Adriano Romualdi, un combattente al crocevia della civiltà

Ci piace. Ci piace la figura di Adriano Romualdi che si staglia prepotentemente tra la subcultura di “destra”. Ci piacciono le parole di Franco Petronio nel descrivere il modo di studiare di Romualdi. Quindi, pubblichiamo quella che è la prefazione alla prima edizione di “Correnti poltiche ed ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932”.

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Prefazione alla prima edizione

Copertina della seconda edizione

Copertina della seconda edizione

Questo studio sulle correnti ideologiche e politiche della destra tedesca dal 1918 al 1933 è un autentico regalo che Adriano Romualdi ha fatto alla cultura italiana. La quale però non gliene sarà grata, perché preferirà senz’altro il solito documentario, con montaggio alla moviola, dove la fine della Repubblica di Weimar coincide con l’avvento al potere del genio diabolico di Hitler. Come se costui, prodotto finale di inflazione, disoccupazione e spartachismo, fosse solo una supplementare catastrofe emersa inaspettatamente dai flutti. Invece, bene o male, i tempi aspettavano un Führer. Tempi che avevano visto una vasta reazione a quella che è stata definita la prima società permissiva della storia. Una reazione sviluppatasi contro la sfrenata avanguardia weimariana e il suo modernismo un po’ sinistro e dissacratore, che ha avuto, come ora si può agevolmente constatare, moltissimi protagonisti. Insomma una vera e propria seconda cultura, scesa in campo per quindici anni ininterrotti contro l’innovazione in nome della Rivoluzione conservatrice.

Finora, con spezzoni di repertorio cinematografico, si è tentato di addebitare solo alle camicie brune il rogo dei testi di psicanalisi e degli spartiti di musica atonale, nonché l’incendio dei progetti della Bauhaus e della celluloide espressionistica. Un commento arbitrario, anche perché insensibile alla consecutio temporum della storia, incolla infatti sempre e sbrigativamente momenti diversi. Fiaccolate naziste sullo sfondo sfumano e concludono perentoriamente. Il cinema è fotogramma, si presta al collage.

Ora invece, grazie al paziente lavoro di Adriano Romualdi, possiamo misurare l’entità dell’ostilità che, variegata e protratta, si sviluppò contro le suggestive aberrazioni weimariane. Neoromantici e proscritti, spiritualisti e irrazionalisti, giuristi e poeti contrastarono accanitamente il corso che Brecht, Einstein, Freud, Grosz, Schönberg, Piscator, Murnau e Marcuse imprimevano alla società tedesca. Così Spengler, von Salomon, Gottfried Benn, Othmar Spann, Ernst Junger, Stefan George, Reiner Maria Rilke, Cari Schmitt appaiono nel contesto e si prendono comunque la loro parte di responsabilità. È un fatto.

Il valore di questo lavoro sta dunque nella calma intellettuale con la quale Adriano Romualdi riempie la falsa e comoda parentesi entro la quale, con un frettoloso omissis, l’antifascismo aveva sinora nascosto l’opposizione culturale alla scorribanda artistica, scientifica e filosofica della Repubblica di Weimar. Una grande lacuna è così colmata.

Weimar, angelo azzurro, apocalisse espressionista, dodecafonia e strutturalismo, enfatica contaminazione totale, ambigua ombra su ombra tesa all’autodistruzione, all’autodeflagrazione. Repubblica incantata come la montagna di Thomas Mann, civiltà di successo e scandalo, furia architettonica, trionfo del neogotico con rossi mattoni, freddo cemento armato e bianca calcina, oscenamente sempre incinta di stili, costumi e utopie. Quindici anni di bizzarro orrore grafico, di tele grottesche, di splendido annientamento visivo, di films zeppi d’automi, mostri e pupazzi. Caligari, Mabuse e Nosferatu, simboli di follia e morte ad ogni costo, oggi sono nelle cineteche: col loro belletto clownesco, ce li fanno rivedere ogni tanto.

