il cuore. La maggior parte delle persone dispone di un cervello poco sviluppato, che presto si atrofizza. Intellettualmente insignificanti, molti fra questi possono però avere un cuore commovente.

L’immensa massa umana che nel XX secolo si aspettava un po’ di giustizia, un po’ di fratellanza, un po’ di rispetto, si trovava in uno stato di abbandono quasi assoluto. A livello sociale, si finiva nel vuoto delle élite borghesi in cui tutti sgomitavano.

 

D. Non ne faceva parte anche lei?

 

R. Confuso all’inizio tra queste, ho perso vari anni. Sì, ho perso degli anni. La mia formazione cattolica mi aveva incatenato alla borghesia. Il mondo borghese era incollato ai suoi soldi, senza neppure comprendere che il suo semplice interesse materiale era legato alla fioritura della massa operaia. Quando l’operaio guadagna di più, allora spende di più. Mentre il borghese, quando guadagna molto si mette a sedere sul suo guadagno e lo rende sterile.

Era indispensabile un’evoluzione radicale.

 

D. In lei come si è sviluppata questa idea?

 

R. Ciò che mi feriva era l’ingiustizia. Percorrevo i quartieri operai della valle della Mosa, del Borinage, di Bruxelles, dei sobborghi fiamminghi. Guardavo quelle città malandate, i loro cieli segnati dai fumi verdi e gialli dei prodotti chimici. Oggi si parla di inquinamento! Come se l’inquinamento non esistesse già a quell’epoca! Ma quando si trattava della sola massa operaia, tutti se ne infischiavano dell’inquinamento! Ci si è accorti che l’inquinamento è orrendo soltanto quando i suoi miasmi pestilenziali e il suo sudiciume hanno disturbato il naso, il colore e il benessere del mondo borghese. È evidente che se a vent’anni non avessi avuto, piazzate alle mie spalle, le cappe di piombo del conformismo borghese, fin dall’inizio sarei stato molto più volentieri socialista piuttosto che un ragazzo, per così dire, di destra. Di fatto, non sono mai stato di destra. Una nazione è un tutto. Sinistra, destra sono soltanto espedienti divisori.

Per me, la prima missione politica consiste nel rendere felici le persone. È evidente come allora le persone fossero infelici e che il socialismo – vale a dire una politica sociale attiva – fosse necessario. Bisognava, soprattutto, far saltare la dittatura disumana dell’iper-capitalismo, che trasformava le nazioni in feudi finanziari.

A partire da quell’epoca ho iniziato a farmi inviare dai Gesuiti dei pacchi di opuscoli sociali. Questi invii scandalizzavano quei buoni padri. Tuttavia erano opuscoli democratico-cristiani inodori, incolori e insipidi. C’erano persino delle encicliche papali! Ma il Vaticano è sempre arrivato troppo tardi. È stato assolutista ai tempi del Liberalismo e liberale al tempo del Socialismo! Ora la Chiesa, dopo mezzo secolo di comunismo, si è messa a giocare al Marxismo. Essa scopre imperturbabilmente la vita del proprio tempo quando il tempo è ormai terminato.

Dunque due grandi obiettivi hanno appassionato la mia gioventù: da un lato – alla Marras – la costruzione potente e ordinata dello Stato, basata sui princìpi di autorità, di responsabilità, di competenza e di durata, che più tardi avrebbero costituito lo zoccolo politico del Rexismo; dall’altro, la passione sociale, la voglia di portare agli uomini la giustizia, di essere tutt’uno con il popolo, in una fratellanza costante, di considerare ogni lavoratore come un compagno di vita, di costruire, in opposizione all’individualismo borghese e al totalitarismo marxista, una società basata sulla comunità e sulla solidarietà tra tutte le classi, in cui l’equilibrio sociale sarebbe diventato una realtà, sia organica che naturale.

 

D. Quando ha iniziato a voler diffondere in pubblico queste idee?

 

R. È evidente che sentissi il bisogno di comunicare all’esterno le idee che mi attraversavano lo spirito. Ed è per questo che ho scritto i miei primi libri.

Scrivevo già prima di andare al collegio dei Gesuiti.

Mi ricordo di aver scritto, nella mia piccola stanza di studente a Bouillon, il mio primo romanzo con lo stile di Bazin, cantando la terra e vomitando contro la lebbra dell’industrializzazione. Si intitolava Il vecchio ponte.

