Il mito omerico e orfico della creazione. Il mito olimpico della creazione

Il mito omerico e orfico della creazione

a) Certuni dicono che tutti gli dèi e tutte le creature viventi nacquero dal fiume Oceano che scorre attorno al mondo, e che Teti fu la madre di tutti i suoi figli. (1)

La dea della Notte

La dea della Notte

b) Gli Orfici dicono invece che la Notte dalle ali nere, una dea che si impone persino al rispetto di Zeus, (2) fu amata dal Vento e depose un uovo d’argento nel grembo della Oscurità; e che Eros, chiamato anche Fanete, nacque da quell’uovo e mise in moto l’Universo. Eros fu un ermafrodito dalle ali d’oro, e poiché aveva quattro teste di volta in volta ruggiva come un leone, muggiva come un toro, sibilava come un serpente o belava come un ariete. La Notte, che chiamò Eros col nome di Ericepeo e di Fetonte Protogeno,(3) visse con lui in una grotta e assunse il triplice aspetto di Notte, Ordine e Giustizia. Dinanzi a quella grotta sedeva l’inesorabile madre Rea che battendo le mani su un bronzeo tamburo costringeva gli uomini a prestare attenzione agli oracoli della dea. Fanete creò la terra, il cielo, il sole e la luna; ma la triplice dea imperò sull’Universo, finché il suo scettro passò nelle mani di Urano. (4)

La Dea Teti

La Dea Teti

Note

(1) Omero, Iliade XIV 201.

(2) Ibidem XIV 261.

(3) Frammenti orfici 60, 61; e 70.

(4) Ibidem  86.

Approfondimenti

1 Il mito omerico è una versione leggermente modificata del mito pelasgico della creazione (vedere qui) poiché Teti regnava sul mare come Eurinome, e Oceano avvolgeva l’Universo a somiglianza del serpente  Ofione.

2 II mito orfico ci  presenta un’altra versione dello stesso mito pelasgico,  in  cui  si  avverte  però  l’influenza  della  più  tarda  dottrina mistica dell’amore (Eros) e delle teorie sorte a proposito dei rapporti  tra i  sessi. L’uovo argenteo della Notte simboleggia la luna, poiché l’argento era il metallo lunare. Come Ericepeo  («colui che si nutre d’erica»), il dio-amore   Fanete («rivelatore») è una ronzante ape celeste, nata dalla Grande Dea. L’alveare infatti fu preso a modello della repubblica ideale e convalidò il mito dell’Età dell’Oro, quando il miele stillava dagli alberi. Il bronzeo tamburo di Rea echeggiava per impedire alle api di sciamare disordinatamente e per tenere lontani gli  spiriti maligni; con lo stesso scopo, nelle cerimonie misteriche, si facevano roteare   i  rombi.   Come  Fetonte   Protogeno  («lucente  primogenito»), Fanete è il Sole, che per gli Orfici era simbolo di luce spirituale, e le sue quattro  teste corrispondono  ai  quattro  animali delle stagioni. Secondo Macrobio, l’oracolo di  Colofone identificò  codesto  Fanete  con  il  trascendente  dio  Iao:   Zeus   (l’ariete) era la primavera; Elio (il leone) era l’estate; Ade (il serpente) era l’inverno e Dioniso  (il toro)  l’anno nuovo. Con l’avvento del patriarcato, lo scettro della Notte passò nelle mani di Urano.

Il mito olimpico della creazione

a) All’inizio di tutte le cose, la Madre Terra emerse dal Caos e generò nel sonno suo figlio Urano. Dall’alto delle montagne Urano guardò la dea con occhio amoroso e versò piogge feconde nelle sue pieghe segrete, ed essa generò erba, alberi e fiori, unitamente alle belve e agli uccelli. Quelle stesse piogge fecero poi scorrere i fiumi e colmarono d’acqua i bacini, e così si formarono laghi e mari.

Gea, tra Aria e Acqua

Gea, tra Aria e Acqua

b) I primi figli della dea con aspetto quasi umano furono i giganti dalle cento braccia: Briareo, Gige e Cotto. Poi apparvero i tre feroci Ciclopi monocoli, costruttori di mura e fabbri ferrai, che si stabilirono prima in Tracia e poi in Creta e in Licia;(1) Odisseo incontrò i loro figli in Sicilia.(2) I loro nomi furono Bronte, Sterope e Arge e le loro ombre vagano nelle caverne del vulcano Etna da quando Apollo li uccise per vendicare la morte di Asclepio.

c) I Libici, tuttavia, sostengono che Garamante nacque prima dei giganti dalle cento braccia e che, quando balzò fuori dalla pianura, offrì alla Madre Terra un sacrificio di ghiande dolci. (3)

Note

(1) Apollodoro,  I 1-2;  Lucrezio, I 250 e II 991 e sgg.

(2) Omero,  Odissea  IX   106-566;   Apollodoro,  III   10  4.

(3) Apollonio   Rodio,   IV   1493   e   sgg.;   Pindaro,  frammento  84   ed.  Bergk.

