LO SCUDO D’EUROPA / DER SCHILD VOR EUROPA (seconda parte)

LO SCUDO D’EUROPA / DER SCHILD VOR EUROPA (prima parte)

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Le seguenti descrizioni, di cui il corrispondente Hans Liska ha abbozzato alcuni aspetti, sono compilate in base ai radiomessaggi della VI armata tedesca, ai racconti dei feriti ed alle ultime lettere inviate con la posta militare. Vi sono rapporti di testimonianze oculari come su un automezzo per il trasporto della truppa. Un apparecchio costretto a compiere un atterraggio di fortuna tra le rovine di Stalingrado discende sulla parte sovietica della città. È un non senso che l’equipaggio sia tratto a salvamento dai granatieri, rinchiusi a loro volta in trappola dentro Stalingrado? Di che tempra debbono essere questi uomini che, sapendo già da settimane quale sorte li attende, scrivono: «Babbo, tu sai quale sia qui la situazione e ti è pure nota la consegna. Puoi essere tranquillo che tutto finirà onorevolmente…»

Die Funkspruche der 6. deutschen Armee, die Berichte dar letzten Verwundeten, die letzten Feldpostbriefe, sind die Unterlagen su den fa genden Schilderungen, van denen Kriegsberichter Hans Liska einit un Bude festhielt. Da gibt es Augenzeugenberichte wie den über den Mannschaftstransport-Wagen. Ein Flugzeug muss auf den Trümmern Stalingrads notlanden und gerät in Sowjetgebiet. Ist es wirklich sinnlos, wenn die Besatzung von jenen Grenadieren in Stalingrad herausgehauen  wird, die selber in der Falle sitzen? Was sind das fur Männer, die seit Wochen wissen, wohin die Fahrt geht, und dann schreiben: “Vater, Du weisst, wie es hier steht, Du kennst auch die Losung. Du kannst Dich darauf verlassen, dass es anständig ausgeken wird…”

Il soldato tedesco professa il coraggio, l’abnegazione, il dovere e ti sacrificio non per alcun vantaggio esteriore, ma unicamente per l’ideale sublime della patria, dell’onore e della grandezza del suo paese. Nel suo testamento, Federico il Grande ha definito “missione dell’uomo dalla nascita alla morte” quella di “lavorare per il bene della società di cui fa parte”. E noi potremmo soggiungere, secondo il concetto del gran re: non solo per lavorare, ma anche, se necessario, per combattere e morire. Ad ogni modo così agì Federico nelle tre guerre in cui, contro una coalizione di 50 milioni di anime, assicurò al suo popolo di 3 milioni d’anime le basi della sua esistenza nazionale. Eppure il re era tutt’altro che un soldataccio: era un uomo coltissimo, sensibile, dedito alle arti e alla filosofia. Alla rigorosa disciplina, all’obbedienza assoluta, al senso incrollabile del dovere egli aggiungeva l’abnegazione fino alla morte, la costanza anche in situazioni che apparissero disperate, e quella vivacità intellettuale che trvò poi espressione , una generazione più tardi, nell’azione e nelle creazioni di un Clausewitz e di un York, di un Gneisenau e di uno Schamhorst ed anche di un Heinrich von Kleist.

Frattanto si compiva un gran passo avanti: la sconfitta del 1806 contro l’esercito rivoluzionario di Napoleone aveva mostrato che il vecchio organismo militare prussiano si era irrigidito in forme impari ai tempi nuovi. Occorreva un rinnovamento. Schamhorst e Gneisenau, con occhio acuto, videro che il compito di comandare le truppe non doveva restare più oltre un privilegio della nobiltà: sangue nuovo doveva recare all’esercito nuovi impulsi. Essi crearono quindi, vincendo anche aspre resistenze, il vero esercito popolare: e oggi ancora si legge con profitto quanto essi scrivevano nel loro memoriale a Federico Guglielmo III sulla necessità di schiudere la carriera dell’ufficiale alla borghesia, anzi a qualunque tedesco distintosi in faccia al nemico.

