Ricordare Dresda (e non solo)

Ricordare Dresda perché ne è stato l’anniversario? Oppure per rispondere alla bravata delle “Femen” – scarti umani – che ne hanno voluto festeggiare la sua distruzione?

No. Ricordare Dresda perchè é Storia.

L'ultima trovata delle Femen: festeggiare Dresda

L’ultima trovata delle Femen: festeggiare Dresda

Lo abbiamo fatto con vari articoli su questo portale e, in ultimo, è stata una delle città trattate nell’ultimo numero della Rivista che non a caso parlava del Fuoco.

Vogliamo pertanto proporre questo breve estratto.

***

Dresda: ultimo atto.

Il bombardamento cominciò all’improvviso alle 22.13, nove minuti dopo (un tempo decisamente inconsueto) la pioggia iniziale dei bengala. Per i puntatori dei Lancaster, fin dal primo momento, fu come giocare al tiro al bersaglio. Non insidiati dalla contraerea, non assaliti dai caccia, quindi con i nervi perfettamente distesi, non avevano che da chiedere ai piloti di passare esattamente sopra le abbaglianti red spot fire collocate dai Mosquito nello Sports-platz e poi, cronometro alla mano, di calcolare i tempi di sgancio prima di premere i pulsanti selettori delle bombe.

Su Dresda si abbatté un diluvio di ferro e di fuoco. La concentrazione e la sincronizzazione dei lanci fu straordinaria. Ad Amburgo, nella notte spaventosa del 27-28 luglio 1943, che vide il primo Feuersturm della storia, 325 aerei su 720 avevano centrato le loro bombe nel raggio di tre miglia dal punto di mira. Adesso 244 aerei, più carichi di bombe e di spezzoni di quei 325, stavano saturando di esplosioni e di getti di termite e magnesio molti punti di mira, calcolatamele e su un’area assai più ristretta, poiché martellavano la città vecchia di Dresda ettaro per ettaro, senza la minima dispersione.

Alle 22.18, dopo appena cinque minuti di attacco effettivo, l’intero settore a ventaglio che faceva capo al vertice dello Sports-platz era tutto un luccichio. Le strade e le piazze erano disegnate con il fuoco. Uno dopo l’altro si avvicendavano i Lancaster su quella angusta e limitata fetta di città, e uno dopo l’altro esplodevano i nobili palazzi barocchi e rococò nei vortici ondulatori e sussultori dei terrificanti block buster da 4000 libbre, e così le torri e le taverne del medioevo, gli austeri edifici ottocenteschi della borghesia ricca, le case umili ma pittoresche dei poveri.Rivista

Amburgo, Kassel, Darmstadt, Brunswick, Heilbronn: tutto dimenticato. A Dresda la dimensione della tragedia era decuplicata perché le bombe, ossessivamente, continuavano a piovere negli stessi punti, polverizzando tutto ciò che toccavano.

Gli immani spostamenti d’aria provocati dai block buster mettevano a nudo gli interni dei fabbricati non colpiti direttamente, e un attimo più tardi le grandinate di spezzoni incendiari li irroravano di fuoco.

Alle 22.26 il vento caldo del Feuersturm cominciò ad alitare sui quartieri vecchi di Dresda, ormai completamente distrutti, ma ancora una sessantina di Lancaster dovevano collocare i loro carichi

A questo punto il numero delle vittime di Dresda era ancora assai basso in rapporto alla proporzione della catastrofe. Forse qualche migliaio, difficilmente un numero di cinque cifre. Precise testimonianze di numerosi scampati che ebbero il coraggio di lasciare i rifugi nella prima fase della tempesta di fuoco, cioè subito dopo il bombardamento della sera del 13 febbraio 1945, inducono a questa conclusione.

