LO SCUDO D’EUROPA / DER SCHILD VOR EUROPA (terza e ultima parte)

LO SCUDO D’EUROPA / DER SCHILD VOR EUROPA (seconda parte)

sva044aAlcazar della steppa

I resti dell’XI Corpo, al comando del generale di fanteria Strecker, si sono asserragliati nella fabbrica di trattrici, i feriti continuano a combattere, i soldati che hanno riportato gravi congelamenti porgono le munizioni agli altri. Il 30 gennaio, in occasione del decimo annuale del Grande Reich, la radio trasmette loro il proclama del Führer. Con un radiomessaggio i superstiti difensori di Stalingrado danno notizia della loro ultima cerimonia «… ed alziamo forse per l’ultima volta la mano nel saluto tedesco».

sva044Tentativi di infiaccamento…

I sovietici hanno cercato di fiaccare moralmente con altoparlanti e manifestini l’armata tedesca accerchiata ed i suoi alleati. La marchiana contraffazione della fotografia raffigurante la «massa dei prigionieri tedeschi» si riconosce a prima vista. In essa sono riprodotti varie volte i medesimi gruppi (confrontare i cerchietti bianchi collegati!). A tutte le intimazioni di resa è stato risposto facendo fuoco fino all’ultima cartuccia fino a quando fu distrutto l’ultimo documento e l’ultimo otturatore.

sva046Al servizio dell’Europa

Se dunque il soldato tedesco ha potuto compiere quelle gesta con cui egli oggi difende un intero continente, ciò è stato in virtù degli altissimi valori spirituali affermatisi e temprati in tante guerre, trasmessi di padre in figlio, sempre rinnovandoli e integrandoli. Sono le più elette virtù virili, che dovrebbero parlare al cuore d’ogni popolo che non sia ancora diventato del tutto preda del vuoto meccanismo di una civiltà rumorosa e materialistica, come il popolo americano. Certo, oltre all’atteggiamento e all’ideale guerriero, ve ne sono altri pregevoli; ma quello resta pur sempre, nella lotta per la vita, il saldo sostegno senza di cui un organismo nazionale, quando venga esposto a gravi sforzi, non può reggersi alla lunga. Infatti il soldato, che è costretto a uccidere e distruggere, nel tempo stesso rischia egli stesso quanto ha di più prezioso: la vita. Così facendo, egli si stacca dal piano della meschina utilità, elevandosi in una sfera in cui l’atteggiamento e il valore dell’individuo si misurano secondo misure eterne.sva048

Davanti ai nostri occhi sta, esempio sublime, il sacrifìcio dì Stalingrado, per cui fu reso possibile alle armate alleate dello scacchiere orientale dì opporre nuovi argini alla marea tempestosa dell’invasione bolscevica, continuando in tal modo a preservare l’Europa dal dominio annientatore dei Soviet. Isolati da ogni soccorso, accerchiati da forze decuple, torturati dalla fame e dal freddo, perdute tutte le armi pesanti, i difensori tedeschi lottarono per lunghe settimane e fino all’estremo contro l’avversario. Avendo davanti agli occhi la morte sicura, combatterono perdutamente mirando da ultimo unicamente alla grandezza immacolata del loro onore di soldati. Vinsero cosi l’orrore della morte prima ancora di patirla; cosi divennero, per il popolo tedesco e per tutta l’Europa consapevole della sua civiltà, un esempio sublime.

A uomini siffatti dovette pensare Carl von Clausewitz, il grande soldato e patriota tedesco, quando scrisse queste parole:

«Un esercito che sotto il fuoco micidiale mantiene l’ordine abituale, che non cede mai allo sgomento e contende il terreno palmo a palmo, che anche nella fatalità della sconfitta non smarrisce la forza di obbedire, né il rispetto e la fiducia verso i suoi capi, che considera ogni sforzo come mezzo per conseguire la vittoria e non già come una maledizione incombente sulle sue bandiere; che infine si rammenta di tutti questi doveri e queste virtù mercé il breve catechismo di un’unica idea, cioé l’onore delle sue armi — un esercito siffatto è compenetrato di spirito guerriero».

L’Europa, quando tornerà a godere le benedizioni della pace, ringrazierà il soldato tedesco per aver egli salvato il continente, col suo valore, dal cadere preda del bolscevismo.

 

In ogni divisione uno…

Gli aerei da trasporto dell’esercito tedesco hanno mantenuto fino quasi nelle ultime ore il collegamento con gli assediati: gli apparecchi trasportavano nella piazzaforte viveri e munizioni, e riempivano nel volo di ritorno di feriti gravi, riuscendo a trarne in salvo 47.000. Non parlano di ciò ora, ma raccontano dei difensori di Stalingrado, come li hanno visti le ultime volte. Narrano ad esempio come un ferito grave giovane si sia rifiutato di mettersi al sicuro, per cedere l’ultimo posto assegnatogli ad un ferito grave più anziano e padre di famiglia. Raccontano come intorno agli apparecchi, dietro alle linee tedesche, facessero ressa i soldati che avevano trascorso la licenza in patria, per poter raggiungere i propri reparti nella città perduta. E come un giorno sia stato eseguito un ordine di trasporto imposto non già dalla necessità, ma dallo spirito militare tedesco: dei soldati volavano verso Occidente, ultimi della VI Armata di Stalingrado e nel medesimo tempo i primi della nuova VI Armata tedesca.

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