Avevo forse dodici o tredici anni. Di nascosto componevo poesie, sia in francese che in vallone. Scrivevo racconti. Li inviavo a una rivista che, se ricordo bene, si chiamava Notre jeunesse (La nostra gioventù, ndt). La dirigeva il nonno di Jacques Ickx, il grande pilota di automobili. In quei racconti, erano protagoniste le mie sorelle, ma io mi firmavo Noël d’Auclin: l’Auclin era la grande montagna che dominava Bouillon e Noël è l’anagramma di Léon.

In famiglia nessuno sospettava nulla, fino al giorno in cui le mie sorelle vi si sono riconosciute! Non avevo adulato un granché i miei personaggi! Che gran baccano ne seguì!

Mi sono messo anche a scrivere, ma stavolta con la mia firma, sul giornale della nostra provincia, che si chiamava L’Avenir du Luxembourg.

Il mio primo articolo s’intitolava: “Guardando cadere le foglie”. Era romantico, molto commovente. Era il 1921. Avevo sedici anni.

 

D. E i suoi primi libri?

 

R. Uno si chiamava pomposamente Sulle rive della Loira scintillante. Vi esprimevo già molte idee politiche. La mia brava mamma passò un intero inverno a ricopiare il mio testo, ornando ogni pagina con miniature, capilettera, arabeschi.

In seguito mi sono dedicato a un altro libro: Meditazione su Louis Boumal. Louis Boumal era un poeta di Liegi, morto durante la Prima Guerra mondiale, un poeta incantato, abbastanza dimenticato oggi. Era stato professore all’Athénée di Bouillon. Solidarietà di campanile! Dunque gli ho consacrato un libro, un libro in cui Louis Boumal è diventato un “Léon Degrelle clandestino”. Perché Louis Boumal lo conoscevo ben poco, ma gli ho fatto dire tutto ciò che pensavo io. Questo libro esiste ancora. È stato pubblicato tardivamente e ha conosciuto un certo numero di edizioni.[1]

A quell’epoca, badi bene, mi limitavo esclusivamente all’espressione del mio pensiero attraverso la penna. Io che avrei fatto in seguito centinaia di riunioni, non mi ero ancora arrischiato a improvvisare un discorso neppure una volta.

 

D. Venivano notati i suoi scritti?

 

R. I primi segni d’interesse mi arrivarono in circostanze abbastanza sorprendenti. Il più importante arrivò da Emile Vandervelde, il presidente dell’Internazionale e il grande capo dei socialisti belgi. Avevo scritto nei Quaderni della Gioventù cattolica un lungo articolo in cui spiegavo come concepivo la conquista apostolica del mondo moderno. A quell’epoca, la radio, d’importanza capitale ai miei occhi, non godeva per così dire di impatto spirituale. In La libre Belgique (Il Belgio libero, ndt), il maggiore giornale cattolico belga, le si dedicava soltanto una piccola rubrica dal titolo “Per gli amanti della radiofonia”. Era fatta da una quindicina o una ventina di righe. Meno della cronaca per gli allevatori di colombi.

Anche il cinema non interessava che a un pubblico ristretto. Io avevo stabilito tutto un programma di conquista del mondo moderno attraverso i mezzi moderni. Questa ventina o trentina di pagine era apparsa su quella rivista.

Quell’estate, ad Arlon, si era svolto il ricevimento per il principe Leopoldo e per la principessa Astrid, i futuri sovrani belgi, che avevano fatto il loro gioioso ingresso nella nostra provincia. Dato che mio padre, presidente della deputazione, di tanto in tanto assolveva anche le funzioni di governatore del Lussemburgo, noi e tutte le persone di Bouillon eravamo andati con un treno speciale a questi festeggiamenti. Usciti dalla stazione, mentre avanzavamo tra la folla nella via principale che conduce al palazzo del governatore, ecco che d’improvviso vedo per terra, calpestato da tutti, un numero del giornale Le peuple (Il popolo, ndt) dove, in prima pagina, era stampato un titolo a sensazione (almeno per me!): “Il signor Legrelle ha ragione!”. Stupore! Raccolgo velocemente il numero. L’articolo era firmato Emile Vandervelde. Il vecchio capo marxista non aveva riportato bene il mio cognome. Aveva scritto Legrelle al posto di Degrelle. Mi citava a lungo e concludeva: “Basta solo cambiare la parola cattolico con la parola socialista, per tutto il resto è ciò che bisogna dire ed è ciò che bisogna fare”.

