Wagner ed il giovane Adolf

Nietzsche : “e gracchiano i corvi,vanno in città… Pellegrino triste, che pallido stai, ciò che perdesti mai più troverai.”

Wagner ed il giovane Adolf

Sempre nell’ottica di un’analisi storica differente ed eterodossa, riportiamo un estratto dal libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù” (in particolare il decimo capitolo), scritto da August Kubizek. Per chi non lo sapesse, egli fu uno dei pochi (se non l’unico) amico di Hitler nei tempi della primissima giovinezza. Con lui trascorse intere giornate nella Linz del decadente impero asburgico, instaurando un profondissimo rapporto di amicizia. Spesso i due andavano insieme a teatro, per vedere le opere del grande compositore Richard Wagner. Il seguente estratto riguarda proprio la testimonianza diretta di Kubizek sull’effetto che la visione del “Rienzi” fece nell’animo del giovane Adolf Hitler. Questo spunto sarà utile per scorgere l’animo dell’Artista che la storia moderna nega o nasconde, mostrando sempre una figura ombrosa e truce. In realtà, ed il lavoro fotografico di Thule lo dimostra ogni giorno, non era così. Buona lettura.

August Kubizek,1907

August Kubizek,1907

“Quella rappresentò l’ora più ricca di emozioni che io abbia mai vissuto con il mio amico. Fu così indimenticabile che, persino i particolari più minuti, come il vestito che Adolf indossava e la situazione climatica, sono ancora presenti nella mia mente, come se certe emozioni non sbiadiscano col passare degli anni. Adolf era in piedi fuori da casa mia, col solito cappotto nero ed il berretto  calato sin sopra la sua faccia. Era una fredda e dura notte di Novembre. Era piuttosto impaziente. Io avevo appena finito di pulirmi dal lavoro e stavo per prepararmi per andare a teatro. Quella notte davano il Rienzi. Non avevamo mai visto quest’opera di Wagner e l’attendevamo con grande eccitazione. Dovevamo arrivare in anticipo per poterci assicurare dei buoni posti. Adolf fischiò, così che io mi sbrigassi.

Quindi ci recammo a teatro, dove brucianti d’entusiasmo e senza fiato guardammo l’ascesa di Rienzi a Tribuno del popolo romano e la sua successiva caduta. Quando finalmente finì, era mezzanotte passata. Il mio amico, silenzioso e taciturno, con le mani dentro le tasche del cappotto, si diresse lungo le strade che conducevano fuori dalla città. Sebbene, in genere, un’emozione artistica come quella che terminava, lo agitava ed egli cominciasse a parlare immediatamente, giudicando con occhio critico la rappresentazione, così da liberare sé stesso dalle turbinose impressioni, dopo il Rienzi si mantenne a lungo silenzioso. Restai stupito. Chiesi il suo giudizio sull’opera. Adolf mi guardò straniato. Mi intimò il silenzio.

Un giovane Hitler

Un giovane Hitler

Era una buia notte di novembre e la nebbia permeava le strade. I nostri passi solitari risuonavano sul selciato. Adolf prese la strada che conduceva al Freiberg. Senza dire una parola, si inoltrò avanti. Aveva un ché di diverso ed apparivo più alto del solito. Il suo bavero alzato inoltre rendeva il suo aspetto ancora più criptico da decifrare.

Gli volevo chiedere dove stesse andando, ma la sua faccia era così immersa nei suoi pensieri che ritirai la domanda.

Come spinto da una forza invisibile Adolf salì sino alla cime della montagna, e solo allora capii che non eravamo soli, le stelle brillavano sulle nostre teste.

Adolf era di fronte a me. Prendendo le mie mani le strinse forte e le tenne con fermezza. Non avevo mai conosciuto in lui questo gesto. Stringendo le mani egli mi diede idea della profondità delle sue emozioni. I suoi occhi risplendevano di eccitazione. Le parole non erano fluide e veloci come al suo solito, ma lente, rauche. Tramite la sua voce rotta percepii quanto fu scosso dalla rappresentazione.

Gradualmente riacquistò sicurezza e le parole ricominciarono a scorrere come al suo solito. Mai, nel passato o nei giorni a venire, sentii Adolf parlare come fece in quell’ora per lui tremenda, come se sotto quelle stelle noi fossimo le uniche creature rimaste al mondo.