Quelle idee, al pari di tutta quell’epoca, sono paragonabili agli avvenimenti dei giorni nostri: sei anni, dal 1806 al 1812, occorsero alla Prussia-Germania per risollevarsi dal tracollo; in un eguale spazio di tempo, dal 1933 al 1939, le nuove Forze armate tedesche vennero create dal nuli e oggi come allora, attingendo alle inesauribili energie del popolo, si offre ad ogni soldato valente la possibilità di salire fin ai gradi supremi, senza che ciò dia luogo a un deperimento qualitativo. L’una e l’altra volta ci si fondò sulle medesime virtù militari fondamentali, adattate alle idee dell’epoca ed oggi integrate da un elemento nuovo: il socialismo grigioverde, quale fu vissuto e sofferto una prima volta, nella passata guerra mondiale, nelle trincee e sotto il fuoco tambureggiante.

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GLI ULTIMI GIORNI…

Il sacrificio degli Eroi di Stalingrado, immolatisi all’Europa

DIE  LETZTEN TAGE …

Zeichen vom Opfer, das die Helden von Stalingrad Europa brachten

Campioni di un nuovo Stato…

La più profonda esperienza umana della prima guerra mondiale fu, per il soldato tedesco, il cameratismo, la profonda umana solidarietà nel pericolo e nella lotta, il senso di una comunanza indissolubile di fronte a un mondo nemico che ci superava per ricchezza di risorse materiali. Da questo fattore intellettuale e morale sorse, nel dopoguerra, l’idea socialista su base nazionale: il nazionalsocialismo, neanche esso invenzione di un teorico, bensì trasfusione nella sfera politica di un’esperienza acquistata in quattro anni di guerra e di un nuovo senso della vita, temprato in quegli anni. Adolf Hitler, veterano egli stesso della grande guerra del 1914—18, diede forma ed espressione a quell’esperienza ed a quel senso della vita; sfasciatasi la vecchia società d’impronta monarchica, egli fece quanto rispondeva allo sviluppo necessario ed allo spirito della storia tedesca. E perciò egli, sfornito dapprima di qualsiasi potere, poté via via affermarsi contro ogni resistenza, sorretto soltanto dalla crescente fiducia del popolo nella giustezza dei suoi propositi e della sua dottrina.

Bisogna tener presente il fattore militare di tale sviluppo, per renderci ragione degli avvenimenti dei giorni nostri. Tutto ciò che dicono o scrivono gli avversari della Germania circa un contrasto fra il Partito e le Forze armate, o è oggettivamente falso, o è una maligna calunnia. Il Partito è il ramo politico, le Forze armate sono il ramo militare di uno stesso tronco. II Partito nazionalsocialista ha fatto propri numerosi elementi della tradizione militare, come l’idea autoritaria, l’organizzazione e la disciplina rigorose; le Forze armate, quali sono state riorganizzate dal 1935 in poi, sono imbevute e animate dallo spirito politico rivoluzionario dell’ideale nazionalsocialista.

L’una e l’altra cosa avvenne sostanzialmente sotto l’azione della pressione esterna, per il fatto che le potenze versagliesi, i vincitori sazi, volevano mantenere in perpetuo il popolo tedesco — il più numeroso e uno dei primi d’Europa per civiltà ! — in stato d’impotenza, dopo averlo disarmato e saccheggiato, servendosi all’uopo anche di Stati come la Polonia e la Cecoslovacchia, una creazione artificiale. Siffatto stato di cose era intollerabile per il popolo tedesco, e perciò la ricostruzione delle sue Forze armate poté compiersi, dal 1933 in poi, secondo uno spirito d’ordine politico e con una rapidità quasi prodigiosa.