 

D. Come le sembrava questo grande capo marxista, totalmente estraneo al suo mondo di allora?

 

R. Vandervelde era un uomo onestissimo, un socialista dall’ammirevole rettitudine spirituale, come a quei tempi ci furono, a sinistra, dei grandi intellettuali sereni e umani, a loro modo degli apostoli. Inoltre era coraggioso. Contro il suo interesse elettorale, aveva avuto la forza d’imporre al Parlamento belga, malgrado l’opposizione scandalosa dei deputati cattolici sottomessi al ricatto dei voti, la cosiddetta legge dei “due litri”. Strano nome. Questa legge eliminava radicalmente la vendita di alcol nei caffè e ne vietata l’acquisto nei negozio in quantità superiori ai due litri. Essa andava a colpire a morte l’alcolismo popolare che devastava il Belgio. Però questa stessa legge aveva anche esasperato, come si può ben immaginare, gli osti, onnipotenti dispensatori, nei loro bistrò, della manna elettorale. Con questa legge salvifica Vandervelde urtava i loro interessi. Tra i cento o duecentomila voti accordati o negati dai caffè e la salute del popolo, Vandervelde aveva scelto coraggiosamente la soluzione antielettorale: la salute delle famiglie operaie. Egli è morto da tempo. Ma per questo atto di coraggio, così raro nella lotta politica, conservo per lui tutta la mia ammirazione.

Quindi, esser stato individuato da lui mi aveva dato grande soddisfazione.

Dal canto suo, Vandervelde mantenne sempre una sorta di rimpianto per non avermi trascinato con sé. Di recente ho letto su un libro queste parole del vecchio capo: “È davvero un peccato non aver avuto un Degrelle nel partito socialista!”. È stato senza dubbio un peccato anche per me. Ed è certamente perché i pregiudizi “cattolici” ci rendevano fanatici e ciechi che io non sono andato a mettermi al servizio di quel vecchio idealista così semplicemente aperto verso la gioventù.

Quell’uomo, mentre io non ero altro che un ragazzo sconosciuto, giovanissimo, che scriveva su una rivista modesta che nessun politico di destra si sarebbe mai dato la pena di sfogliare, mi aveva scoperto perché, intellettualmente curioso, teneva sempre lo spirito all’erta.

Poco dopo, mi individuò un secondo dirigente socialista, anche lui grande papavero dell’“Internazionale” di cui era stato il segretario generale durante la Prima Guerra mondiale: Kamiel Huysmans, che sarebbe poi diventato presidente della Camera dei Deputati belgi nel 1936 e infine, dopo il 1945, Primo ministro socialista.

Dopo aver assistito un giorno a un dibattito in Parlamento, avevo scritto un articolo feroce su di lui. Quello spettacolo mi aveva stupefatto per mediocrità e volgarità. Al ritorno, avevo disegnato su un giornale studentesco uno schizzo del presidente di quel serraglio: Kamiel Huysmans. Era un ritratto al vetriolo. L’uomo era vivo, distinto, ma aveva la parte sinistra della testa come quella di un uccello da preda mal alimentato, abbellita da un pomo di Adamo che saliva e scendeva di continuo sotto la cravatta. Al posto di urlare all’oltraggio, Kamiel Huysmans mi aveva inviato una lettera piena di umorismo. Il mio ritratto l’aveva molto divertito, mi scrisse. Alla vigilia di ogni esame universitario, ricevevo da lui qualche parola di incoraggiamento. Vede? La sinistra non era per forza fanatica…

Infine, un altro grande uomo, e in tutt’altro campo, si fece vivo con me: era il cardinale Mercier.

 

D. Ci può dire come?

 

R. In quel primo quarto del XX secolo, il cardinale Mercier era l’uomo di Chiesa più famoso dell’universo. Aveva fronteggiato con grande coraggio civico l’invasore tedesco del 1914-1918.

Uno dei miei giovani compagni di collegio era di Malines, la sede arcivescovile. Si era ammalato gravemente. Il cielo mi ha dotato di una grande faccia tosta: avevo scritto una lettera al cardinale Mercier, chiedendogli di andare a far visita al mio giovane compagno. Sicuramente il cardinale Mercier doveva essere ammutolito di fronte alla mia lettera: ma il fatto straordinario è che, nonostante fosse un principe della Chiesa e avesse mille impegni, andò a salutare il mio compagno. E mi scrisse una lettera affettuosa facendo cenno alle condizioni del mio amico.

Da allora rimanemmo molto legati. La sua morte, nel 1926, fu uno dei veri dolori della mia giovinezza.

