Il giorno di Roma (Avanguardia – 4)

Un’altra trascrizione di Thule in occasione del Natale di Roma, da “Avanguardia” del 21 aprile 1945

IL GIORNO DI ROMA

ul1Certe date par quasi una stonatura ricordarle quando l’atmosfera sia tanto diversa da quella cui si era da lunghi anni abituati e quando la tensione degli animi (e quanti di questi sono flaccidi davvero!) sia ben diversa da quella ritenuta necessaria per ricordare un giorno nel quale si usò celebrare un’Idea più che un ricordo storico, un simbolo più che un evento. Stonatura forse come di nozze celebrate solennemente in tempo non dovuto. Stonatura forse come di solennità celebrata a freddo, con gente che pensa quasi tutta agli affari suoi senza partecipare in massa alla festività. Stonatura forse perché di fronte ad una drammatica, altamente drammatica realtà, sembrerebbe una ricaduta in quella mania folle dei trafficanti di chiacchiere e dei seminatori di gonfie parole al vento, che portarono alle rovine attuali, quelle che ci perseguitano e ci perseguiteranno nel tempo. Stonatura forse perché, in tempo di ammazzamenti a catena e di abituali violazioni del diritto, potrebbe parere segno di incomprensione e di immaturità la sola tentazione di parlare di quella Roma, che rimase e rimarrà nei secoli come simbolo di giustizia e di saggezza cosciente.

A Roma, che chiamammo eterna per l’eterna vitalità dell’Idea universale che sempre essa incarnò nella storia ed in cui essa si incarnò sempre; a Roma, dal cui ricordo traemmo energie sempre nuove per tutte le rinascite che, tante volte nelle epoche evolventesi della storia, premiarono gli sforzi della gente nostra; a Roma che nei millenni ebbe il fascino irresistibile di un simbolo di vita e di uno spirito dominatore, dedicammo un giorno della nostra sacra primavera italica.

Riunimmo ad essa, nell’annuale ricorrenza, il giorno del lavoro fecondo, del lavoro che conquistò le terre ed i continenti, applicando quella legge di civile progresso che sola santifica il genere umano. Col “bello” della nostra primavera, esaltammo ogni anno la nostra gente lavoratrice che nei secoli costruì, colonizzò, civilizzò tutte le plaghe in cui giunse, portata dal vento fecondo di una “primavera sacra”.

La guerra, immensa purificatrice nelle sue stragi e nella sua gloria, non disturbò né distolse da questo periodico omaggio di devozione della nostra gente a Roma ed al fecondo lavoro: omaggio a Roma, intesa come sostegno e amica di un’Idea che, pur nella tempesta della guerra più immane della storia, si diffondeva tra le genti, conquistandole con la forza irresistibile dello spirito che “può” più dei nostri carri armati e dei quadrimotori; omaggio al lavoro nostro, tutto rivolto a un fine, il cui raggiungimento doveva premiare i sacrifici e le lacrime che furono complemento alle lacrime ed al sangue dei figli e delle madri.
Poi soffiò sull’Italia – nelle cose e negli spiriti – un vento di follia libertaria, provocata da malvagi piccoli gnomi che abusarono del nome della Patria, asservendo le idee alle povere ambizioni miserabili e lo spirito nostro all’altrui materia; soffiò sull’Italia, un vento mortifero che appassì e sfiorì tanti spiriti, indubbiamente i più deboli, quelli che non hanno mai deciso delle sorti di un popolo (ma quanti!).
Per tutto questo, il dire di questa data può forse sembrare una stonatura o comunque un modo per fare una retorica da esequie, in una terra in cui vigono – ai margini della guerra che ci tormenta, pur senza vedere molti italiani in linea – la legge del coltello, la legge del taglione, la legge del colpo nell’ombra, la legge della strage fraterna, la legge dell’anti-Diritto, la legge dell’anti-Roma.

Su Roma è passata la ventata ardente della guerra con la morte e la fame, con le lacrime e le rovine, con l’accusa di una gloria divenuta non nostra e con l’illusione folle di una sospirata “liberazione”.