Quando finì l’aggressione del 5° Group la città vecchia di Dresda era una rovina unica. Secoli di storia, d’arte, di cultura e di costume erano stati cancellati per sempre, ma sotto terra, al riparo delle muraglie dei ricoveri, quasi tutti i cittadini e i profughi erano vivi. Se c’erano già stati dei morti, e c’erano stati, la causa era da attribuirsi alle bombe di potenziale medio, provviste di alette stabilizzatrici, penetrate fino nei rifugi e responsabili di quelle coltri semiliquide di interiora spappolate, sangue e polvere di ossa che le squadre di ricupero, settimane più tardi, si rifiuteranno di rimuovere. I terribili block buster annientavano i fabbricati più solidi, ma raramente uccidevano, perché la loro forza di deflagrazione era orizzontale, non verticale. Anche i malefici spezzoni, pur penetrando dappertutto, non uccidevano: il fuoco non uccide, se si fugge in tempo.

Così, allontanatosi l’ultimo Lancaster del 5° Group, c’erano ancora molte possibilità di scampo per decine di migliaia di esseri umani. Gran parte della città era ancora intatta, e nella parte colpita e distrutta, alle 22.30 del 13 febbraio 1945, il vento di fuoco soffiava a non più di 60-70 chilometri l’ora. Certo, affrontare quel principio di tempesta era già arduo per uomini e donne che fino a quel momento non avevano mai conosciuto neppure gli effetti di un attacco aereo comune, ma farlo sarebbe stata la salvezza.

Pochi lo fecero. Alle 23.00 gli anemometri dell’istituto di fisica, situato a circa quattro chilometri dal punto critico del Feuersturm, calcolarono la velocità del vento in centotrenta chilometri orari. Ormai più nessuno poteva uscire dai rifugi per avventurarsi nelle strade di Dresda vecchia. A mezzanotte il vento infuocato superò i duecento chilometri orari, e non è azzardato supporre che il tornado, verso l’una del 14 febbraio, sfiorasse addirittura i trecento, poiché perfino delle travi furono risucchiate a migliaia di metri d’altezza.

Fu tra il primo e il secondo attacco, non nel corso delle due incursioni, che si verificò la maggior parte dei decessi. Il tifone scaraventò negli incendi (lingue di fiamma lunghe fino a sessanta metri) chi, trovandosi ai margini dell’immenso rogo, cercò di farsi strada verso i quartieri periferici. La forza del vento era tale da sradicare gli alberi di un metro di diametro. In una stazione si rovesciarono vagoni di trentasei tonnellate. Ma peggiore, come sempre quando infuriava un Feuersturm, fu la sorte di coloro che scelsero di restare nei rifugi fino a che la tempesta non si fosse placata.

dresdenruineCome racconteranno i sopravvissuti, i rifugi erano colmi sia di signore in pelliccia sia di sventurati che possedevano appena, quasi, la pelle che avevano addosso. Questa umanità così effimeramente commista conobbe lo stesso destino. L’ondata termica raggiunse, prima dell’una di notte, valori così intollerabili che gli organismi umani si dissolsero, mentre altri esseri, sottoposti a un calore un po’ meno intenso, furono rosolati come animali al forno. In altri ricoveri, più profondi, non accadde invece nulla di simile, ma l’aria, satura di monossido di carbonio, divenne presto irrespirabile, e centomila e più larve di uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri agonizzarono in preda al soffocamento progressivo, fino alla morte per disidratazione e per veleno.

Il secondo assalto a Dresda non era neppure cominciato.

Cominciò alle ore 1.23 del 14 febbraio, quando i più solleciti dei 61 Pathfinder dell’8° Group cominciarono a seminare alla cieca bengala e ti verdi sull’area dell’obiettivo. Partecipavano a questa seconda incursione 551 Lancaster dei Groups 1°, 3°, 6° e 8°, dei quali 529 avrebbero effettivamente attaccato. Per diversione, alcuni Mosquito stavano volando in direzione di Norimberga e di Magdeburgo, mentre i Liberator del 100° Group erano impegnati nel consueto compito di neutralizzare i radar delle difese nemiche con le contromisure elettroniche.

L’Ora Zero era fissata per l’I.30, ma già all’I.24 ebbe inizio la segnalazione visuale del bersaglio con le ti rosse. Una pura formalità, perché il gigantesco incendio di Dresda indicava la posizione della città assai’meglio di qualsiasi artificio pirotecnico.

