Vae Victis!

VAE VICTIS!

Oggi propongo al lettore dotato di mente aperta e spirito critico alcuni estratti dai documenti relativi al processo di Norimberga ai gerarchi del Terzo Reich. Il testo risulta diviso in due parti ed ognuna assolve a due finalità diverse. La prima darà al lettore prova degli stati d’animo umani provati dai prigionieri di guerra, della loro paura e di come si comportarono davanti alla morte, negli attimi finali della loro vita. La seconda invece si prefigge il compito di provare al lettore come in realtà questo processo non sia stato il trionfo della giustizia, ma solo della vendetta e della volontà di potenza, portando il punto di vista di giornalisti e pensatori dei paesi vincitori della guerra. Dove non indicato,la fonte dei testi tra virgolette è il libro “Il processo di Norimberga”, di Giuseppe Mayda, Arnoldo Mondadori editore. Auguro al lettore una piacevole, ma soprattutto neutrale lettura.

Pasquale Piraino

“[…]lei è condannato a morte per impiccagione. Calmo, Goering si alza ed esce a passo fermo. Keitel ascolta a braccia conserte, Rosenberg fa sforzi per apparire calmo, Kaltenbrunner si irrigidisce sulla sedia alla parola <impiccagione>.”

Gli imputati non conosceranno la data della loro esecuzione, se non pochi minuti prima della stessa, che avverrà un anno dopo dalla proclamazione della sentenza. La scuola americana è ricca di brillanti sociologi e psicologi che conoscono che il PRINCIPALE bisogno della mente umana è quello all’informazione. Sanno cosa succede quando a un cervello, già ampiamente stressato e spossato, viene tolta la sua principale bussola. Lasciandoli nel buio più totale, con una spada di Damocle che non si sa quando si abbatterà, sanno che li condurranno ai disordini mentali più totali. Continuiamo con il resoconto. Vediamo le reazioni dei condannati davanti allo psicologo, il dottor Gilbert, che prendeva nota dei loro comportamenti e stati mentali.

“Il primo ad arrivare è Goering. Cammina in fretta, ha il volto pallido e gli occhi dilatati. S’infila subito nella cella e, lasciandosi cadere pesantemente sulla branda: “A morte!”. Le sue mani tremano.[…] Ribbentrop è già nella sua cella. Cammina avanti ed indietro, nervosamente. Appare sconvolto, terrorizzato. “A morte! A morte!” Poi si siede, lo sguardo fisso nel vuoto. […] E’ la volta di Keitel. L’ex capo di Stato Maggiore ha i pugni stretti, le braccia rigide. “A morte per impiccagione!Almeno quest’umiliazione speravo mi fosse risparmiata. Non posso biasimarla, dottore,perché si tiene a distanza da un uomo condannato all’impiccagione: la capisco,la capisco perfettamente […] io però sono lo stesso di prima, mi venga a trovare in questi ultimi giorni”.[…] Arriva Kaltenbrunner: volto inespressivo, stringendo debolmente la mano allo psicologo esclama con un filo di voce: “A morte” ed entra nella sua cella.[…] Frank accoglie lo psicologo con un sorriso: “A morte per impiccagione! E’ giusto. Me lo meritavo”. […] Rosenberg si sta cambiando d’abito. E’ furioso: “ La forca! La forca! Era questo che volevate, non è vero?”. Streicher non nasconde il suo ghigno sprezzante: “ A morte, naturalmente. Proprio quello che mi aspettavo, e voi lo sapevate già.” […] Sauckel è sudato, trema in tutto il corpo: “Sono stato condannato a morte” farfuglia a malapena “ma non è giusto! Non sono mai stato crudele . Ho voluto sempre il bene dei lavoratori”.[…] Seyss-Inquart ostenta indifferenza, ma la sua voce trema leggermente: “ A morte per impiccagione!” Poi aggiunge: “ Tenuto conto della situazione generale non mi aspettavo altro”.[…] Frick appare insensibile, indifferente,e scrolla le spalle: “ Impiccagione: non mi aspettavo niente di diverso”. […] Jodl è agitato: “ Impiccagione! Questo non me lo meritavo…”

