L’Ultimo

minsch044Da un capitolo da noi scansionato e tratto da L’Ultimo, di Rochus Misch

Primo incontro con Hitler

Nell’immediato fui dunque destinato al ruolo di corriere, una buona occasione per imparare a trovare i vari uffici e i rispettivi occupanti. Partivo dall’ingresso, lo stesso in cui mi ero ritrovato il primo giorno. Era proprio da lì, da quella piccola stanza, situata a sinistra in fondo al cortile, che i visitatori entravano e uscivano dalla Cancelleria, là dove venivano depositati i sacchi della posta, i pacchi, i messaggi urgenti o i giornali. Tutto passava per quel luogo, sia di giorno sia di notte. Eravamo tre, tutti in piedi dietro un piccolo tavolo. A me toccavano le consegne nei corridoi, gli altri due si occupavano del ricevimento dei visitatori, della custodia dei loro cappotti nel guardaroba e di telefonare per avvisare del loro arrivo. Era raro che qualcuna di queste persone si mettesse a chiacchierare con noi. Avevo l’impressione che da parte loro ci fosse una specie di disagio, un malessere dovuto certamente al simbolismo del luogo, forse anche alla nostra presenza: se c’eravamo noi, significava che Hitler non era lontano, che avrebbe presto fatto capire, attraverso di noi, che una parola o un comportamento erano stati inadeguati. Quelle persone vedevano in noi quasi degli stretti collaboratori del Führer, una sorta di guardia intima e ravvicinata della più alta carica dello Stato. Una visione falsa, per quel che mi riguardava, ma che andava ad alimentare quello stato febbrile che non mi abbandonava mai. La perquisizione degli ospiti, quando avveniva, era effettuata in una stanza adiacente da una piccola équipe di due o tre uomini del Reichssicherheitsdienst (RSD)(1), mai dal nostro commando: «Il Führer non permetterebbe che un uomo della propria guardia si comportasse così con uno dei suoi ospiti», mi precisarono fin dall’inizio.

Le mie prime consegne avevano praticamente sempre gli stessi quattro destinatari: i due aiutanti di campo personali del Führer, Wilhelm Briickner e Albert Bormann, fratello dell’influente Martin Bormann, all’epoca membro dello Stato Maggiore personale di Hitler, l’ambasciatore Walther Hewel e Heinz Lorenz, braccio destro del capo della stampa Otto Dietrich. Le loro stanze erano una accanto all’altra al primo piano dell’ala degli aiutanti di campo. In fondo al loro corridoio, ad appena qualche metro di distanza, si trovavano gli appartamenti del Führer, l’uomo che volevo evitare a tutti i costi. Erich Kraut, un giovane del commando con cui svolgevo il lavoro, si dovette accorgere immediatamente della mia angoscia. Un giorno mi consigliò gentilmente di fare una piccola deviazione per limitare il rischio d’incrociare Hitler. Invece di passare dalla grande sala centrale, dovevo uscire attraverso il cortile, utilizzare l’entrata di servizio che si trovava proprio di fronte e prendere la seconda scalinata per salire al piano. Un’indicazione che evidentemente mi premurai di seguire.

Non osavo fare molte domande. Incrociavo gli uni e gli altri, cercavo di orientarmi, di capire i codici, le abitudini . Mi ci volle un po’ di tempo. Mi sentivo goffo, totalmente paralizzato, troppo rigido nel mio comportamento, segnato dai due anni e mezzo di servizio nella Leibstandarte. Qui non si parlava come in caserma, non c’erano dei «Sì, signore!» o il braccio teso ogni volta che s’incontrava un ufficiale o un graduato. Avevo piuttosto l’impressione di trovarmi in un’istituzione pubblica, in un’amministrazione. I rapporti con coloro che finii per chiamare «camerati» (2) non erano proprio distesi, ma relativamente semplici, molto più civili se paragonati al regime di rigidità da cui provenivo. C’erano i «giovani» e gli «anziani», separati da una linea invisibile ma percettibile anche all’ultimo arrivato. Agli inizi del 1940, gli «anziani» erano ancora in larga maggioranza nel Begleitkommando. Si trattava generalmente di uomini al di sopra della quarantina che erano cresciuti nel Partito Nazionalsocialista. Erano stretti collaboratori di Hitler, e lavoravano al suo fianco ancora prima della sua ascesa al potere nel 1933. Avevano quasi tutti il grado di comandante (Sturm-Bannführer), ma da un punto di vista militare non valevano nulla, zero. Quella cerchia così ristretta si era formata unicamente tramite lo NSDPA. Tra loro c’era un’eccezione: Max Amann, uno dei più anziani, cinquant’anni ben portati. Era uno dei pochi ad aver conosciuto la guerra, la Grande Guerra, quella del 1914-18, con il grado di maresciallo. Aveva combattuto sul campo di battaglia fianco a fianco a Hitler. Già dal nostro primo incontro si vantava di aver urinato contro un albero con il Führer. Ne rideva ancora. D’altronde, era l’unico che gli dava del tu. Gli altri, senza eccezioni, davano del voi « al Capo », compresi quelli del golpe del 1923.