Addurre il talento d’organizzazione del popolo tedesco è una spiegazione inadeguata: qui l’essenziale è stato lo spirito che si serviva dei mezzi di organizzazione. La Reichswehr, dal 1918 al 1933, si era tenuta estranea alle lotte politiche, custodendo la tradizione militare ed arricchendola degli insegnamenti della prima guerra mondiale; ora divenne il nucleo delle nuove Forse armate, al quale si aggiungeva lo slancio rivoluzionario di un rinnovamento politico. Tale fusione delle migliori tradizioni militari con idee nuove e con la fede in nuove possibilità d’esistenza fu ciò che permise alle Forze armate tedesche di realizzare, dal 1° settembre 1939 in poi, le loro vittorie meravigliose. A spiegarle non basta il progresso della tecnica bellica o l’organizzazione materiale: di questi due fattori, infatti, anche gli avversari della Germania disponevano in misura larghissima. Non possedevano forse una Linea Maginot, non si trovavano tutt’intorno al Reich, pronti alla lotta, eserciti sulle prime molto superiori per numero, non disponevano essi delle risorse del mondo intero? Se l’esercito polacco venne spazzato via in soli 18 giorni; se la Linea Maginot venne sfondata e la Francia vinta in poche settimane; se gli inglesi — da Narvik a Dunkerque e a Creta — subirono disfatta su disfatta; se gli eserciti bolscevichi, molto superiori per numero e per materiali, poterono venir ricacciati tanto addietro nel loro territorio, tutto ciò va attribuito all’energia intellettuale e morale delle Forze annate tedesche rinnovate, a cui gli avversari non avevano da opporre nulla di equivalente. Se poi la Germania questa volta si procurò anche validi mezzi materiali e fin da principio provvide alle sue materie prime e alla sua alimentazione meglio che nel 1914, ciò è un’ovvia conseguenza delle esperienze della prima guerra mondiale. Ma l’essenziale restano sempre le idee e gli ideali che animano le Forze a rinate tedesche, dando loro la forza di affermarsi vitto riosamente.

… e soldati politici.

Dacché le democrazie sprecarono così vilmente l’occasione incomparabile, che si offriva loro a Versaglia, di instaurare nel nostro continente un ordine nuovo veramente giusto, la Germania si accinse a procurare all’Europa tormentata nuove possibilità di vita. In questo senso le Forze armate tedesche hanno piena coscienza di essere le esecutrici di una volontà politica, e pertanto all’opinione, spesso professata in passato, che il soldato debba essere «apolitico», è subentrata la convinzione che egli debba essere imbevuto di spirito politico, compreso cioè dell’importanza e del valore delle idee oggi rappresentate dal nazionalsocialismo. La Germania non è stata spinta a questo conflitto armato da avidità di conquiste; esso invece le è stato imposto dalla volontà di distruzione che animava i suoi nemici. Di questo il soldato tedesco è intimamente convinto e perciò le Forze annate tedesche formano un blocco invincibile, fondato su uno spirito militare eticamente elevatissimo, imbevuto e animato inoltre dalla fede nell’alta missione di proteggere il Reich, e quindi l’Europa intera, sia dalle usurpazioni delle potenze capitalistiche occidentali, sia e soprattutto dagli orrori del Bolscevismo. Ogni soldato tedesco sa che si tratta veramente di essere o non essere; nessuno si fa illusioni; e ciò non fa che esaltare la volontà di tener duro e di battere il nemico dovunque lo si incontri.

La propaganda nemica si compiace di presentare sotto falsi colori un’immagine delle Forze armate del Reich che non regge all’esame spassionato dì un osservatore meramente neutrale.

La Germania possiede oggi un esercito veramente popolare, in cui ciascun soldato valente porta nello zaino il bastone di maresciallo. Senza sacrificare nessuno degli alti valori della sua grande tradizione militare, essa ve ne ha aggiunti molti altri. Le virtù somme sono sempre: coraggio, abnegazione, modestia, disciplina e spirito di sacrifìcio. Vige sempre la massima: «più essere che parere». Il soldato tedesco combatte sempre cavallerescamente e non da barbaro lanzichenecco, con quell’efferatezza che ha conosciuto, in questa guerra, nei suoi avversari: dal far fuoco sugli ospedali e sui velivoli di soccorso marittimo, dagli attacchi terroristici a ritta aperte, operati dagli inglesi, fino agli spaventosi eccessi compiuti dai bolscevichi contro i prigionieri. Le popolazioni di tutti i territori occupati dalle truppe tedesche sono unanimi nel lodarne il contegno esemplarmente disciplinato. Nei paesi stessi, è fonte di continua meraviglia il cameratismo che regna tra soldati e ufficiali nell’esercito tedesco. Per, ogni ufficiale tedesco, è un ovvio dovere quello di provvedere anche da uomo a uomo al benessere dei suoi inferiori, senza differenze di classe, senza distanze sociali, sentendosi tutti egualmente devoti al servizio comune. La gerarchia militare e la disciplina non ne soffrono menomamente, anzi conservano l’antico rigore.

[continua]

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