Beretta mod. 1934

Beretta mod. 1934

Logo Beretta

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L’Italia, pur presentando forti deficit dal punto di vista quantitativo degli armamenti, fu sempre in grado di ideare armi apprezzabili per affidabilità e semplicità d’utilizzo (tranne in alcuni e clamorosi casi). Si possono ricordare gli aerei da guerra, le corazzate della marina ed alcuni fucili automatici di produzione autoctona. Tra queste eccellenze della nostra bistrattatissima penisola della quale gli storici si ostinano a dipingere un panorama assolutamente falso e menzognero, abbiamo una fabbrica che, ancora oggi, ricorda la supremazia italiana nel campo delle pistole, la Beretta. Prima di parlare della pistola oggetto di quest’articolo  è necessario scrivere qualcosa della storia della gloriosa ditta italiana, una tra le più antiche al mondo, marchio di prestigio dello stivale che oggi, a causa di un certo pacifismo becero e qualunquista e non intelligente, viene sin troppo oscurato e troppo poco se ne parla.

Beretta M34

Beretta M34

La Fabbrica d’Armi Pietro Beretta ha una storia molto antica. La sua nascita viene fatta risalire al 1526, quando a mastro  Bartolomeo Beretta venne commissionata da parte dell’Arsenale di Venezia la produzione di 185 archibugi, che vennero costruiti presso Gardone Val Trompia (attuale provincia di Brescia).  Il certificato di pagamento della fornitura di archibugi ( somma totale di 296 Ducati) è ancora conservato nei registri storici della ditta, ma gli attuali eredi sostengono che in realtà la casa d’armi non venne fondata da Bartolomeo, ma da un suo parente ancora più indietro nel tempo, nel 1400 circa. Dopo la vendita all’Arsenale di Venezia comincia un periodo di espansione della bottega artigianale di Bartolomeo, il quale passerà l’ufficio di padre in figlio (regola in uso sino al 1980, anno intorno al quale la dinastia venne “spezzata” a causa della mancanza di eredi maschi, passando così ad un fratello del proprietario e non al figlio). Nel tempo la bottega si è evoluta in officina, quindi in industria, poi colosso bellico ed infine, nei nostri giorni, in multinazionale. Nell’evoluzione di questa storica azienda restano alcune costanti, che dovrebbero servire d’esempio a certi industriali che, pur avendo un migliore bacino di mercato, sono del tutto incapaci di gestire un’industria, portando marchi storici ai livelli più bassi ed insignificanti:lo scrivente sta scrivendo della Fiat. Queste costanti sono la capacità di leggere le tendenze implicite nei tempi, sapere cogliere i cambiamenti così da cavalcare l’onda del tempo senza finirne travolti, la passione e la volontà di mantenere alto il valore del simbolo che da 15 generazioni la famiglia Beretta passa di padre in figlio ( o quasi).  Chi legge capirà che non è facile che una bottega venga modificata in officina o che un figlio sia capace di mandare avanti l’operato del padre: avviene anzi spesso che le piccole aziende perdano la loro identità finendo inglobate in apparati più grandi o che i figli distruggano l’operato paterno.  Insomma, obbiettivo dello scrivente non è quello di sponsorizzare la famiglia Beretta (d’altronde basta la sua storia per questo), ma di sottolineare come nell’Italia di certi individui (neanche degni di essere nominati) che provocano fallimenti per intascare il capitale o che licenziano italiani per smobilitare all’estero, esistono realtà imprenditoriali sane e potenti che dimostrano l’assoluta falsità di fesserie spacciate dai media e dai politici come dogmi economici.  Oggi la Beretta ha inglobato in sé altri marchi come la Benelli, la Franchi e altre due industrie finlandesi ed oltre a fornire le armi d’ordinanza ai corpi di polizia e di difesa italiani fornisce anche l’ arma da fianco in dotazione all’esercito statunitense (la Beretta M9). La sua produzione è improntata non solo ai reparti militari propriamente detti, ma anche alla vendita civile con armi atte alla difesa personale, da tiro sportivo, da caccia e soft-air.

M34 SmontataEppure la ditta non fu subito tra le prime in Italia. Comincia a farsi strada nei campi di battaglia durante il primo conflitto mondiale, durante il quale molti soldati del Regio Esercito preferirono sostituire la pistola d’ordinanza dell’esercito italiano, la Glisenti, con una Beretta M15, sostituzione peraltro semplice visto che questa adottava la stessa cartuccia della Glisenti, la 9 mm Glisenti similissima alla 9 mm Parabellum (quella utilizzata dalla famosissima Luger tedesca). Con questo modello comincia l’egemonia della fabbrica di Gardone nel panorama delle pistole, preponderanza giustificata dall’ottima qualità dei prodotti. La Beretta M15 era una pistola semiautomatica a canna fissa, con carrello ed otturatore rinculanti. Questo movimento veniva assicurato dalla pressione del gas di scarico che si liberava nel momento immediatamente successivo allo sparo. In questo modo veniva espulso il bossolo della cartuccia esplosa e caricato il cane. Il ritorno in sede invece veniva assicurato da una molla a spirale e durante questo una nuova cartuccia veniva estratta dal caricatore ed inserita nella camera di scoppio. Questo semplice ed affidabile sistema rimase in uso in praticamente tutti i modelli successivi, venendo modificato molti anni più tardi con alcune modifiche per renderlo più performante.