Approfondimenti

1 II mito patriarcale di Urano fu accettato ufficialmente con l’avvento della religione olimpica. Urano, il cui nome finì con l’assumere il significato di «cielo», pare abbia assunto l’importante ruolo di Padre Progenitore perché lo si identificò col dio Varuna, della triade maschile ariana. Ma il suo nome, in greco, è la forma maschile di Ur-ana («regina delle montagne», «regina dell’estate», «regina dei venti» o «regina dei bufali»), cioè la dea orgiastica del pieno dell’estate. Le nozze di Urano con la Dea Madre ricordano senza dubbio un’antichissima invasione degli Elleni nella Grecia Settentrionale, invasione che permise ai seguaci di Varuna di proclamare che il loro dio era stato il padre delle tribù indigene, benché ammettessero che Varuna, a sua volta, era figlio della Madre Terra. Un’altra versione del mito, citata da Apollodoro, è che la Terra e il Cielo si accanirono l’una contro l’altro in una lotta terribile e furono poi ricongiunti dall’amore. Questa versione è citata anche da Euripide (Melanippe, frammento 484 ed. Nauck) e da Apollonio Rodio (Argonautiche I 494). La lotta tra cielo e terra si riferisce senza dubbio all’urto tra patriarcato e matriarcato che si verificò in seguito alle invasioni elleniche. Il nome Gige («nato dalla terra») ha anche un’altra forma, gigas («gigante») e nel mito i giganti sono associati con le montagne della Grecia settentrionale. Briareo («forte») era anche chiamato Egeone (Iliade I 403) e il suo popolo fu perciò quello dei Libiotraci, la cui dea-capra Egide diede il nome al mare Egeo. Cotto fu l’avo eponimo dei Cotti che veneravano l’orgiastica Cotitto e ne diffusero il culto dalla Tracia in tutta l’Europa nord-occidentale. Codeste tribù venivano dette «dalle cento braccia» forse perché le loro sacerdotesse si riunivano in collegi di cinquanta, come le Danaidi e le Nereidi; o forse perché gli uomini combattevano in gruppi di cento, come gli antichi romani.

2 I Ciclopi, pare, furono i membri di un’associazione di fabbri durante la civiltà elladica primitiva. Ciclope significa «dall’occhio rotondo» e probabilmente essi avevano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici in onore del sole, fonte del fuoco che alimentava le loro fornaci. I Traci infatti continuarono a tatuarsi fino all’epoca classica (vedi 28 2). I cerchi concentrici facevano parte del mistero dell’arte del fabbro: per forgiare tazze, elmi o maschere rituali, il fabbro si regolava su tali cerchi, tracciati col compasso attorno al centro di una lastra piatta. I Ciclopi vengono descritti come monocoli anche perché i fabbri ferrai spesso si coprono un occhio con una benda per ripararlo dalle scintille. In seguito ci si scordò della vera identità dei Ciclopi e i mitografi, lavorando di fantasia, dissero che le loro ombre vagavano nelle caverne dell’Etna, per spiegare così il fenomeno del fuoco e del fumo che uscivano dal suo cratere. Tra la Tracia, Creta e la Licia esisteva uno stretto rapporto culturale; probabilmente i Ciclopi abitavano in tutte e tre le regioni. L’antica cultura elladica si diffuse anche in Sicilia e può darsi (Samuel Butler fu il primo a formulare questa ipotesi) che l’Odissea fosse parzialmente composta in Sicilia e ciò spiegherebbe perché vi si accenni alla presenza dei Ciclopi nell’isola. I nomi di Bronte, Sterope e Arge («tuono» «fulmine» e «chiarore») sono invenzioni più tarde.

3 Garamante è l’antenato eponimo dei libici Garamanti che occuparono l’oasi di Djad, a sud del Fezzan, e furono assoggettati dal generale romano Balbo nel 19 a.C. Si dice che codesti Garamanti fossero di origine berbero-cuscita e nel secondo secolo d.C. vennero sconfitti dai Berberi Lemta, popolo che osservava la successione matrilineare. In seguito si fusero con i negri aborigeni dell’alto Niger e adottarono il loro dialetto. Sopravvivono oggi in un solo villaggio sotto il nome di Koromantse. Garamante è composto dalle parole gara, man e te, e significa «il popolo sovrano di Gara». Gara pare fosse la dea Ker, o Q’re, o Car che diede il nome, tra l’altro, anche ai Carii, e fu patrona della apicoltura. Le ghiande dolci, che costituivano il nutrimento principale dell’uomo prima della coltivazione del grano, crescevano in Libia. La colonia garamanzia di Ammone si unì alla colonia di Dodona, nella Grecia settentrionale, formando una associazione religiosa che, secondo Sir Flinders Petrie, risale forse al terzo millennio prima di Cristo. In ambedue i luoghi sacri vi era un’antica quercia oracolare. Erodoto descrive i Garamanti come popolo pacifico ma molto potente, che coltivava la palma da datteri e il grano e allevava bestiame (IV 174 e 183).

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