Il lanciafiamme

Il lanciafiamme

Lanciafiamme mod. 1941 da assalto

Lanciafiamme mod. 1941 da assalto

La prima guerra mondiale ha rappresentato, dal punto di vista degli armamenti, una sorta di immenso banco di prova dove tutti gli stati provavano i ritrovati della tecnica, al fine di capire come potesse essere condotta al meglio una guerra moderna. Tra i vari prototipi il conflitto mostrò l’importanza dei fucili mitragliatori, astri nascenti destinati a svilupparsi ed a imporre la loro supremazia sui campi di battaglia sino ai nostri giorni. Ci sono state però armi a prima vista promettenti, ma che invece non ebbero il successo che a prima vista ci si poteva aspettare: tra queste abbiamo il lanciafiamme.

Armamento di Waffen SS fiammiere

Armamento di Waffen SS fiammiere

In realtà questa dal punto di vista concettuale non era un’arma nuova, infatti nel corso della storia non mancano già a partire dai tempi più antichi esempi di armi pirotecniche. In realtà il lettore deve riflettere sul fatto che nella lotta contro il suo simile l’uomo ha sempre percorso le stesse ed identiche strade, migliorando semplicemente la tecnica e lasciando immutata la sostanza: prima lanciavamo dei sassi mediante la forza muscolare delle braccia, oggi lanciamo palline di piombo mediante la spinta di un’esplosione.  Il primo a citare l’utilizzo di arnesi meccanici per lanciare getti infuocati contro nemici o fortificazioni fu lo storico greco Tucidide, il quale narra l’assedio della fortezza di Delio, in Beozia, avvenuto nel 424 a. C. . In particolare egli racconta come i Beoti avessero svuotato un tronco d’albero e poi posto un braciere ad un’estremità nel quale bruciava una miscela di carbone, pece e zolfo; dall’altro lato del tronco poi misero un mantice, che insufflando aria ad alta velocità nel tronco spingeva poi la miscela incendiaria all’esterno, producendo immense lingue di fuoco.  Questa tecnica si evolverà sino a culminare nella pratica del “fuoco greco” , un utilizzo navale della tecnica incendiaria caratterizzato da una miscela di idrocarburi che, potendo galleggiare sull’acqua, bruciava in mare senza potere essere spento, distruggendo di conseguenza le navi nemiche.  Infine un ultimo esempio di utilizzo di mantici atti al soffio di materiale incandescente (principalmente miscele di zolfo, pece e salnitro) viene fornito dagli storici bizantini. Viene raccontato come durante l’assedio di Durazzo, avvenuto nel 1108, i bizantini soffiassero vampate di fuoco dritto in faccia ai nemici tramite l’utilizzo di cerbottane. Principalmente a causa della scoperta della polvere da sparo e delle sue grandi potenzialità l’utilizzo di questo tipo di arma verrà accantonato in favore dei primi archibugi, ma come scritto sopra sistemi molto più tecnologicamente avanzati verranno ideati alcuni secoli dopo, nel corso della prima guerra mondiale.

Fiammiferi italiani con mod. 1935

Fiammiferi italiani con mod. 1935

Il lanciafiamme dell’era moderna si basò all’inizio sullo stesso meccanismo di quelli passati: un sistema propulsivo costituito da un mantice che azionato a mano soffiava materiale infuocato all’esterno di un tubo. In seguito il mantice venne sostituito dall’utilizzo di un gas inerte compresso, il quale non partecipava alla combustione, ma si occupava solo di trasportare nel suo flusso la miscela bruciante, costituita adesso non più da parti solide, ma liquide, in particolare da nafta e derivati di quest’ultima. I primi ad utilizzare questo sistema furono i tedeschi, i quali bruciarono il fronte francese presso Malancourt il 26 Febbraio del 1915. Questo moderno lanciafiamme venne inventato in Germania, da Richard Fiedler, il quale già ne 1901 ne aveva proposto un prototipo all’esercito tedesco, ma questo non ne approvò l’utilizzo prima del 1911, anno in cui venne costituita appositamente una compagnia di undici uomini incaricati prettamente dell’utilizzo di quest’arma, che comunque non entrò in azione prima della data indicata. Durante il conflitto l’utilizzo del lanciafiamme venne particolarmente apprezzato per la sua capacità di stanare i nemici fuori dalla trincee, oltre che per costringere alla rese le compagnie più recidive. Contemporaneamente venne notata la sua debolezza nei conflitti in campo aperto, poichè il suo utilizzo non riusciva ad accompagnare l’opera di incursione dei soldati, dove invece brillavano le capacità delle primi mitragliatrici. L’utilizzo del lanciafiamme venne quindi confinato ai campi della guerra di trincea o degli assalti alle fortificazioni nemiche.