Il capobombardiere, tenente colonello H.J.F. Le Good, arrivò su Dresda all’I.28 e si rese subito conto, infatti, che sullo sfondo vermiglio della Altstadt in fiamme i bagliori delle ti rosse non erano nemmeno visibili, perciò decise di istruire i puntatori a ignorare i segnali dei Pathfinder e a bombardare non in prossimità del punto di mira, già sommerso dalla tempesta di fuoco, ma a macchia d’olio attorno all’area incendiata.

Il capobombardiere e il suo vice ebbero un duro lavoro da svolgere durante questo secondo assalto a Dresda, oltre due volte più pesante del primo ma non altrettanto rovinoso, poiché molti puntatori, nauseati, dirottarono i piloti sull’aperta campagna e sganciarono apposta le bombe dove supponevano che sarebbero state inoffensive. Agli Squadrons che via via si succedevano sul bersaglio il capobombardiere ordinava invece di spostarsi continuamente ora qua e ora là, per colpire i quartieri risparmiati dalla prima incursione, ma la superficie investita dal Feuersturm si dilatò appena, poiché in quei quartieri, sebbene flagellati a loro volta da un bombardamento violentissimo, venne a mancare la fantastica concentrazione che aveva caratterizzato l’attacco serale del 5° Group.

Una vera tragedia si verificò solo nella stazione centrale, affollata fino al parossismo. Lunghissimi convogli carichi di profughi erano allineati sui binari, ben oltre le tettoie. Sui marciapiedi e nelle sale d’aspetto erano ammucchiate masse di persone sconvolte dalla furia della prima incursione, ma convinte che per quella notte il Bomber Command non sarebbe tornato.

Purtroppo proprio il settore della stazione centrale, rigurgitante di folla, fu il più battuto dal nuovo bombardamento. Le esplosioni straziarono migliaia di disgraziati che si trovavano all’aperto, il fuoco ne carbonizzò altre migliaia, il monossido di carbonio fece il resto: pile di cadaveri tranquilli, tra i quali centinaia di bambini in costume da carnevale, furono rinvenute poi nei sottoscala della stazione. Parevano burattini penduli, marionette svitate. Alcuni bambini erano in piedi, ancora rosei, appoggiati ai muri. Non sembrava che avessero sofferto. Altri parevano mummie di cartapecora.

Il primo attacco aveva tagliato Dresda fuori del mondo, abbattendo la rete telefonica e telegrafica. Ma lo straordinario incendio, visibile fino a trecentoventi chilometri di distanza, aveva attirato dai centri vicini lunghe colonne di autocarri e di altri mezzi della Wehrmacht e dei Servizi Civili, ansiosi di recare un impossibile aiuto.

Il secondo attacco li travolse, com’era stato previsto a High Wycombe, e vi fu una nuova carneficina. Il sistema del « colpo duplice » era stato inventato apposta, infatti, per fulminare anche i mezzi di soccorso delle altre città.

All’I.54 finì anche il secondo attacco. Il Bomber Command aveva rovesciato complessivamente su Dresda 2702 tonnellate di bombe (per l’esattezza 1501 tonnellate esplosive, tra cui 529 block buster da 4000 libbre e una da 8000, e 1201 tonnellate incendiarie), distruggendo in quarantasette minuti effettivi 680 ettari di superfici edificate, pari al 59 per cento del totale.

Ma come sono prive di senso, alcune volte, le statistiche! Il sopraddetto 59 per cento poneva Dresda al ventiseiesimo posto, per percentuale di distruzioni, tra le città della Germania colpite dal Bomber Command. Invece Dresda aveva conosciuto un cataclisma assolutamente unico, a dispetto del 41 per cento dei suoi fabbricati intatti o solo lievemente danneggiati, tutti situati nei quartieri periferici e nel suburbio. La vera Dresda, la Dresda che contava, era stata annientata fino al sottosuolo, e di essa non sarebbe stato restituito al mondo neppure il fantasma.

