Upanishad

Conducimi dal non essere all’essere; dalla tenebra conducimi alla luce, dalla morte conducimi all’immortalità!” (Brihadaranyaka Upanishad, I, 3, 28).

Upanishad

Nome

Il termine Upanishad significa sia “equivalenza”, perché in questi testi vengono stabilite corrispondenze fra il microcosmo — cioè il piano umano — e il macrocosmo, sia “sessione presso [il maestro]”. La parola viene in ogni caso ad assumere il senso di “dottrina esoterica”, segreta.

Traduzioni

Un gruppo di Upanishad venne fatto tradurre in persiano dal principe Mughal Dara Shukoh nel 1657-1658; la traduzione persiana fu resa in latino dal francese Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron (1801-1802). Prime opere indiane di impronta speculativa a giungere in Occidente, esse vennero conosciute ed esaltate dal filosofo Arthur Schopenauer (1788-1860).

Frontespizio del primo volume della traduzione latina delle Upanishad di A.H. Anquetil-Duperron, Strasbourg 1801-1802.

Frontespizio del primo volume della traduzione latina delle Upanishad di A.H. Anquetil-Duperron, Strasbourg 1801-1802.

Le Upanishad formano la parte conclusiva della Rivelazione. Sono perciò chiamate anche vedanta, “fine dei Veda”, proprio in quanto nel canone si collocano in posizione finale, ma anche perché con esse il pensiero vedico giunge a un definitivo compimento. Quelle propriamente vediche consistono in quattordici testi, la cui composizione è in genere collocata fra l’VIII e il III secolo a.C. nell’India settentrionale. Le più antiche, in prosa e molto vaste, sono la Bribadaranyaka (“L’Upanishad del grande libro delle foreste”) e la Chhandogya (“L’Upanishad del cantore di melodie sacre”); fra quelle redatte invece in versi si annoverano la Katha (il nome deriva dalla scuola vedica cui appartiene), la Shvetashvatara (dal nome di un saggio) e la Mundaka (da munda, “rasato”, cioè “libero” da errori). Numerose, varie e anche contraddittorie sono le dottrine dibattute in queste opere, che non si propongono come indagini filosofiche sistematiche; ma principi importantissimi si fanno strada per insediarsi per sempre nel cuore dell’induismo, e le Upanishad saranno fra i testi fondamentali di quella vasta corrente filosofica che da esse prende il nome di vedanta. In seguito, opere chiamate Upanishad saranno composte in ogni epoca: una lista tradizionale ne annovera centootto, ma in verità i titoli noti fino a oggi sono all’incirca trecento.

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