Cosa traspare da queste reazioni? Umanità. I mostri che hanno dipinto altro non sono che uomini e come tali hanno paura, temono la morte. Alcuni addirittura vanno incontro a questa, vittime di un tipico complesso di Stoccolma. Tutti chiesero la grazia ed a tutti venne rifiutata: si decise di darne notizia ai detenuti solo pochi attimi prima dell’impiccagione, per lasciarli completamente in sospeso, nella speranza di qualcosa che non sarebbe mai arrivata. Goering chiese inoltre di cambiare la modalità dell’esecuzione in fucilazione da parte di un plotone di soldati, ma la sua richiesta cadde nel nulla. Profetiche le parole di Sauckel pronunciate mentre consegnava la richiesta di grazia: “Immagino già che fine faranno le nostre domande. Ma almeno sarei più tranquillo se mi dicessero quando mi uccideranno”. La sera del 25 Ottobre 1945 Ley, l’unico dei condannati a morte che ha rifiutato la visita dello psicologo si impicca nella propria cella, nell’angolo riservato alla toilette (dove non poteva essere visto dalla guardia), con un asciugamano legato ad un tubo. Le sue ultime lettere sono enigmatiche e secondo lo scrivente in parte contraffatte e modificate. Le riporto così da lasciare al lettore la possibilità di farsi una propria opinione. La prima recita così: “Non posso sopportare questo disonore. Qui non mi manca nulla: gli americani mi trattano bene. Posso leggere e scrivere, e fare ogni giorno una passeggiata di venti minuti. Ma io non posso sopportare di essere considerato un criminale.” La seconda invece riporta: “Anch’io sono responsabile dei crimini nazisti. Ero con Hitler nei giorni di fortuna, e voglio essere con lui anche nella cattiva sorte. Dio ha ispirato le mie azioni; io l’ho abbandonato ed Egli mi ha abbandonato. Bisogna ricordare alla gioventù tedesca che abbiamo sbagliato perseguitando gli ebrei. Dobbiamo dirlo noi, perché ai nemici non crederebbero. Che Dio mi aiuti”.

Nel frattempo passano i mesi nel carcere di Spandau. E’ la notte del 15 Ottobre 1946: un anno dopo la sentenza, mancano pochissime ore alle esecuzioni. Goering è inquieto. Il dottor Mucke gli porta la solita pastiglia di sonnifero. Ma Hermann sa qualcosa e vuole dimostrare che lui non se ne andrà come tutti gli altri, così intavola un colloquio : “Una notte da cani, vero dottore? Questa continua pioggia mi dà sui nervi”. Il dottor Mucke tira un sospiro di sollievo contento di non dovere affrontare un altro argomento; egli sa di che notte si tratta: “ Proprio vero! Per fortuna il barometro sembra mettersi al bello”. “Al bello, dottore? Ci può essere qualcosa di bello in una notte del genere?” Per chissà quali vie, Goering dimostra di sapere, e il medico, imbarazzato, tenta di cavarsela con una battuta: “Cosa vuole …  anche l’inverno ha certe notti così brevi …”.

Non metteranno la forca a Goering: in qualche modo egli si era procurato una pastiglia di cianuro e lo troveranno morto nella sua branda, coricatosi dando le spalle al secondino di guardia. Riporto quindi la descrizione del giornalista del patibolo e gli ultimissimi eventi.

