Targelione

casa_poeta_tragicoUndicesimo mese dell’antico calendario attico, corrispondente alla seconda metà di maggio e alla prima di giugno.

Il 6-7 del mese di Targelione ad Atene e nelle città ioniche si svolgevano le Targelie, feste in onore di Apollo e di Artemide: il primo giorno si svolgeva una cerimonia purificatrice, il secondo una processione.

Le Targelie erano feste antichissime e largamente diffuse nel mondo ionico. Celebrate in maggio, il loro significato originario è essenzialmente agrario; solo più tardi s’aggiunge l’elemento catartico che le trasforma in feste solenni. Durante le Targelie, infatti, si proclamavano i decreti onorifici; in occasione di esse avveniva l’ingresso dei figli adottivi nella fratria del padre; in ossequio ad esse, nei giorni della loro celebrazione, i debitori insolventi non potevano essere perseguiti.

Durante le Targelie talvolta vi si onorava contemporaneamente anche Pandora. Erano organizzate dal primo arconte (eponimo), coadiuvato dagli epimeleti . Di origine agraria, le Targelie consistevano da un lato nell’offerta di primizie dei raccolti (frutti maturi), nonché di pane fresco; dall’altro, comportavano una cerimonia espiatoria mirante a supplicare il dio di non far seccare il raccolto con il suo eccessivo calore. Inizialmente, si usava sacrificare a tale scopo un uomo e una donna (oppure due uomini), che rappresentavano una sorta di capri espiatori. Dopo averli fatti procedere lungo le vie della città e averli picchiati, li si immolava fuori della città e se ne bruciavano i corpi, spargendone quindi le ceneri in mare. I sacrificati erano sempre dei condannati oppure individui che, a causa delle loro malefatte, non meritavano di vivere, se si deve dare credito agli antichi. Successivamente ci si limitò a gettare le vittime in mare, raccoglierle e quindi inviarle all’estero. Le Targelie davano inoltre l’occasione di organizzare dei giochi, nel corso dei quali si esibivano cori di uomini e fanciulli.

E. Zolla:
”Nell’antica Atene si recava in processione alla festa delle Targhelie (nota: Aprile-Maggio) l’eiresione, ovvero un ramo d’ulivo o di lauro guarnito di dolci e di frutti, con nastri di lana e vasetti d’olio e di vino.
L’eiresione restava appesa sugli usci in segno di fertilità e di tutela: ramo d’implorazione.
Per meritarne le benedizioni, si cacciavano (nota: credo che si lapidassero proprio e poi si bruciassero…) due esseri immondi (nota: forse due servi…) con al collo collane di fichi secchi, ai quali si percuoteva il grembo con cipolle.
Erano esseri sacri, per il loro orrore, forse in tempi remotissimi anche per la loro maestà, sacrificali. Così era sacrificata, arsa, l’eiresione dell’anno prima, convertita in cenere salina: simbolo di purezza e sapienza. Pino del nord, alloro o ulivo del sud , hanno significato uguale: la congiunzione di Sole e Luna.”

