Le tendenze ascetiche

Le nuove tendenze spirituali portano a una svalutazione della vita nel mondo, e a privilegiare una ricerca che si può compiere solo nella solitudine e nel rigore.

Le tendenze ascetiche

Principi visitano un eremita, 1770 circa, miniatura, 14,8 x 21 cm, da Guler (Rajasthan), Parigi, Musée Guimet.

Principi visitano un eremita, 1770 circa, miniatura, 14,8 x 21 cm, da Guler (Rajasthan), Parigi, Musée Guimet.

Se l’ideale degli antichi Arya era una vita piena e felice su questa terra, le concezioni che sottendono a quella che abbiamo chiamato “svolta spirituale” si collegano con una visione del mondo pessimistica, che mette in risalto l’impermanenza e il dolore. La conseguenza logica è, per l’individuo, la rinuncia all’agire, all’azione sacrificale innanzitutto, nel tentativo di non accumulate karman e quindi non rinascere più; in secondo luogo, se l’unione con il principio ultimo è lo scopo supremo, per ottenerlo viene considerato necessario un rigoroso percorso psico-fisico. La presenza di figure mistico-sciamaniche è ricordata già dal Rigveda, ma è nelle Upanishad che si assiste a un’affermazione decisa dell’ideale di vita ascetico, improntato all’isolamento dalla società, alla mortificazione della carne (tapas), alla meditazione e a forme di yoga, e finalizzato appunto alla liberazione. Sulle origini di queste tendenze e della visione della vita umana da cui sono permeate, che le Upanishad fondamentalmente condividono con i coevi movimenti “eretici” del buddhismo e del jainismo, il dibattito è aperto. Esse contrastano apertamente con l’ideale, propugnato dal brahmanesimo, del capofamiglia che opera e sacrifica nel mondo, e per molti versi sembrano sorgere come una reazione al ritualismo. Tuttavia, alcuni elementi sono presenti anche nella mistica sacrificale: in particolare, il ricorso a pratiche ascetiche da Parte del committente dei grandi sacrifici e l’interiorizzazione del rito, che le Upanishad trasformano da una pratica materiale a Pura meditazione.

Approfondimenti

I mutamenti ideologici di ampia portata che si manifestano verso la metà del I millennio a.C., periodo fra i più fertili per il pensiero indiano, sono stati messi in relazione con l’avvento dell’urbanizzazione nella piana gangetica; le mutate condizioni sociali avrebbero promosso una nuova sensibilità, oltre che una più ampia circolazione delle idee.

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