[…] Davanti a noi scorgemmo delle installazioni di notevole mole: erano le forche. Fino ad allora mi ero immaginato la forca come un oggetto primitivo: due travi di legno tenute insieme da una traversa. Invece era una cosa paurosa, molto complicata.[…] Ore 1:11 entra Ribbentrop. E’ vicinissimo a me, lo vedo barcollare. Il colore della sua faccia non è nemmeno bianco, è giallo. Ha gli occhi semichiusi. Gli tolgono le manette e gli legano i polsi con una cinghia. Ribbentrop getta un’occhiata alla forca e chiude gli occhi inorridito. […] Un ufficiale americano domanda ad alta voce, prima in inglese e poi in tedesco : “Come vi chiamate?” Sento la risposta appena percettibile: “Joachim von Ribbentrop”. Il condannato viene fatto salire al patibolo e messo di fronte ai presenti, mentre le gambe gli vengono legate con una cinghia. Non sa che sotto di lui c’è una botola. La voce dell’ufficiale americano: “ Ha qualcosa da dire?” La voce del condannato è sorda, debole: “Dio salvi la Germania. Mi auguro che la Germania ritorni unita, che l’oriente e l’occidente si alleino per la pace nel mondo”. Il suo capo viene incappucciato, la leva in seguito tirata così da far precipitare il corpo. […] Il colonnello Andrus: “ Gentleman! Potete fumare!”. Dopo pochi minuti entra Keitel. Esteriormente calmo, è comunque pallidissimo. Le sue ultime parole: “ Prego Iddio perché abbia compassione del popolo tedesco. Prima di me sono morte più di due milioni di persone. Ora seguo i miei figli”. […] E due. E’ la volta di Kaltenbrunner: “Io ho amato il mio popolo tedesco e la mia madrepatria con sincero affetto. Ho fatto il mio dovere verso le leggi del mio popolo e sono dispiaciuto che ora la mia gente venga guidata da persone che non sono stati soldati e che dei crimini siano stati commessi senza che io ne fossi a conoscenza. Buona fortuna, Germania”. […] Rosenberg respinge i cappellani e non parla; in due minuti è tutto finito.[…] Frank sul patibolo sembra stia pregando. Poi viene Frick. Prima di morire esclama: “Viva l’eterna Germania!”. Sulla porta adesso è apparso Streicher. Il suo aspetto è feroce. Gli legano le mani. Streicher non cammina, ma pare saltare, e molto svelto. Corre letteralmente verso il patibolo, gridando : “Heil Hitler!”. Due soldati lo tengono forte. La solita domanda prima dell’esecuzione. “Come vi chiamate?”. Streicher per tutta risposta grida: “ Lo sapete benissimo!”. Dopo tre tentativi il condannato grida: “ Julius Streicher!”. Sul patibolo si rivolge ai giudici: “Bolscevichi, un giorno impiccheranno anche voi!”. Vieni zittito dal cappuccio nero. Ora sento un grido rauco: “Adele, mia cara moglie”. Il nodo gli stringe la gola e Streicher precipita giù: uno dei miei colleghi sviene.[…] Sauckel invoca la protezione di Dio e grida che muore innocente. Jodl è perfettamente calmo e sicuro di sé: “Ti saluto, mia Germania”. Ed ecco l’ultimo, Seyss-Inquart, occhi fissi al patibolo: “Spero che questo sia il finale di una tragedia capace di insegnare agli uomini qualcosa: pace e comprensione fra i popoli. Ho fiducia nella Germania”. La botola si apre per l’ultima volta.”

Riporto quindi per il lettore le reazioni dei giornali, per dimostrare come in quei giorni non tutti furono d’accordo sulla validità di quel processo, anche nei paesi che vincendo il conflitto si ersero a giudici. La cosa particolare è che,  nonostante i nervi ancora tesi nel dopoguerra e la voglia di vendetta, si era presagito che il processo non trattasse di giustizia, ma di mera vendetta. Peccato che oggi, a mente fredda, abbiamo compiuto tantissimi passi indietro rispetto al periodo più nervoso del passato, che in un certo qual modo si poteva non giustificare, ma comprendere.

“In definitiva, le decisioni di Norimberga significano che d’ora in poi nessun Paese potrà rischiare di perdere una guerra. Un capo di Stato, per sopravvivere come individuo, dovrà vincere ad ogni costo” (New York Daily Mirror, 1 Ottobre 1946).

“ Con la sentenza di Norimberga è stato violato un fondamentale principio del diritto americano secondo il quale un uomo non può essere processato in base ad una legge ex posto facto. L’impiccagione di undici uomini decretata a Norimberga sarà una macchia nella storia americana di cui ci si rammaricherà a lungo” (Da un discorso del senatore Robert A. Taft, dell’Ohio, tenuto il 5 Ottobre 1946 al Kenyon College di Cambler)

“E’ deplorevole che l’atto d’accusa, che non è conforme né ai principi del diritto in generale, né ai principi del diritto internazionale o penale in particolare, non sia d’accordo con il principio fondamentale della giustizia:l’imparzialità ed il disinteresse […] Ancora più contraria al diritto penale è la definizione di cosa va considerato crimine dai vincitori […] lo statuto lascia al Tribunale la facoltà di decidere la pena  e di definire i crimini in maniera inesatta e terribilmente vaga […] si ripristina la responsabilità collettiva che prevale nei diritti tribali dell’umanità […]  Lo Statuto del tribunale non può declamare una legge che sia retroattiva: l’articolo 9 della Costituzione americana interdisce una legge ex posto facto: tutti i tiranni hanno hanno usato della retroattività per mascherare l’arbitrio sotto veste di legge”.Estratti da un saggio del prof. Rustem Vamberry, docente di diritto penale (pubblicato per intero sul The Nation, New York, 1 Dicembre 1945)