Solo 5 Lancaster (0,6%) non tornarono alle basi dalla doppia incursione del 13-14 febbraio 1945. All’alba un fungo di fumo s’arrampicava fino a cinque chilometri d’altezza nel cielo grasso e sporco di Dresda. Come i futuri funghi atomici di Hiroshima e di Nagasaki anch’esso era gravido di detriti solidi, di polvere e di fuliggine. Verso le otto del mattino una fanghiglia sudicia cominciò a piovere su tutta la regione, fino a trenta chilometri di distanza. Gli avvoltoi fuggiti dallo zoo stavano già consumando un pasto osceno con le carogne dei cavalli del circo Sarassani.

Quanti furono i morti di Dresda, in verità, non si saprà mai, soprattutto perché dopo la guerra le macerie della città furono occupate dai sovietici, notoriamente allergici, più per forma mentis che per accettabili opportunità ideologiche, a fornire esatte informazioni al mondo, anche sulle cose che non li riguardano.

Confrontando diverse fonti, molti anni dopo la fine della guerra, si finirà, in Occidente, per stabilire in 135.000 il numero definitivo delle vittime. Ma questa sarà una valutazione di comodo. I morti dovettero essere molti di più, probabilmente oltre 200.000.

Il ricupero dei cadaveri carbonizzati durò settimane e settimane, mentre le autorità avevano chiuso al traffico (del resto impossibile) l’intera area dov’era infuriata la tempesta di fuoco. I cadaveri non carbonizzati, e già in avanzatissimo stato di decomposizione, furono ammucchiati a migliaia nelle piazze e dati alle fiamme. Si scavarono delle immense fosse comuni e vennero consumate decine di tonnellate di calce per scongiurare non improbabili epidemie.

Dresda non esisteva veramente più. Quasi tutti i sopravvissuti, anche gli abitanti dei quartieri rimasti in piedi, l’avevano abbandonata, inorriditi. Tra le rovine si aggiravano adesso colonie di topi grandi come conigli, dalla spessa pelliccia, ingrassati luridamente.

Il Bomber Command della RAF non tornò mai più su Dresda, l’Ottava Forza Aerea americana tornò invece due volte. Il 2 marzo, essendo Magdeburgo, Ruhland e Bohlen gli obiettivi di 1200 bombardieri e caccia, 406 apparecchi vennero nuovamente dirottati sulla città morta a causa del cattivo tempo, altri su Chemnitz. L’attacco al centro ferroviario di Dresda, che fino ad allora non aveva subito danni veramente gravi, si svolse tra le 10.26 e le 11.04. Numerose bombe esplosero anche sui quartieri periferici, nei sobborghi e su alcuni campi di prigionieri anglo-americani e sovietici, facendo un numero imprecisato di vittime. Il 17 aprile, infine, ben 580 bombardieri pesanti dell’Ottava sferrarono l’ultimo attacco alle stazioni di smistamento di Dresda, conseguendo un successo più tecnico che strategico perché era quanto meno stupido accanirsi sulle comunicazioni esterne della Città dei Fantasmi. Anche sotto il profilo strettamente militare, infatti, l’intero settore non era più di nessuna utilità alla Wehrmacht.

Fino dai primi di marzo,  a  seguito  dei continui  e  capillari attacchi aerei alla rete generale dei trasporti, il volume del traffico ferroviario in Germania era sceso al 15 per cento del normale. Le forniture di carbone alle industrie ancora in grado di lavorare si erano contratte addirittura al 4 per cento. La Germania era sull’orlo della paralisi totale. Ma sicuramente la strage di Dresda vi aveva contribuito per lo zero virgola zero per cento. Era stata una strage, e basta.

***

Per scaricare la Rivista:

http://thule-italia.com/wordpress/downloads/409

 

Altri articoli su Dresda:

http://thule-italia.com/wordpress/estratti-da-un-bombardamento-13-15-febbraio-1945-1/

http://thule-italia.com/wordpress/lo-sterminio-di-massa-e-un-lavoro-millimetrico-dresda-2/

http://thule-italia.com/wordpress/dresda-ultimo-capitolo-3/

Share

Comments are closed.