Occorre sottolineare la grande azione psicologica che questa mirabile arma destava nei nemici: note sono le testimonianze di soldati che scappavano alla sola vista di un soldato fiammiere, terrorizzati dal pensiero di trovarsi avviluppati da un tornado infuocato. Questi però in campo aperto erano più dei deterrenti che dei veri e propri pericoli: infatti a causa della loro lentezza (causato dall’apparato da trasportare) non riuscivano a fare in modo che il raggio di fuoco dell’arma raggiungesse i nemici, i quali scappavano veloci ed inoltre erano pure molto vulnerabili: infatti l’azionamento di queste macchine prevede la posizione eretta, che comporta quindi una notevole esposizione al fuoco nemico; inoltre bastava che un proiettile colpisse il serbatoio del propellente per rendere il fiammiere una vera e propria bomba detonante.

Milite Wehrmacht a Stalingrado

Milite Wehrmacht a Stalingrado

Dopo gli esperimenti tedeschi il lanciafiamme divenne un’arma piuttosto comune per tutti i paesi belligeranti, che la utilizzarono in due versioni: una trasportabile a spalla da un solo soldato ed una più pesante montata su veicoli o su postazioni fisse, ad uso della difesa di fortificazioni e trincee. Entrambi i modelli erano costituiti da due serbatoi, uno dove veniva stipata la miscela infiammabile e l’altro dove veniva allocato il gas inerte compresso (solitamente azoto). I due erano tra loro comunicanti (in modo che il gas in pressione potesse spingere fuori violentemente la miscela infiammante) e confluivano mediante opportune tubazioni in tela gommata in un’asta forata in metallo, chiamata lancia. Da questa poi veniva spruzzato all’esterno il liquido. Nei primi lanciafiamme l’accensione del getto veniva effettuata manualmente, mediante opportuni candelotti. Solo in seguito venne ideato un sistema d’accensione automatico, in particolare il primo di questi nacque dalla mente italiana. Il modello D.L.F. infatti prevedeva l’utilizzo di una placca forata di platino (definita spugna) posta prima della lancia che veniva arroventata da un getto di idrogeno compresso (contenuto in una bottiglietta applicata alla lancia stessa). Una volta che il platino raggiungeva la giusta temperatura veniva chiusa l’alimentazione dell’idrogeno ed aperta quella del combustibile, il quale si accendeva passando tramite i fori della spugna di platino.

Durante la seconda guerra mondiale la Germania non effettuò ricerche importanti circa lo sviluppo di quest’ultimi, utilizzando di fatto solo il Flammenwerfer 35, una versione modificata del lanciafiamme della prima guerra mondiale, notevolmente alleggerito tramite una modifica del serbatoio. Se da un lato però l’arma era più leggera, dall’altro era invece estremamente vulnerabile: bastava infatti che il serbatoio (contenente gas ad altissima pressione) venisse colpito da un proiettile per provocare una vera e propria esplosione, che danneggiava non solo il soldato fiammiere, ma tutte le unità circostanti. Non venne quindi mai utilizzato nei campi di battaglia, ma solo per ripulire bunker, trincee e luoghi chiusi in generale. I tedeschi furono invece i primi a montare dei lanciafiamme su dei carri armati, come nel caso del Panzer I. Quest’arma risultava del tutto impotente contro i carri armati nemici, ma il suo utilizzo forniva risultati soddisfacenti contro la fanteria, tanto che modelli simili ai tedeschi vennero costruiti da Italia, U.S.A. e U.R.S.S. ; anche questo utilizzo presentava però un tallone d’Achille: infatti il serbatoio di combustibile era esterno alla blindatura del carro armato e poteva venire facilmente fatto esplodere, causando la distruzione del carro e la morte del suo equipaggio. Il problema venne risolto dagli americani che riuscirono ad inglobare il serbatoio all’interno del carro Sherman stesso, il quale produceva una fiammata che poteva raggiungere anche i 100 m di lunghezza.

