La magia nel mondo nordico (prima parte)

La magia nel mondo nordico (prima parte)

Mentre la religione riflette generalmente un atteggiamento passivo di abbandono al potere della divinità o di fiducia nel suo aiuto, la magia, al contrario, ha carattere attivo, poiché è una pratica mediante la quale si cerca di entrare in diretto contatto con la forza misteriosa che governa la vita del cosmo tentando di manipolarla a proprio vantaggio. Nel mondo nordico, l’uso della magia è attribuito tanto agli uomini quanto agli dèi.

La designazione della forza dalla quale dipende l’efficacia o l’inefficacia di un’azione, così come la vita o la morte di un essere, è in antico nordico máttr m. e soprattutto megin n., parola che oltre alla «forza» indica anche la «parte essenziale» di una cosa. A quest’ultimo termine è correlato il verbo magna, che si trova di frequente a indicare l’atto di «rendere forte», cioè «efficace», mediante un rituale magico.

La diffusione della magia è documentata nel mondo nordico da numerose fonti. Nella Saga degli Ynglingar, Snorri riferisce che quest’arte era nota alla stirpe divina dei Vani, dai quali, in particolare da Freyja, fu insegnata agli Asi. Odino ne divenne espertissimo; grazie a essa egli poteva lasciare il corpo in uno stato di trance simile al sonno o alla morte e assumere un altro aspetto; inoltre sapeva accecare, assordare e atterrire i nemici rendendo le loro armi inette a offendere; comandava agli elementi (acqua, fuoco, aria); parlava con i morti e conosceva le rune, oltre a quei canti magici definiti galdrar (sing. galdr m.). Egli insegnò tutte queste arti agli Asi, che erano con lui sacerdoti sacrificatori: essi gli erano vicini in tutta la saggezza e magia. Snorri aggiunge tuttavia che questa pratica comporta una grande inverecondia (ergi f.), tanto che essa era assai sconveniente per i maschi: perciò fu insegnata alle sacerdotesse.

Questa descrizione riassume efficacemente le caratteristiche della magia nel mondo nordico.

Il vocabolario scandinavo conosce diverse designazioni per quest’arte, che è detta innanzitutto seiðr m. Etimologicamente questo termine può essere connesso a parole che hanno senso di «legare»: così antico inglese ða «corda», alto tedesco antico seita «corda», «corda musicale», «laccio», «insidia» (cfr. lituano sa?tas, si?tas, e lettone sa?te «nastro», «vincolo», «cordone»; antico indiano setu «legame», termini corradicali). Questa connessione sarebbe rafforzata dal concetto della magia come arte capace di stringere o sciogliere invisibili legami o comunque di creare una situazione nuova che poi andrà mantenuta e rafforzata con «vincoli» (un’idea analoga spiega in italiano la genesi comune di parole quali fascia e fascino).

Il termine seiðr è stato tuttavia avvicinato anche a parole dell’area ugro-finnica che hanno senso di «suonare» (cfr. finnico soida «suonare uno strumento»). Questo secondo collegamento, nel quale si sottolinea l’importanza della musica e del ritmo come strumenti magici, potrebbe anche avvalorare l’ipotesi di una filiazione della magia nordica da quella, assai sviluppata, dei Finni e dei Lapponi. Nelle fonti si fanno ripetute allusioni a costoro come maghi abilissimi e maestri di quest’arte.

Altre designazioni della magia sono nel vocabolario nordico gerningar f.pl. «azioni [magiche]» (cfr. la fonte in cui si dice che ci si esalta «con canti e azioni magiche» fino a che l’anima si stacca dal corpo); galdralist f, «arte dei canti magici»; fjölkungi f. lett. «grande conoscenza» (cfr. il ricorrente agg. fjöikunnigr che designa gli esperti di magia); trolldómr m. che è «magia» ma anche «mostruosità».