“Non ci sarà giustizia innanzitutto perché è un processo fatto ai vinti dai vincitori. […]La storia di questa guerra dimostra che non è l’aggressione in quanto tale a fallire, ma solo l’aggressione che non è sorretta da forza sufficiente.[…] Nessun tedesco dovrebbe essere considerato criminale per atti che, compiuti da inglesi od americani, sono giustificabili dal dovere patrio[…] Non dovrebbero essere perseguite intere organizzazioni o gruppi, ma accertare la colpevolezza a carico dei singoli. (Estratto da Forum, Filadelfia, Dicembre 1945)

“Molti aspetti di questo processo non sono sufficientemente chiari alla coscienza civile […] Certo, se fossimo stati sconfitti e i giapponesi avessero istituito un processo secondo la legge di Norimberga, avremmo avuto grosse difficoltà a giustificare Hiroshima […] C’è una certa contraddizione, che il mondo non potrà ignorare, nel condannare altri per “crimini contro la pace” nel momento stesso in cui le Potenze stanno sperimentando su vasta scala armi considerate molto più terribili di quelle sinora usate” (The Guardian, Manchester, 1 ottobre 1946)

“ La difesa presentò un documento che prevedeva la spartizione della Polonia tra Germania e URSS, il tribunale non ne prese affatto nota […] La corte di Norimberga era una corte indipendente solo entro dati limiti […] ciò dimostra quanto siamo lontani dalla sovranità del diritto” (The Economist, 5 Ottobre 1946)

“Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare ed impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti od ad alcuno di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra” (Benedetto Croce, dal discorso tenuto all’assemblea costituente il 24 Luglio 1947)

“ La corte militare di Norimberga era una commissione delle potenze vincitrici, non un tribunale […] tutti gli stati che sedevano al ruolo di giudici rinfacciavano agli accusati gli stessi “delitti” che essi stessi avevano commesso […] Ricordo la strage di Katyn, l’omicida in veste di giudice! Questo era Norimberga […] guerra d’aggressione, l’URSS si era resa responsabile di due guerre d’aggressione, contro la Polonia e contro la Finlandia. Una sola verità è stata confermata a Norimberga: la potenza viene prima del diritto! Mai un vincitore si è seduto sul banco degli imputati” (Deutsche Soldaten Zeitung, Dicembre 1960)

“Diedi la massima importanza alla dimostrazione che il processo non poteva reggersi sul diritto internazionale vigente […] basato su una nuova legge penale creata dopo il reato a cui si riferiva […] perciò in contrasto con un principio sacro per la Giustizia” (Alfred Seidl, avvocato difensore di Hess e Frank, intervista rilasciata a Epoca, Ottobre 1966)

“Non si può dire che il processo abbia costituito un successo […] oscurato da divergenze nascoste, ma profonde. Insegna che oramai i vincitori hanno il diritto di processare i vinti” (Jacques M. Vergès, Strategia del processo politico, Einaudi 1969)

“Indiscutibilmente l’aver sottoposto a processo e condannato i gerarchi nazisti a Norimberga[…] costituì un atto illegittimo,specie se valutato alla stregua dei principi di diritto allora vigenti. […] Fu opposto che gli Alleati avevano avvertito i tedeschi […] Non sembra che tali rilievi valgano a far ritenere giuridicamente regolare il processo.” (Luigi Banchi d’Espinosa, Storia Illustrata, Novembre 1970)

“L’inchiesta sui crimini di guerra avrebbe dovuto riguardare tutti i paesi belligeranti, e si sarebbe potuto vedere sul banco degli imputati, tra Hess e Kaltenbrunner, anche Truman per Hiroshima, Stalin per Katyn, Churchill per Dresda e De Gaulle per i massacri di Constantinois” (Le Monde, 1 Ottobre 1971)

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