Weimar, milioni di morti alle spalle, schiere di disoccupati, di affamati. Non si produce, si sciopera, si svaluta, la zecca è la sola che funziona. Artigiani e contadini diventano proletari e poi sottoproletari, Lumpenproletariat. Riparazioni di guerra ingenti, assurde, pretese da governi egoisti, ingordi, miopi. Eppure li aveva avvertiti, quelli di Londra, a non tirar troppo la corda, sir John Maynard Keynes.

Weimar, socialista e socialdemocratica, ma Ebert e Scheidemann e Noske proteggono i Freikorps e fanno fuori, assassinati, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, comunisti contrari alla rivoluzione. Sinistra contro sinistra, contro altra sinistra. Tutte le contraddizioni sono praticabili, si alleano, si combattono, esplodono.

Weimar, bile e catarro su tutto ma anche su se stessa, però anche realizzazione d’una cultura autonoma moderna. Weimar, politica e impolitica, patria del neomarxismo e del neobolscevismo che mutano, indifferentemente, l’estetica lukacsiana e il modello sovietico bavarese di Kurt Eisler. Weimar, insomma, poteva finire solo grazie ai banchieri, generali, burocrati e industriali alleati, prima per poco, poi per molto, poi per niente, a squadre d’assalto nere e brune?

Adriano Romualdi, implicitamente, risponde di no. Il pensiero nomade dello storico si rifiuta di delibare, cioè appena assaggiare, la realtà delle cose. Fruga nell’inconscio della storia, la ipnotizza, la costringe a parlare. Allora escono i sogni, che interpretati spiegano molte cose, distruggono la propaganda, svelano le radici dei fatti. Egli perciò ci può mostrare la reale entità delle forze in campo, il loro ruolo e il loro peso. Può non solo disseppellire componenti culturali straordinariamente importanti ma anche fornircene la tipologia, la morfologia, la grande capacità di movimento.

Così anche la destra tedesca, dal 1919 al 1933, viene ad avere la sua forma. Non ci sono solo Kokoschka, la Chilehaus di Amburgo e Gustav Mahler e Kandinsky e Wedekind, in quel periodo, in terra germanica. La parentesi e gli omissis che cancellano quindici anni di Rivoluzione conservatrice sono annullate. Appaiono nomi, correnti, circoli, tendenze, riviste. Dunque der Blaue Reiter con Reiner Maria Rilke e Stefan George contro Aktion e Sturm e dadaismo. Kultur contro Kultur. Due culture, la prima parossistica, febbrile, innovatrice fino allo spasimo, Zeitgeist senza dimensione, delizia e veleno della stessa Weimar; la seconda che ostinatamente vuole tutto conservare per tutto rinnovare; uno dei suoi strumenti è la lirica. Il suo motto è vivificante; non dipendere da ciò che è stato ieri, ma vivere di ciò che è eterno, come asseriva Moeller.

Oggi Weimar è risorta, sta risorgendo, ritorna il suo fascino sottile e perverso. Chi ha orrore dei suoi fiori di fango, chi rifiuta quella spaventosa vitalità creativa che si conclude con la parabola della dissezione, ebbene costui non deve aspettare una forza della natura, un megafono della storia, un carismatico, per confrontarsi col sovvertimento. I giovani d’impegno e d’ingegno, non rassegnati, hanno la possibilità, accostandosi al loro vero maestro, Adriano Romualdi, di accedere alle fonti e di individuare la tematica, che ritorna, inesauribile. Le fonti sono i laterizi storici rintracciati e forniti a piene mani da Adriano Romualdi; se volete si usano per via surretizia, perché gli anni e le epoche sono come i ragazzi, non si omologano e non li vediamo più. La tematica è ordine e disordine, società e comunità, Stato e libertà, persona e individuo, essere e avere. Diteci cosa conta, diteci se è caos.

Adriano era ed è maestro, noi non possiamo esserlo, ci manca il rigore morale, il livello intellettuale. E quindi non ci intromettiamo tra i giovani e lui, non c’è nessun bisogno, sarebbe indebito. Ma sono passati ormai sette anni da quando quel cuore avventuroso ha cessato di battere. Nel frattempo gli sono stati intitolati circoli culturali, sedi politiche e qualche insegna si onora del suo nome. Molti hanno letto qualcosa di suo, reperito in un centro librario, dove si vendono i samizdat di destra, perché nonostante gli sforzi di generosi editori nessun libraio ti fa una vetrina, una piccola esposizione. Ma non molti l’hanno conosciuto, perciò bisogna ricordarlo.

