Dive del Terzo Reich: Zarah Leander

zarah131Da quando la mitica Marlene Dietrich si era trasferita negli Stati Uniti i produttori tedeschi avevano tentato in tutti i modi di trovarne un surrogato. Zarah Stina Leander, nata Hedberg il 15 marzo 1907 a Karlstad, Svezia (stando al «Who’s Who» svedese), sembrava il tipo adatto a colmare il vuoto lasciato nel cuore del pubblico dall’Angelo Azzurro. Non solo la Leander possedeva una voce di contralto dai toni rochi e intensi, ma veniva anche dalla Svezia, patria di un’altra grande attrice degli schermi: Greta Garbo. Con un’operazione molto scaltra l’industria del cinema volle lanciarla come esplosiva miscela di esotismo nordico e algida sensualità; ben presto i cinespettatori si sarebbero trovate, fuse in Zarah Leander, una nuova Garbo e una nuova Dietrich.

Nel suo libro di memorie Es war so wunderbar! [Era così meraviglioso] l’attrice racconta la difficoltà iniziale dei suoi rapporti con il Ministro della Propaganda, poiché «a Goebbels non piaceva affatto che la “leading lady” dell’UFA fosse una straniera. […] Considerava una prova d’incapacità il fatto che l’orgoglioso Terzo Reich non potesse produrre una propria Greta Garbo. Questa svedese non gli piaceva, ecco tutto. Di conseguenza, ero completamente ignorata dall’alto»1. Dopo poco, però, Goebbels avrebbe dovuto ricredersi: i primi tre film prodotti UFA- La prigioniera di Sidney, Habanera e Casa paterna – fecero di Zarah Leander la primadonna del film musicale tedesco; in Svezia, invece, l’attrice sarebbe rimasta soltanto una stella di seconda grandezza.

Il suo debutto sui palcoscenici di provincia con Ernst Rolf (lo Ziegfield svedese) risale al 1929. Tra il 1930 e il 1931 fu scritturata dal Vasa-Theater e dal 1931 al 1932 lavorò con l’Ekmanstheater. Ventisettenne, aveva sposato l’attore Nils Leander, dal quale divorziò nel 1932 per sposare Vidar Forsell, figlio del famoso cantante dell’Opera di Stoccolma. Con diverse tournées all’estero, la Leander si era già fatta un buon nome come attrice e come cantante, ma ebbe un vero e proprio exploit a Vienna, nel 1935, recitando con Max Hansen nell’operetta ” Axel an der Himmelstur” [Axel alla porta del Paradiso]. Persino a Hollywood si sentì parlare di questo successo; e fu allora che l’UFA si accorse di Zarah Leander.

Nel 1937 girò il suo primo film in tedesco, Serata tragica (Première), una produzione austriaca in cui la futura star dell’UFA, appesantita da abiti vistosi che la facevano più matronale di quanto fosse in realtà, cantava «Ich hab’ vielleicht noch nie geliebt» [Forse ancora non ho mai amato] scendendo – le braccia aperte a sostenere lo strascico della gonna – una lunga scala che sembrava non avere mai fine. Il film non riscosse il successo previsto, ma l’UFA colse ugualmente l’occasione per assicurarsi l’attrice con un contratto che, già nella formula, fa capire quanto i produttori tenessero a Zarah Leander. Non solo le venivano corrisposti quattrocentomila marchi per undici mesi, compenso piuttosto alto per l’epoca, ma il cinquantatré per cento della sua paga era versato in corone svedesi direttamente alla sua banca di Stoccolma.

Intanto, film come La prigioniera di Sidney, Habanera, La canzone del deserto, Una inebriante notte di ballo, La volpe azzurra, Casa paterna, Un grande amore, avevano rappresentato autentici successi di cassetta. Sullo schermo interpretò quasi sempre ruoli di cabarettista, cantante d’opera, canzonettista, donne con un passato confuso e un presente tragico, premiate all’ultimo dal destino. In La prigioniera di Sidney, ad esempio, il racconto parte dalla progressiva decadenza fisico-morale della cantante inglese Gloria Vane che, sfruttata da un esponente della spocchiosa “upper class” britannica (il solito perfido Willy Birgel) e finita, per amore, ai bagni penali di Paramatta (Sidney), si ribella cantando lo slow-fox “Yes, Siri”. Non per caso il regista Sierck era ricorso alle raffinate musiche di Ralph Benatzky, già compositore di successo in molti film e riviste, tra cui “Axel an der Himmelstur”. Alla fine della prima berlinese all’UFA-Palast am Zoo per la diva ci furono oltre settanta chiamate in scena. Come scrisse “Der Angriff”, Zarah Leander aveva messo «la tragica maschera di una donna appassionata e moderna».zarah132

In La prigioniera di Sidney le vicende di Miss Vane assumono toni tragici per colpa di un aristocratico inglese (in uno: denuncia dei modelli di comportamento della “upper class” britannica, non certo in senso internazionalista, e polemica con la “perfida Albione”), mentre in Un grande amore la snob Hanna Holberg scopre, grazie alla seconda guerra mondiale, l’umanità del popolo germanico e il senso di lealtà dei suoi soldati, che decide di premiare cantando a Parigi per le truppe tedesche. Un grande amore fu il film più visto in Germania: si calcola che, fino al 1943, gli spettatori abbiano sfiorato i ventisette milioni. Fu un successo meritato per Zarah, che non solo appariva al suo meglio – appassionata, una volta tanto lontana dal suo clichè di bella maledetta, intensa però non fataleggiante – ma aveva anche modo di cantare due canzoni consegnate poi alla leggenda: “Mein Leben fur die Liebe” [La mia vita per l’amore] e “Ich weiss, es wird einmal ein Wunder geschehen” [lo so, che una volta accadrà un miracolo]. Nel 1942, anno di edizione del film, si pensava a un miracolo soltanto: la vittoria sui nemici del Reich. Inoltre, le donne rimaste sole mentre i loro uomini si trovavano al fronte poterono riconoscersi nella primadonna che sacrifica se stessa, rinunciando agli agì, per sentirsi vicina all’ufficiale della Luftwaffe. Gli allarmi aerei e gli addii strazianti tra Roma e Parigi venivano sdrammatizzati dal valzer-ritornello “Davon geht die Welt nicht unter” [Di questo il mondo non muore] che le tante donne prive di padri, fratelli e mariti canticchiavano per tirarsi su.

A ben guardare i ruoli di Zarah Leander presentano un tratto comune, che è l’esotismo. Diva non familiare, come  Henny Porten,  o  “casareccia”  come  Marika Rökk, l’attrice svedese ribadiva, in cinema, la sua doppia estraneità – in quanto “star” appunto e in quanto “non tedesca” – facendo l’ungherese in La volpe azzurra, la sudamericana in L’accusata, l’americana dal nome stranamente italiota (Maddalena dall’Orto) in Casa paterna, la donna del Sahara in La canzone del deserto e la svedese in Habanera.

Solo quando un bombardamento aereo distrusse la sua casa berlinese a Dahlem, riparò in Svezia dopo aver terminato, giusto in tempo, le riprese di L’accusata. Verso la fine della guerra dové affrontare l’ostilità del pubblico, tanto in cinema quanto in teatro, poiché tutti ricordavano la sua connivenza con le autorità nazionalsocialiste.

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