L’Italia rappresentò una delle nazioni che più investì in termini di tempo e denaro in questo tipo d’armamento, infatti oltre al modello da carro pesante ne costruì altri quattro, tutte versioni sviluppate a partire dal D.L.F. . Il primo modello efficiente fu il lanciafiamme modello 1935, con il quale i militi italiani entrarono in guerra, ma che era stato ampiamente collaudato durante la guerra d’Etiopia. Pesava circa 27 kg ed il suo utilizzo necessitava l’azione congiunta di due uomini: uno detto servente azionava il serbatoio, manovrando le manopole atte al miscelamento di gas e liquido, mantenendosi ad una buona distanza dalle fiamme, mentre l’altro era chiamato lanciatore ed era colui che azionava praticamente il fuoco, guidandolo manualmente ed a causa della sua vicinanza al fronte di fiamma indossava una tuta ignifuga. Questo lanciafiamme veniva comunque trasportato tramite mezzi meccanici, visto il grande peso e le dimensioni ingombranti, dovute al dovere movimentare il serbatoio da 6 litri di azoto compresso, il quale assicurava un raggio d’azione di circa 20 m. La miscela invece era piuttosto semplice, composta dal 90% di nafta e dal 10% di benzina, contenuta in un serbatoio da 12 litri. Le prestazioni di quest’arma permettevano di generare una zona mortale lunga 35 metri e larga 15 metri, mentre la zona resa insopportabile dal calore poteva essere molto più estesa. Questo lanciafiamme venne ideato per essere utilizzato sia in fase di attacco che di difesa e venne dato in dotazione a plotoni divisi in tre squadre da sei sezioni ciascuna, ognuna dotata di due apparecchi. La strategia comunque non prevedeva l’utilizzo solitario di quest’arma, comunque molto pericolosa anche per chi li maneggiava, ma l’azione doveva essere sinergicamente prodotta con le unità di fanteria, le quali doveva difendere i fiammieri ed al contempo occuparsi dell’eliminazione del nemico in fuga: strategia estremamente semplice, ma dall’efficacia garantita: in Africa lo stesso Rommel rimase impressionato dalle manovre della fanteria italiana e dal vero e proprio inferno di fuoco e proiettili che i militi italiani riuscivano a scatenare.

Flammenwerfer 35 in azione

Flammenwerfer 35 in azione

Successivamente venne ideato il modello 1940. Questo costituisce un perfezionamento del mod. 1935, infatti l’apparato d’accensione venne sostituito con un sistema elettrico che funzionava mediante due magneti che, caricati elettricamente, facevano scoccare una scintilla da una candela posta vicino all’uscita del getto liquido. E’ interessante notare che l’energia necessaria per azionare i magneti era fornita da una turbina, la quale veniva azionata proprio dal fluire dello stesso liquido combustibile in pressione. Il peso di questo modello rimase comunque invariato rispetto al precedente, così si pensò che fosse necessario alleggerirlo, al fine di facilitare le manovre del soldato fiammiere. Nacque così il modello 1941, che pesava soli 18 kg (ben 9 kg più leggero dei precedenti modelli) . Era composto da un serbatoio per il gas inerte e due per i per il combustibile liquido. Era poi prevista un manometro atto alla misura della pressione e la lancia era fornita di un porta bengalotto utile per l’accensione manuale del getto in caso di rottura del meccanismo elettrico. Questo modello venne anche realizzato in una versione detta da assalto, dato in dotazione esclusivamente alle truppe guastatrici. Questo era estremamente leggero (solo 9 kg) ed era costituito da un solo tubo nel quale erano immessi sia il liquido infiammabile sia il gas inerte. La lancia inoltre era fornita di un calcio con impugnatura a pistola, oltre che di un apposito grilletto che azionava le fiamme. Questo lanciafiamme poteva essere utilizzato in movimento ed anche in posizione supina, permettendo inoltre di essere imbracciato sia come un fucile che come una pistola. Ricordo infine il modello 1942, molto ingombrante e pesante (tanto da dovere essere carrellato) , ma dalla grande capacità di fuoco.

Disegno di Achille Beltrame, dalla Domenica del Corriere n. 35

Disegno di Achille Beltrame, dalla Domenica del Corriere n. 35

Dopo la seconda guerra mondiale i lanciafiamme sono pian piano spariti dai campi di guerra, questo a causa della loro intrinseca pericolosità, visto che tendono a scoppiare ed a non permettere un getto preciso (di fatto basta una forte folata di vento contraria per ritorcere la fiamma contro il fiammiere) e la loro ultima apparizione è stata quella della guerra di Corea e del Vietnam, durante la quale i marines statunitensi lo utilizzarono per dare fuoco alla vegetazione, così da rinchiudere in una trappola infuocata le truppe nemiche. Oggi nessun esercito basa più alcuna strategia sull’utilizzo di lanciafiamme, ma sfrutta l’energia del fuoco tramite ad armi più compatte, come le bombe al fosforo bianco.

Nell’ambito della cultura popolare si nota la presenza di fantascientifici lanciafiamme nel videogioco Wolfenstein.

Pasquale Piraino

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