Dunque eccoli qui i miei primi grandi contatti: da un lato, il cardinale Mercier, il grande arcivescovo; dall’altro, il vecchio socialista Vandervelde quasi completamente sordo, piegato su un apparecchio acustico gigantesco, simile a un fonografo del 1910, ma che comprendeva tutto più che bene! E, dopo di lui, Kamiel Huysmans, Mefisto brillante e sarcastico.

Queste sono le mie prime relazioni nel momento in cui, come un aquilotto, decido di lanciarmi nel cielo offerto ai miei vent’anni, aperto e magnifico.

Quella tripla scoperta non mi spaesò più del dovuto. Piuttosto fortificò la mia audacia. I Gesuiti mi presero per mano, e i miei primi scritti iniziarono a farmi conoscere.

Ed eccomi sbarcare, giovane studente provinciale, all’università di Louvain.

 

D. Prima di parlare della sua vita universitaria, vorrei che mi parlasse della faccenda Maurras e del modo in cui lei l’ha vissuta.

 

R. Ero ancora al collegio dei Gesuiti di Namur. Fui coinvolto in una faccenda abbastanza straordinaria. Non solo fui coinvolto, ma ne fui anche il protagonista principale. Si tratta della condanna da parte del papa di Charles Maurras, il grande pensatore dei monarchici francesi.

Fu davvero una storia inverosimile.

Tutti noi eravamo molto impressionati da Maurras e dalla sua scuola, l’Action française. Egli ha segnato profondamente la nostra epoca. Persino un De Gaulle fu intellettualmente e politicamente un suo discepolo. Il meglio dell’azione gollista fu impregnato dalla dottrina del vecchio teorico dell’Ordine, scrittore coraggioso, sicuro di sé, la barbetta sempre in battaglia, meravigliosamente sordo, cosa che lo liberava immediatamente dai chiacchieroni e dai noiosi.

In quel momento, i Quaderni della Gioventù cattolica stavano facendo un’inchiesta tra la gioventù del Belgio: “Qual è il vostro Maestro?”. Per me era Maurras! E visto che lo era per me, automaticamente doveva esserlo per tutti!

Per settimane ho condotto una campagna accanita, così bene architettata quanto lo furono più tardi le mie campagne elettorali. Incalzavo tutti i giovani, ovunque li potessi trovare.

Personalmente, sono riuscito in tre mesi a raccogliere il settanta per cento dei voti che vennero inviati ai Quaderni della Gioventù cattolica. Tutti, evidentemente, sceglievano Maurras! Così Maurras fu nominato maestro di pensiero della gioventù cattolica belga da una maggioranza schiacciante, che era quasi esclusivamente il risultato della mia azione.

 

D. In cosa questo risultato fu, come ha detto lei, inverosimile?

 

R. Senta un po’. Appena fu nota questa votazione, ecco che il giornale La libre Belgique, dove la faceva da padrone un avvocato chiamato Passelecq – un musone la cui acidità era in grado di perforare anche i metalli più resistenti – consacra un articolo scandalizzato a questo referendum pro-maurrasiano. Secondo colpo di scena: un prelato francese molto importante, morto sotto ogni punto di vista rispetto al vivere di oggi, e che rispondeva al nome di monsignor Andrieux, arcivescovo di Bordeaux, si crede visitato dallo Spirito Santo e invia una lettera pubblica di congratulazioni a quel Passelecq dal fetore asprigno. L’Action française si getta nella mischia, s’indigna contro l’intervento del cardinale avvoltolandolo nel fango con le colorite e oltraggiose parole di Léon Daudet.

Gran baccano sulla stampa!

Fulmine a ciel sereno finale: il papa in persona rinvia la palla, con la forza di un colpo di cannone, nella rete dell’Action française, sotto forma di un messaggio di approvazione nei confronti del cardinale anti-maurrassiano, seguito da un decreto di scomunica per i recalcitranti.

Ecco come io, piccolo ragazzo belga di un collegio di Gesuiti, avevo spinto alla rinfusa nella mischia il cardinal Andrieux, il papa, Maurras, che si presero tutti per il collo, si ruppero freneticamente le penne e le mitre, e il papa scocciato che colpisce lo stupefatto Maurras con un sacro martellamento del suo pastorale.

Il grande scandalo dell’Action française, la grande baraonda politico-religiosa che per anni in seguito avrebbe portato in Francia ribellioni e divieti ex cathedra, era uscito da una piccola cameretta del collegio dei Gesuiti di Namur, città vallona, conosciuta prima di allora soltanto attraverso l’Ode di Boileau a Luigi XIV.

 

 

 

 



[1] Nelle Editions de la Jeunesse catholique, 1931.

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