Ritengo che bisogna evitare che sia classificato, inquadrato, e che sia opportuno impedire una sua sbrigativa, riduttiva, sistemazione ideologica. Troppo presto Adriano ha interrotto il suo discorso con il passato e il futuro. Troppo presto il presente l’ha abbandonato. Perché allo storico è riservata la gioia della scoperta, la quale fa avanzare l’orizzonte del sapere, e Adriano avrebbe visto ancora più lontano.

Adriano Romualdi era uno storico, la cui natura però non era per nulla incline all’approccio asettico e il cui carattere lo spingeva ad affrontare i fatti munito di una salda concezione del mondo. Ma mai per costringere in soggezione la realtà, anche se il suo giudizio era severo e la sua opinione talvolta sprezzante. È per questo che ho parlato poc’anzi di cuore avventuroso. Poiché aveva preso le parti dei vinti, doveva andar controcorrente, soppesare e verificare, orientandosi verso una stella ideale, che non è nel firmamento. Invece lo storico benedetto dai miti dominanti trova già tutto nell’enciclopedia, ogni scaffale gli è prodigo di testi, ogni risvolto di copertina di rimandi. Tutto è già stampato, per i dettagli basta frequentare l’emeroteca, oppure l’archivio di Stato, il tesserino d’ingresso gli è graziosamente concesso. Scriverà come si conviene, come gli conviene…

Per chi poi non lo sapesse, la redazione della storia è un fatto compiuto. Ufficialmente non manca nulla, ci sono biografie illustri, uomini nel loro tempo, stima e catasto ideologico dei secoli. Ben presto inoltre arriveranno i computers, gli ordinatori delle grandi epoche. Infatti è l’elettronica che ora è necessaria, perché le interpretazioni sono già inserite nella databank degli avvenimenti. Basterà premere un pulsante, risponderà il terminale, parlerà la scheda perforata e predisposta: ogni foro riferirà su circostanze, cause ed effetti. Non è poi molto lontano… ci ruberanno la memoria, dovremo telefonare a Boston per sapere cosa mai successe a Parigi nel 1789…

Ma uno che, come Adriano Romualdi, si muoveva contro, non si sarebbe certo servito, né oggi né domani, del robot, né si sarebbe fidato dei suoi impulsi, avrebbe respinto quell’informazione. Tra dieci anni invece vedremo stuoli di storici maneggiare tastiere e microprocessori per farsi dire come la pensava, in un certo spicchio di tempo, lei, la maestra di vita. Sarà facile e falso, perché le schede le avranno compilate quelli che ebbero libero accesso al deposito delle idee dominanti e gradite. Invece ad Adriano occorreva assolutamente la fonte autentica, nel frattempo magari manomessa, rielaborata, inquinata. Ogni codice perciò dovrà decifrarselo e scoprire, sotto lo scritto recente, l’altra materia, quella antica, quella vera, il palinsesto. E poi, di grazia, quante messi copiose aveva a sua disposizione? Intendo dire cataloghi, documenti, stampe e ristampe? Quasi niente, ve lo dice uno che ci ha provato, riducendosi alle bancarelle, che non esistono più.

Doveva dunque, Adriano, rileggere tutto, ogni testo, cominciando col non crederci. Scrutatore dietro le quinte della storia, decapitarle purtroppo la maiuscola. Ma perché sobbarcarsi questa fatica, ben sapendo che nessuno avrebbe gridato al genio, che accademie non l’avrebbero accolto e niente ingresso assicurato in nessuna collana editoriale famosa? L’insegnamento universitario gli sarebbe arrivato lo stesso, la cattedra se la sarebbe comunque conquistata. Per pubblicare, poi, bastava lisciare il pelo per il verso giusto…

