L’idromele della poesia

L’idromele della poesia

L’arte della parola e del canto è legata al potere creatore, poiché in essa è contenuta la sapienza stessa del dio. Il sacro idromele preparato dai nani e posseduto poi dai giganti dovrà perciò essere sottratto al loro geloso dominio: solo il dio supremo infatti è capace di renderlo disponibile per gli uomini.

idromeleÈ noto che la guerra fra gli Asi e i Vani si concluse con un convegno di pace. Entrambe le parti suggellarono l’accordo recandosi presso un grande bacile e sputandovi dentro. Quando questo rito fu compiuto, gli dei presero quel simbolo di pace e non vollero lasciarlo perire: ne trassero dunque un essere che fu chiamato Kvasir. Costui era straordinariamente saggio: è detto infatti che nessuno era capace di fargli domande alle quali non sapesse rispondere. Kvasir andò dunque in giro per il mondo a dispensare la propria saggezza. Un giorno giunse a una festa presso due nani che avevano nome Fjalarr e Galarr. Costoro lo invitarono presso di sé, lo intrattennero a conversare e infine lo uccisero. Quindi raccolsero il suo sangue in due coppe e in un vaso, lo mescolarono con miele e ne trassero un idromele prezioso che ha la virtù di rendere poeta chi lo beva. I recipienti che contengono questo idromele si chiamano Són, Boðn e Óðrørir. I nani dissero agli dei che Kvasir era morto soffocato dalla sua stessa sapienza. Poi invitarono il gigante Gillingr e sua moglie. Proposero a Gillingr di uscire in mare con loro ed egli acconsentì. Quando furono al largo, diressero l’imbarcazione contro i marosi, ed essa si capovolse: il gigante non era capace di nuotare e annegò. Essi invece raddrizzarono l’imbarcazione e tornarono a casa. Riferirono alla moglie di Gillingr che il marito era annegato ed ella cominciò a piangere lamentandosi forte. Allora Fjalarr le propose di recarsi sul mare a vedere il luogo in cui il marito era morto. La gigantessa acconsentì. Fjalarr si accordò segretamente con Galarr suo fratello, dicendo che era stufo di quei piagnistei: quello si appostò presso la porta da cui la donna sarebbe uscita e quando ella passò le fece cadere sulla testa una macina da mulino, uccidendola. Ora accadde che Suttungr, nipote di Gillingr, venne a sapere queste cose. Perciò si recò dai nani, li catturò e li portò al largo sul mare abbandonandoli su uno scoglio che sarebbe stato sommerso dall’alta marea. I nani implorarono per aver salva la vita e offrirono come ricompensa per la morte di Gillingr l’idromele prezioso della poesia. Suttungr accettò, li ricondusse a casa e se ne partì con l’idromele. Poi lo nascose in un luogo detto Hnitbjörg e vi pose come custode sua figlia Gunnlöð.

Avvenne una volta che Odino, allontanandosi da casa, giunse in un luogo dove nove schiavi stavano falciando il fieno. Egli si offrì di affilare i loro attrezzi e li rese così taglienti che gli schiavi volevano acquistare la cote. Egli chiese loro di offrire un banchetto. Tutti erano disposti poiché ciascuno voleva impadronirsi della pietra. Odino allora la lanciò in aria ed essi si azzuffarono a tal punto che alla fine si erano vicendevolmente tagliati la gola con la falce.

Il padrone degli schiavi era un gigante di nome Baugi, fratello di Suttungr. Odino cercò da lui asilo per la notte, ma disse di chiamarsi Bölverkr. Baugi raccontò all’ospite che i suoi schiavi erano morti e che non sapeva come trovare altri operai. Bölverkr allora si offrì di lavorare per lui e chiese come ricompensa un sorso dell’idromele di Suttungr. Baugi rispose che non poteva disporne, perché il fratello lo custodiva gelosamente; tuttavia si disse disposto ad aiutarlo. Odino lavorò dunque per Baugi durante tutta l’estate e fece da solo il lavoro di nove uomini. Poi reclamò la ricompensa pattuita.

Baugi si recò da Suttungr e gli chiese l’idromele per Bölverkr, ma quello rifiutò di cederne anche una sola goccia. Allora Odino suggerì di usare qualche stratagemma e Baugi fu d’accordo. Il dio prese un trapano di nome Rati e ordinò al gigante di perforare la roccia di Hnitbjörg. Quello eseguì, poi disse che il lavoro era finito. Odino soffiò nel foro, ma i trucioli gli volarono in viso. Allora capì che Baugi voleva ingannarlo e gli ordinò di continuare a forare. E la seconda volta che soffiò i trucioli volarono via. Egli si trasformò in un serpe e si insinuò nel foro. Baugi tentò di colpirlo col trapano, ma lo mancò. Odino si recò là dove si trovava Gunnlöð e giacque con lei per tre notti, poi ebbe da lei il permesso di bere tre sorsi di idromele. Con il primo sorso tracannò tutto il contenuto di Óðrørir, con il secondo quello di Són, con il terzo quello di Boðn. Allora si trasformò in aquila e volò via quanto più velocemente poteva. Anche Suttungr prese forma di aquila e spiccò il volo per inseguirlo. Quando gli dei videro l’aquila arrivare, si affrettarono a porre le loro coppe nel cortile. Così Odino, appena giunto in Ásgarðr, sputò l’idromele nella coppa. Tuttavia, poiché Suttungr era ormai assai vicino e stava per afferrarlo, dovette agire in tutta fretta e un po’ del liquido prezioso si rovesciò. Odino fece dono dell’idromele agli Asi e a quegli uomini che lui vuole poeti. Ma la parte di liquido caduta fuori della coppa è a disposizione di chi se la prende: tuttavia è detta la parte dei poetastri.

Fonti principali: Hávamál str. 13-4, 104-10; Skáldskaparmál di Snorri Sturluson capp. 4-6 [2].

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