Coloro che praticano quest’arte vengono definiti con termini quali seiðkona f. «donna [che pratica] il seiðr»; seiðmaðr m. «uomo [che pratica] il seiðr»; völva f. o spákona f., entrambi «indovina» (il primo lett. «[donna provvista di] una bacchetta [magica]»); fordoeða f. «strega»; skratti (o seiðskratti o skrattakarl) m. «stregone»; vitki m. «mago» (lett. «che sa») e anche seiðberendr (solo al pl.) «maghi» (questo termine parrebbe contenere un’allusione al comportamento osceno dei maghi). Il riferimento di Snorri alle perversioni sessuali legate alla pratica magica trova eco in altre fonti. Tacito informa che coloro i quali erano ritenuti colpevoli di aberrazioni di tipo sessuale venivano giustiziati mediante affogamento in una palude. La morte per affogamento appare altrove come punizione inflitta ai maghi. Inoltre va osservato che l’accusa di perversione sessuale costituiva nella Scandinavia pagana un affronto gravissimo cui l’offeso aveva diritto di rispondere con l’omicidio. Di questa accusa legata a personaggi che praticano il seiðr si ha un esempio nell’Invettiva di Loki, dove Loki viene accusato da Odino di aver partorito figli come le femmine, mentre a Odino viene imputato da Loki di aver assunto le sembianze di una maga: l’allusione è forse al mito nel quale il dio, sotto le spoglie della guaritrice Wecha, operò delle magie amorose e vinse la resistenza di Rinda che non voleva cedere ai suoi desideri; l’allusione all’uso della magia in questo episodio è chiara in un verso dello scaldo Kormákr Ögmundarson: «Yggr ( = Odino) fece una magia per [ottenere] Rindr» (seið Yggr til Rindar). L’accusa infame (in antico nordico ð n.) con la quale si voleva recare all’avversario la massima ingiuria aveva spesso sfondo sessuale; si confronti il carme in cui appare la figura dell’uomo-strega Goðmundr: accusare di oscenità dovette avere lo stesso significato di accusare di magia. Nella Saga della cristianizzazione il missionario Porvaldr Gran Viaggiatore e il vescovo Frrekr vengono incolpati di avere avuto rapporti sessuali fra loro e di aver generato figli; un’accusa analoga viene formulata nella Saga di Gísli da Skeggi a carico di Giísli e Kolbjörn. In entrambi i casi l’accusatore paga l’affronto con la vita. In un’altra saga Pormoðr Poeta di Kolbrún viene accusato di essersi comportato «come una puledra con i cavalli». L’allusione al cavallo è da mettere in relazione con la simbologia di questo animale, emblema di esuberante sessualità.

Qui va osservato che il giudizio sulla pratica magica e sui suoi adepti doveva avere assunto col tempo una connotazione prevalentemente negativa, anche a motivo dell’introduzione della nuova religione (cfr. a esempio la Saga di Erik il Rosso, dove una donna rifiuta in un primo tempo di aiutare una maga a motivo della propria fede cristiana). Nelle leggi emanate dopo la conversione sono frequentissimi i divieti contro le pratiche magiche di qualsiasi natura.

Se tuttavia la magia finì per essere considerata pratica abominevole e sconveniente, alle origini dovette invece esistere accanto a una «magia nera» una «magia bianca» che fu probabilmente quella esercitata dai sacerdoti. L’idea della magia come raggiungimento di uno stato estatico nel quale si compiva uno sposalizio spirituale fra il sacerdote e il dio dovette essere all’origine della concezione del sacerdote come non-uomo e quindi della preferenza data alle sacerdotesse. A rituali di questo tipo fanno verosimilmente riferimento le parole di Tacito, il quale parla di un sacerdos muliebri ornatu. Una distinzione molto antica tra rituali di magia bianca e magia nera si può forse anche riconoscere nell’iscrizione runica di Nordhuglo (Norvegia, inizio del V secolo), nella quale il sacerdote si dichiara immune alla magia. La magia bianca dovette essere, oltre che l’arte del sacerdote, quella del medico conoscitore del segreto delle erbe presente in altre tradizioni. Alla figura di un uomo della medicina di questo tipo si allude forse dove si parla di un sacchetto di erbe da appendere al collo; qui possono essere riferiti anche taluni ritrovamenti di borsette contenenti oggetti magici.

In effetti, da quanto si deduce dalle fonti che ne descrivono il procedimento, la pratica del seiðr appare come una magia di carattere estatico, parallela ai rituali degli sciamani (specie quelli lapponi). Nell’Invettiva di Loki sì ha a esempio un riferimento all’uso di battere su un tamburo (o coperchio), oggetto magico per eccellenza presso i Lapponi. Esso è lo strumento che meglio di ogni altro cattura e riproduce un ritmo, e la percussione ripetuta e ossessiva stacca l’anima dal mondo circostante e la trasporta nell’universo degli archetipi richiamando il suono originario dal quale fu creato il mondo.

Al raggiungimento di uno stato di trance dovettero forse servire anche i funghi igniferi che secondo il racconto della Saga di Erik il Rosso si trovavano nella cintura di una maga. Assai importanti erano anche i canti. Descrizioni piuttosto dettagliate di sedute di seiðr si trovano nella Saga di Erik il Rosso (che è un locus classicus) e nella Saga di Oddr della Freccia, dove si riferisce del gruppo di assistenti della maga (il raddlið n.), che erano in numero di trenta (quindici uomini e quindici donne). Al seiðr come pratica di gruppo allude verosimilmente anche la citazione di un’intera famiglia di maghi e di streghe. Nella medesima fonte è detto che i canti magici che sì udivano durante le sedute (seiðloeti n.pl.) erano piacevoli all’ascolto.

Nella Saga di Gísli si insiste sulla connessione tra la magia e l’oscenità (ergi f.) e si ricorda l’uso di un’impalcatura detta seiðhjallr m., necessaria al mago per separarsi simbolicamente dal mondo (essa è probabilmente analoga al treppiede delfico).

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