Ora qui bisogna parlare di rigore morale e di vocazione. Adriano stava da una certa parte politica e spirituale e voleva starci bene, agguerrito, col massimo ingombro etico, sopra un terreno assestato e fortificato per poi sconvolgere, come un guastatore, il territorio dei vincitori che pretendevano soprattutto di umiliare le idee dei vinti. Seguiva il destino, lui, non si faceva trascinare da quello. E poi si accorgeva che le idee che avevano trionfato con la guerra venivano da lontano. Non bastava, dunque, confrontarsi con questo secolo. Bisognava carpirgli il segreto della sua vittoria su quelli precedenti, sulla tradizione, e svelarne e denunciarne la vera natura, smascherarne le origini. Questo secolo, questo mondo attuale cui non perdonava, come ha scritto, di dover costruire ogni giorno l’alibri della propria viltà diffamando gli eroi.

Agli occhi di qualcuno, Adriano Romualdi può apparire istintivamente come un combattente al crocevia della civiltà. Ma così, involontariamente, mi sia consentito di dirlo, lo si blocca in un attimo del suo tragitto storiografico. È un’immagine nobilissima ma statica, che non si addice a quel cuore avventuroso. Egli incita certo alla lotta, ma è maestro alle nuove generazioni soprattutto perché invita allo studio, alla dura riflessione, alla ricognizione sui luoghi del disastro spirituale, all’opera di rianimazione dei simboli, alla riscoperta dei valori perenni epperciò attuali. Al restauro e al ripristino dei principi! validi.

Sapeva, certamente, che la caratteristica delle culture superiori è la loro capacità di avere delle rinascite. Sapeva, certamente sapeva, che ogni alta civiltà si risolve in una grande tragedia. Glielo avevano detto Spengler ed Evola. Dunque si era recato sul luogo della tragedia ad immaginare la rinascita, l’eterno ritorno. Forse avrà accarezzato un rudere, raccolto una vecchia pietra, scheggia inerte che però gli sarà apparsa viva nella mano, come un ideogramma infine tradotto, un geroglifico decifrato.

Allora, al cospetto di quei brandelli di civiltà, avrà pensato al terribile solstizio della sua Europa; solstizio d’inverno quando il sole sembra sprofondare nella notte; notte di servitù e vergogna della sua Europa. Ma Nietzsche, che raccolse dalle mani di Burckhardt l’eredità di Schopenhauer, gli aveva insegnato che il pessimismo della filosofia e dell’intelligenza esigono l’ottimismo della volontà e del temperamento. Ed ecco che forse, con incrollabile fede, avrà confidato, nonostante tutto, nello spirito faustiano dell’uomo europeo che farà risorgere la luce. Forse mai attimo gli fu più bello. Sicuramente però era in compagnia di quei grandi spiriti, suoi amici, che gli sussurravano tutto questo nell’orecchio.

Bisogna che le giovani generazioni, che tanto amano e stimano Adriano Romualdi, tentino anch’esse di udire quelle voci, che si possono ascoltare solo attraverso l’intelletto e la cultura. Simili allievi avrebbero voluto, perché è sempre mezzanotte in Europa, a tutti i fusi orari.

Queste righe non pretendono di essere un ritratto o un profilo di Adriano Romualdi, sono una testimonianza, un ricordo. L’ultima volta che lo vidi fu per chiedergli un parere su un manoscritto che avrei desiderato potesse diventare un romanzo. Cento cartelle autobiografiche, ironiche, picaresche. Pazientemente, talvolta anche a ritroso, curioso modo di leggere, affrontò il testo. Temevo il giudizio, perché m’ero dimenticato di quanto Adriano fosse buono. Invece lo vidi ridere di tutto cuore esattamente dove mi aspettavo che una certa situazione muovesse al riso. Il giudizio alla fine fu sincero. Rammento però che sottolineò l’inizio di un capitolo che accennava alla luce d’agosto.

Dice Eliot, il poeta della terra desolata, che aprile è il più crudele dei mesi. Invece è agosto il più crudele, perché Adriano ci ha lasciato esattamente in quel punto dell’anno.

Franco Petronio

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