Potranno oggi provare rossore e pudore a celebrare il giorno di Roma coloro che, spogliati di ogni dignità umana e nazionale, hanno ospitato lo straniero su quella rocca capitolina che fu l’altare della grandezza d’Italia e di Roma. Potranno oggi provare rossore e pudore i troppi italiani che, spogliati di ogni dignità umana e nazionale, proni di fronte al vitello d’oro, pur con l’apparente amicizia verso lo straniero che tante prove di fatto ha dato della sua amicizia, sono davvero indegni figli di coloro che con dignità, con energia, con fierezza fecero “di tante una gente sola”. Chi può oggi considerarsi degno di parlare di Roma come di qualcosa di più che “una sentina di vizio” o di un museo cosmopolita per turisti? Chi può oggi dirsi, senza arrossite, “lavoratore fecondo” per la salvezza e la grandezza d’Italia? E se il pensiero di Roma non scalda più, come una passione infocata, l’animo degli italiani, come oseremo poi presentarci al giudizio della Storia? Se, per mala volontà o grigiore gelido di uomini, “Roma più non trionfa”, come si può parlare più della sua forza universale?

E allora sono inutili il sacrificio di sangue e l’indomita volontà di coloro che la difesero come cuore d’Italia. E, allora è passato davvero invano un secolo, e invano è stato sgranato un rosario di secoli. E allora è disonesto anche soltanto parlare di un giorno di Roma, se non come nostalgia di un mondo perduto, se non come un “addio del passato”.

Mutati i tempi che, per forza di cose e per differenze di uomini, fanno impossibile un nuovo dominio materiale del mondo, maturati e trascorsi i tempi in cui si realizzò una unità religiosa del mondo sotto lo scettro romano, è l’Idea della conquista di un altro dominio, il dominio dello spirito, quella che ci guida ancora e non può essere né può essere stata illusione, soltanto illusione.

È vero che le soste nella marcia possono compromettere la gara e la fatica, ma è pur altrettanto vero che la virtù può compensare le colpe, che l’energia può neutralizzare le debolezze, che gli uomini possono ricostruire ciò che gli uomini hanno distrutto, che le coscienze possono riprendere la via del giusto e del buono.
Se nell’animo di troppi italiani non esiste oggi (né possiamo o vogliamo fare il processo alle cause) alcuna convinzione o esiste la convinzione che il tempo sia finito., che la Roma di oggi, vivendo per forza di mezzi, sia l’ultimo isterico frutto troppo maturo di un albero troppo antico, destinato a cadere per ricorrente destino dei popoli e delle idee, noi vogliamo invece che ancora e sempre Roma viva – Roma non deve essere frutto che cade da un albero rinsecchito, ma è pianta dura che vive la sua vita piena e ci riserva frutti saporosi, come premio della nostra fede e alla nostra volontà.

Soltanto chi non prova oggi rossore a parlare di Roma, soltanto chi si sente scaldare il cuore al semplice udirne il nome che non soffre incrostazioni di nomi di piccoli uomini, soltanto chi ancora crede in Roma, è degno di dirsi italiano. Italiano della nuova Italia del popolo, che deve vincere contro le forze del male, contro le forze anti-Roma, si chiamino esse conservatrici del maltolto come la borghesia rimpinguata, il capitalismo che non perdona, il giudaismo sacerdote dell’ipocrisia aurea, la massoneria tessitrice di reti internazionali o si chiamino esse forze negatrici del valori umani, come il bolscevismo tartarico.

Contro queste forze, nella lotta più aspra contro queste forze di cui sono l’espressione bruta, i carri armati a massa e le formazioni che oscurano il cielo europeo, è impegnato chi si sente italiano, chi ancora può parlare di Roma senza arrossite, chi può – in schiera che soltanto apparentemente è esile e rada – ricordare il giorno di Roma e del lavoro fecondo.

Per noi Roma è ancora vita, Roma è sempre l’Italia che non muore perché non vogliamo morire, è l’Italia del Popolo, al di là dei nemici del Popolo e degli interessi meschini.

“Roma è vita”: è il grido che ci anima e ci incita come il grido della volontà dura, della dignità offesa, della fede che inutilmente si tentò di offuscare, della vita che vuole trionfare sulla morte. “Roma è vita”: questo è il grido del giorno di Roma e del lavoro fecondo.

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