Dopo una settimana, intorno all’8 o 9 maggio, fui convocato nell’ufficio di Wilhelm Bruckner. Per la prima volta fui interrogato: mi venne chiesto da dove venivo, del mio grado di sergente-capo (Scharführer) ottenuto in Polonia, della mia croce di ferro di seconda classe come ferito di guerra, dove e come ero stato colpito dal nemico, come la cosa fosse stata vissuta dai miei camerati. La discussione fu piuttosto tranquilla, il tono rilassato, un po’ paternalistico. Abbassando lo sguardo verso il tappeto e vedendo i miei stivali militari, Bruckner esclamò: «Al Capo non piacerà questo! ». Secondo lui dovevo trovare al più presto delle scarpe adatte, e per averle dovevo presentarmi da Wernicke, ai servizi generali (Hausverwaltung) della Cancelleria del Führer. Proseguì poi la conversazione avanzando piano verso la porta: «I vostri camerati vi diranno dove si trova». Lo seguii passandogli leggermente davanti. Girai la maniglia e tirai la porta verso di me per invitarlo a uscire. Si fermò bruscamente. Ed ecco che ci ritrovammo di fronte Hitler, là in piedi davanti a noi, come se avesse ascoltato tutta la conversazione.

Mi osserva per un breve istante. Viene avanti. Tiene in mano una lettera. Sono a un metro di distanza da lui. Lo guardo senza vederlo. Ho freddo. Sono gelato. Colpa della paura. Ho caldo. Vorrei sparire, svanire lì per lì. Bruckner prende la parola, dice in maniera molto chiara che c’era bisogno di un rinforzo, che ero nuovo. Hitler, da parte sua, sembra non ascoltare, pare sapere già tutto, aver già capito tutto. Con una voce sorprendentemente calma, semplice, lontana da quella dei suoi discorsi, da quella con cui arringa le folle, si rivolge al suo aiutante di campo:

«E da dove viene questo giovane? ». Tocca a me. Mi lancio, tentando invano di mantenere un’aria di sicurezza, un tono deciso, un contegno: «Vengo dall’Alta Slesia. Vicino Oppeln». «Ci sono altri uomini tra di noi che vengono dalla Slesia? », continua Hitler ancora rivolto al suo aiutante di campo.

«Non credo», risponde Bruckner.

«Allora penso che lui possa fare immediatamente qualcosa per me», dice mettendomi la lettera in mano. «Portatela a mia sorella Paula a Vienna».

Hitler si girò e sparì dalla stanza. Ecco, tutto finito. Mi lasciarono là un po’ stordito, ma anche sollevato, alleggerito di un peso che mi aveva perseguitato fin dal mio arrivo. Quel breve scambio di parole mi aveva avvicinato agli altri, ai camerati. Il famoso Fuhrer che avevo appena visto non era né un mostro, né un superuomo. Hitler non era più Hitler. Sembrava un uomo normale. La mia paura non era completamente scomparsa, ma si era attenuata, affievolita. Guardai la porta. Era aperta. Era la voce di Bruckner, venuto improvvisamente a prendermi: «I vostri camerati si occuperanno del resto».

Scesi. Nelle cucine mi prepararono un pacco contenente del cibo per la notte. Aspettai un pochino prima che mi dessero un secondo pacco più grande del precedente, destinato alla sorella di Hitler. Doveva trattarsi certamente di un dolce o una torta preparata da Willy Kannenberg, il cerimoniere. Senza attendere oltre, mi accompagnarono alla stazione, e partii poco dopo le venti, con il treno notturno, alla volta della capitale austriaca. Avevo una cuccetta prenotata a mio nome.

Non ricordo più l’indirizzo della sorella di Hitler, né il quartiere in cui abitava. Tuttavia, conservo ancora l’immagine del campanello all’entrata del palazzo, su cui però non c’era il nome, così come della porta d’ingresso del suo appartamento al quarto piano, su cui non c’era nessuna indicazione. La sorella del Fuhrer mi stava aspettando, qualcuno l’aveva chiamata per avvertirla. Le diedi il pacco e la lettera. Mi offrì una tazza di tè e dei biscotti per ricambiare. Mi chiese come stava suo fratello, della Cancelleria, di Berlino. Io non potevo rispondere granché, mi mancavano le parole. Farfugliai qualcosa per spiegare che ero nuovo, che ero stato appena reclutato in quel commando di scorta. Rimasi poco più di mezz’ora prima di prendere congedo.

Una volta fuori, mi diressi verso l’Hotel Imperial, dove avevamo tre stanze sempre riservate, come mi avevano spiegato prima di partire. Davanti a quel palazzo sontuoso decisi di fare marcia indietro. Non osai. Non faceva per me. Camminando pensai a Bruckner. Mi aveva detto proprio prima della partenza che al ritorno, se lo desideravo, avrei potuto fare una piccola deviazione per riposarmi qualche giorno nella mia casa in campagna. Due ore dopo ero sul treno per Breslau. Arrivato a Oppeln, salii su una sorta di piccola littorina e mi ritrovai a casa di mia nonna che, da quando mio nonno era morto nel 1936, viveva ormai sola nella fattoria. Rimasi da lei per tre giorni interi.

Note

(1) RSD: Servizio di Sicurezza del Reich, diretto dal 1935 dal luogotenente Johann Rattenhuber. Si trattava di un’unità della Polizia che possedeva anch’essa un Begleitkommando, un commando di scorta, creato appositamente per il Fuhrer e che veniva generalmente ad aggiungersi al Begleitkommando Adolf Hitler di Rochus Misch.

(2) Misch utilizza la parola Kamerad e non Genosse, termine che intedesco si riferisce invece al «compagno» del Partito Comunista o Socialista.

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