Dopo il primo conflitto mondiale la Beretta produsse un nuovo modello utilizzante il calibro 7,65 mm , prova della volontà dell’industria di aprirsi strada anche nel mercato civile, ma questa pistola non riuscì nell’intento, finendo inoltre per essere snobbata anche dai militari per via delle sue caratteristiche che la rendeva inadatta all’uso bellico; d’altronde era nata per un bacino d’utenza civile e fu un errore, dopo la tiepida accoglienza, pensare di offrirla ai militari.

Beretta M35

Beretta M35

Così la Beretta decise di tornare al 9 mm Parabellum e nel 1923 presentò un nuovo modello, la  Beretta M23. Questa era un’arma ad uso prettamente militare e grandi quantità furono acquisite dal regio esercito, anche se non risulta che questa fosse l‘arma d’ordinanza. Rispetto alla M23 le principali differenze sono costituite dal calibro, dal peso ( 850 g contro 820 g) e dal cane esterno. Inoltre si poteva montare una fondina rigida al calcio così da utilizzare l’arma appoggiandola alla spalla, come una carabina.

In seguito il ministero degli interni (sotto il governo del partito nazionale fascista) commissionò alla Beretta la produzione di una nuova pistola. Nel 1934 venne così presentata la Beretta M34, che doveva essere la pistole d’ordinanza dei funzionari di pubblica sicurezza in borghese.  Essa rappresenta l’evoluzione dei modelli M15 ed M23 (utilizzati negli anni precedenti non solo dall’esercito, ma anche dalla marina militare). Era molto più compatta delle precedenti e costruita in un numero minore di parti (circa 39) , richiedendo così una lavorazione minore ed impiegando un processo produttivo più veloce, senza intaccare la qualità dell’arma. Questa quindi presentava tutte le caratteristiche della pistola  da guerra moderna e non bisogna sorprendersi se dopo soli due anni dalla sua presentazione divenne l’arma d’ordinanza del Regio Esercito Italiano. La Beretta M39 era inizialmente costruita in due calibri, uno civile e l’altro militare, ma successivamente si imporrà la produzione del modello supportante  il solo calibro militare, il 9 mm corto. La pistola rappresenta una delle più riuscite semiautomatiche mai costruite per semplicità, compattezza e sicurezza di funzionamento. Il meccanismo di sparo era lo stesso dei modelli precedenti (sopra descritto).  La sicura invece  si trovava nel lato sinistro del carrello e si inseriva ruotando un’apposita linguetta che andava a coprire un punto rosso (proprio per questo la pistola venne soprannominata dagli inglesi “Red Point”), bloccando il movimento del cane. Invece una volta esploso l’ultimo proiettile il movimento del carrello veniva bloccato a fine corsa (impedendogli il ritorno in sede) dall’elevatore del caricatore: questo sistema è detto  “OACE”, ovvero Otturatore Aperto Caricatore Esaurito.  Le parti principali della pistola (come carrello, canna e guidamolla) erano intercambiabili tra pistole diverse e questo rendeva molto facile e veloce la manutenzione, anche in campo di battaglia o durante le fasi a fuoco. La pistola pesava 731 g ed era lunga 150 mm (86 mm la canna), con caricatore da 7 colpi ed organi di mira fissi sul carrello. L’unico e sostanziale difetto era costituito dalla scarsa potenza, specie se paragonata alle corrispettive armi degli alleati tedeschi. La pallottola da 6 g aveva una velocità alla bocca di soli 270 m/s, contro i 400 m/s della Walther P38 con un peso della pallottola di 8,5 g: questo si traduce in una potenza d’arresto dimezzata rispetto a quella della pistola tedesca.  Con queste caratteristiche il tiro utile si assestava sui 30 m circa.  La pistola quindi era del tutto inadatta all’uso sul campo di battaglia, riuscendo però a dare il meglio di sé negli spazi ristretti, nelle battaglie urbane e nella difesa personale (tutti casi di distanze brevi, ma nei quali possedere un’arma così compatta ed affidabile risulta comunque di vitale importanza). Questa pistola spopolò durante il secondo conflitto mondiale, venendo apprezzata anche dai soldati Alleati  per la sua grande praticità come arma corta da tasca.  In seguito divenne l’arma d’ordinanza dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, ma già nel 1977 venne sostituita da modelli più nuovi. Questa pistola durante il periodo fascista veniva marchiata con una doppia data (anno di produzione ed anno del calendario fascista espresso in numeri romani). Gli altri marchi presenti sul fusto dipendevano dalla destinazione d’utilizzo della pistola: RE indicava ad esempio “Regio Esercito” mentre PS indicava “Pubblica Sicurezza” (queste erano le pistole del ministero degli Interni).

Marò della Decima MAS con M34 in cintura

Marò della Decima MAS con M34 in cintura

Un ulteriore modello che affrontò la Seconda Guerra mondiale è la Beretta M35, identica alla M34 a meno del calibro, il 7,65 Browning. Questa pistola venne ampiamente utilizzata dai combattenti della Repubblica Sociale Italiana.

Curiosità finale, si nota la presenza di una Beretta M34 nel film Hannibal.

Pasquale Piraino

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