Ma è impossibile riportare le parole che il mio amico mi disse. Ero come preso da un qualcosa di strano, che non avevo mai avvertito prima, neppure quando mi parlava nei momenti di maggiore eccitazione. Sembrava un altro Io quello che si esprimeva tramite la sua bocca,avevo la sensazione che anche egli, come me,  fosse stupefatto dall’emozione e dalla forza che sorgeva dal suo animo interiore. Non era per nulla un caso di quelli come quando un oratore viene trasportato dalle sue stesse parole,ma il contrario. Io stesso vedevo lo stupore che egli stesso , nel parlare,sentiva, seguendo un sentimento bruciante che da dentro lo elevava con la sua forza primordiale. Non so interpretare questo fenomeno,ma fu come uno stato estatico, di possessione divina, era come se egli si fosse trasferito nel personaggio di Rienzi adottando non solo i suoi modelli, ma anche  il suo visionario potere di pianificare i suoi progetti. Ma non fu una mera recita,è stato come se una serie di impulsi, causati dall’impatto dell’opera, l’avessero spinto a parlare dei suoi progetti per il futuro del suo popolo.

Rienzi

Rienzi

Ero convinto che il mio amico volesse essere un artista, un pittore od un architetto. Adesso non era più così: lui aspirava a qualcosa di più alto, che io ancora non potevo afferrare. La cosa mi sorprese, visto che lui parlava dell’ideale dell’Arte come il più alto e desiderabile. Ma adesso egli parlava di un mandato che, un giorno, avrebbe ricevuto dal popolo, per guidarlo fuori dalla servitù sino alle altezze della libertà.

In quelle ore fu un giovane sconosciuto che mi parlò. Parlava di una missione speciale che un giorno l’avrebbe messo alla prova ed io, suo solo ascoltatore, difficilmente avrei capito cosa intendesse. Solo alcuni anni dopo avrei afferrato il significato di quelle ore di estasi del mio giovane amico.

Le sue parole furono seguite dal silenzio. Tornammo in città e l’orologio suonò le tre. Arrivammo di fronte a casa mia. Adolf mi strinse la mano. Fui sorpreso nel vedere che egli non si diresse verso casa sua, ma tornava di nuovo alle montagne. “Dove stai andando adesso?” gli chiesi con stupore. Mi rispose concisamente: “Voglio stare da solo”.

Nelle successive settimane e nei mesi a seguire non parlammo più di quell’esperienza al Freiberg. Ero incuriosito,  e non trovavo spiegazione per quel suo strano comportamento, cominciai a credere che egli avesse già dimenticato tutto. In realtà egli ricordava tutto quanto. Me ne resi conto trentatré anni dopo: egli manteneva il silenzio poiché voleva conservare quell’esperienza tutta per sé. Io capii e rispettai il suo silenzio. Dopotutto,  quell’esperienza fu vissuta da lui, non da me. Io giocai semplicemente il piccolo ruolo di un simpatico amico.

Linz nel 1910

Linz nel 1910

Nel 1939, poco prima che la guerra scoppiasse, quando io, per la prima volta, visitai Bayreuth come ospite del Cancelliere del Reich, pensai che avrebbe fatto piacere al io ospite ricordare quell’esperienza notturna al Freiberg, così raccontai ad Adolf Hitler quello che ricordavo, riportando alla memoria quell’enorme numero di eventi e di emozioni che tanto mi colpirono quando ero un ragazzo di diciassette anni. Ma dopo poche parole  capii che egli ricordava chiaramente quell’esperienza e conservava ancora nella sua memoria tutti i dettagli. Fu visibilmente compiaciuto nel notare che la mia versione combaciasse perfettamente con la sua. Mi venne inoltre presentata frau Wagner, subito dopo che Adolf Hitler le raccontò questa nostra esperienza giovanile, nella casa della quale eravamo entrambi ospiti. Le parole che Hitler disse concludendo il racconto a frau Wagner  divennero per me indimenticabili. Disse solennemente: “In quel momento, tutto cominciò”.                                                                                                                                              

trad. Pasquale Piraino

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