dal “Dictionary of Greek and Roman Antiquities edited William Smith (1870)”, al sito http://www.ancientlibrary.com/index.php
THARGELIA: festività celebrate ad Atene il 6 e 7 del mese Thargelion (tra aprile e maggio) in onore di Apollo e di Artemide (Etymol. M.; vedi Lessico Suda, alla voce “Thargelia”), o secondo lo Scoliaste su Aristofane (Equit. 1405) in onore di Helios (nota: il titano dio del sole) e le Horae (nota: dee delle ore del giorno); quest’ultima affermazione è comunque, nella sostanza, la stessa della prima.
L’Apollo che veniva celebrato in queste festività era l’Apollo di Delo. (Athen. X, p. 424.).
La vera festa, o le Thargelia nel senso stretto della parola, sembra si svolgesse il 7, e il giorno precedente la città di Atene, o meglio i suoi abitanti, si purificavano. (Plutarco, Simposio, VIII, 1; Diogene Laerzio, II, 44)
Il modo in cui questa purificazione avveniva era davvero inconsueto e certamente rappresentava un residuo di riti molto antichi: due persone (pare che fossero un uomo ed una donna) venivano messe a morte in quel giorno, e uno moriva a nome degli uomini e l’altra a nome delle donne di Atene.
Il nome con cui queste le vittime venivano chiamate era “pharmakoi”: alcuni dicono che erano entrambi uomini, per altri erano un uomo ed una donna (Esichio, alla voce “pharmakoi”).
Il giorno in cui il sacrificio doveva essere compiuto le vittime venivano condotte fuori dalla città, in un luogo vicino al mare, accompagnate da una particolare musica, suonata con il flauto.
Il collo di colui che moriva per gli uomini veniva agghindato con una ghirlanda di fichi neri, e il collo dell’altro/a con una ghirlanda di fichi bianchi; mentre si procedeva verso il luogo del sacrificio, essi venivano picchiati con bastoni di legno di fico, e fichi e altre cose erano gettate loro addosso. Formaggio, fichi, e torte erano date loro in mano, in modo che essi potessero mangiare.
Essi infine venivano bruciati su una pira funebre fatta di legno di fico selvatico, e le loro ceneri gettate in mare e disperse nel vento. (Giovanni Tzetzes, Chiliade. V. 25.)
Alcuni scrittori sostengono, da un passaggio di Ammonnio (de Different. Vocab., p. 142, ed. Valck.), che essi venivano gettati in mare vivi, ma quanto scritto non dissipa i dubbi a riguardo.
Non sappiamo se questo sacrificio espiatorio e purificatorio fosse offerto regolarmente ogni anno, ma dal nome delle vittime (Pharmakoi,), nonché da tutto il resoconto di Tzetzes, che è autorevole, sembra assai probabile che questo sacrificio si teneva solo nel caso in cui una grave calamità avesse colpito la città, come la peste, la carestia, ecc.
Quali persone erano scelte come vittime in tali occasioni non ci viene detto, e abbiamo solo la testimonianza scritta sul Lessico Suda (alla voce “Farmako/j”), in cui si dice che essi erano mantenuti a spese dello Stato.
Ma con ogni probabilità erano dei criminali condannati a morte, e che venivano mantenuti dallo Stato dal momento della loro condanna fino al loro sacrificio durante le Thargelia.
Tuttavia in tempi ancora precedenti essi non erano criminali, ma invalidi (ancora G.Tzetzes; Scolii alle Rane di Arstofane), o di persone che si offrivano volontariamente di morire per il bene del loro paese. (Athen. IX, p. 370; vedi Lessico Suda, alla voce “Parthenoi”)
Il secondo giorno delle Thargelia era caratterizzato da una solenne processione e da una gara, che consisteva in un coro eseguito da uomini, attori professionisti.
Il premio del vincitore in questa gara era un tripode, che egli doveva dedicare nel tempio di Apollo, che era stato costruito da Pisistrato.
In questo giorno era consuetudine, per le persone che sono state adottate in una famiglia, di essere solennemente registrati e ricevuti dalla famiglia e dal “clan” dei genitori adottivi.
Questa solennità era la stessa di quella relativa alla registrazione dei propri figli durante la festività dell’Apaturia. (Isaeo, de Apollod. hered, c. 15. De Aristarch. hered, c. 8.)
Sull’origine delle Thargelia ci sono due versioni.
Secondo Istrus (ap. Phot. Lex. p. 467; Etymol. M., e Harpocrat. Alla voce “pharmakos’) i “pharmakoi” prenderebbero il nome da “Pharmakus”, ovvero colui che aveva rubato le ampolle sacre di Apollo ed essendo stato catturato proprio nel mentre dagli uomini di Achille, fu lapidato a morte, e questo evento viene commemorato nel terribile sacrificio delle Thargelia.
Elladio(p. 534. 3), d’altro canto, afferma che inizialmente questi sacrifici espiatori venivano offerti al fine di purificare la città da malattie contagiose, poiché gli Ateniesi, dopo la morte del cretese Androgeo, furono contagiati da questa piaga.
Una simile festa, probabilmente un’imitazione dei Thargelia, era celebrata a Marsiglia, (Petron. 141.)

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