Il dio innamorato

Il dio innamorato

La feconda ierogamia del cielo e della terra, tema consueto a tutte le tradizioni mitologiche, si ritrova nel mondo nordico soprattutto nella storia dell’innamoramento del dio della fecondità, Freyr, il quale si unirà con Gerðr, fanciulla della stirpe dei giganti, appartenente perciò al mondo infero. Nella figura del servitore del dio, Skírnir, è verosimilmente incarnato il potere fecondante dei raggi del sole.

Gerðr rifiuta le offerte di Skírnir. Illustrazione di Lorenz Frølich.

Gerðr rifiuta le offerte di Skírnir. Illustrazione di Lorenz Frølich.

Avvenne una volta che Freyr si recò a Hliðskjálf e lì se ne stava a guardare tutti i mondi. Quando si volse verso settentrione vide colà in una fattoria una casa grande e bella, e verso quella casa andava una fanciulla. Quando ella alzò le mani per aprire la porta, tutta l’aria e l’acqua furono illuminate dallo splendore che irradiava da lei. Questa fanciulla aveva nome Gerðr: era figlia del gigante Gymir e di Aurboða, sua moglie. Costoro erano della stirpe dei giganti delle montagne.

Freyr fu punito per la presunzione di essersi seduto in quel luogo santo, perché fu preso da una tale passione per quella donna che da quel momento non ebbe più pace. Egli infatti tornò a casa ed era pieno di dolore: non parlava, non dormiva né beveva e nessuno aveva il coraggio di rivolgergli la parola. Allora Njörðr e Skaði mandarono a chiamare Skírnir, servitore di Freyr, e gli chiesero di andare da lui e domandare perché fosse così afflitto. Skírnir disse che sarebbe andato, tuttavia malvolentieri: pensava infatti che avrebbe ricevuto solo una rispostaccia. Comunque si recò da Freyr e domandò perché fosse tanto abbattuto da non parlare più con nessuno: con lui poteva confidarsi – disse – e gli ricordò che erano cresciuti insieme e perciò potevano avere reciproca fiducia. Il dio allora confidò la sua pena; aveva visto una donna tanto bella che per colpa sua era così pieno di dolore: non poteva più vivere senza di lei. Aggiunse però di temere che nessuno, fra gli Asi e gli elfi, avrebbe dato il consenso a quella unione. «Tuttavia ora tu devi andare a chiedere la sua mano per me e portarmela qui, che suo padre lo voglia o no: di ciò saprò ben ricompensarti!». Skírnir acconsentì; tuttavia per recarsi nelle terre dei giganti volle avere il destriero di Freyr; inoltre chiese di essere ricompensato con la spada preziosa del dio: essa aveva la virtù di combattere da sola. Freyr non si fece pregare: prestò il cavallo e regalò la spada. È noto però che quella fu un’azione stolta: è detto infatti che quando combatté col gigante Beli, Freyr si trovò disarmato e dovette ucciderlo con un corno di cervo. Peggio ancora tuttavia sarà per lui nell’ultimo giorno quando le forze del male si scateneranno: egli allora non avendo una buona arma si pentirà di quel dono avventato.

Skírnir si preparò dunque a partire verso le terre dei giganti: là avrebbe dovuto attraversare un bastione di fuoco. Allora si rivolse al cavallo e disse così:

«Fuori fa buio, dico che è ora per noi di viaggiare

fra umidi monti,

e terre di giganti;

entrambi arriveremo, oppure entrambi ghermirà

il gigante oltremodo possente».

Così Skírnir cavalcò verso Jötunheimr, fino al luogo in cui abitava Gymir. Quando giunse trovò dei cani mordaci legati all’ingresso del recinto che stava attorno alla dimora di Gerðr. Su un’altura sedeva un pastore. Skírnir cavalcò fino a lui e domandò come si potesse entrare da Gerðr. Il pastore a sua volta domandò se Skírnir fosse morto o comunque votato a morire: era una cosa impossibile – disse – avere un colloquio con quella fanciulla. Skírnir non si lasciò impressionare: la sua vita – ribatté – era stata fissata dalle norne: dunque non era il caso di mettersi a piagnucolare al momento di compiere una missione. Intanto, nella casa, Gerðr udì il frastuono che proveniva dall’esterno: ella domandò a una serva che cosa stesse succedendo. Quella rispose: «Qui fuori c’è un uomo sceso da cavallo che fa pascolare il suo destriero». Gerðr ordinò che Skírnir fosse fatto entrare e che gli fosse offerto da bere: «Temo tuttavia», disse, «che qui fuori ci sia l’uccisore di mio fratello».

Quando Skírnir fu entrato, Gerðr domandò di che stirpe fosse: era degli Asi, degli elfi o dei saggi Vani? Perché da solo era venuto fino alle dimore dei giganti attraversando il bastione di fuoco? Skírnir rispose: «Non sono degli elfi, né dei figli degli Asi, né dei saggi Vani; tuttavia da solo sono venuto oltre il bastione di fuoco a vedere le vostre dimore». Subito dopo cominciò a corteggiarla offrendole doni preziosi.

«Qui con me ho undici mele tutte d’oro», disse, «a te le darò, Gerðr, per comprare l’amore, purché tu dica che Freyr è per te il più caro degli esseri». Gerðr rifiutò le mele e con esse l’amore del dio: mai nella sua vita – disse – avrebbe vissuto con lui. Skírnir allora provò a offrirle l’anello d’oro Draupnir, oggetto magico e prezioso: era quello che Odino aveva posto sulla pira di Baldr e da esso – le ricordò – scaturivano ogni nove notti otto anelli di ugual peso. Come le mele, Gerðr rifiutò l’anello: nei recinti di suo padre – affermò – non le mancava certo l’oro. Vista inutile ogni lusinga, Skírnir passò alle minacce: trasse la spada tutta incisa di rune, la mostrò alla fanciulla e disse che se non avesse acconsentito al suo volere le avrebbe mozzato la testa. Gerðr ostinata rispose che non avrebbe tollerato violenza di sorta per compiacere chicchessia; aggiunse anzi che se Skírnir avesse incontrato Gymir, tra loro ci sarebbe stata una lotta furibonda. Viste inutili anche le minacce Skírnir ricorse al potere della magia e disse così:

«Con la bacchetta magica ti colpirò, io ti domerò,

fanciulla, al mio comando;

là te ne andrai dove i figli degli uomini

mai più ti vedranno».

E ancora le preannunciò ogni sorta di male: ella avrebbe sempre vissuto con lo sguardo rivolto al mondo dei morti, avrebbe avuto cibo disgustoso, sarebbe divenuta orribile alla vista, sempre sarebbe rimasta presso il calcello dell’aldilà. E pure avrebbe patito nell’animo: frenesia, gemito, pena, tormento, angoscia e lacrime sarebbero riservati per lei. Perseguitata da esseri demoniaci, sarebbe stata sposa dei giganti, costretta a vivere con uno di loro, mostro dotato di tre teste. L’odio degli dèi benedetti le sarebbe riservato, e tolta ogni gioia d’amore. Confinata nel mondo dei morti, non avrebbe avuto bevanda migliore del piscio di capra.

Tutto questo Skírnir minacciò, e incise tre rune possenti che avrebbero dato forza ed efficacia alla sua maledizione. Disse però che avrebbe potuto cancellarle, se ella solo avesse voluto.

Al potere della magia Gerðr dovette arrendersi. Ella prese il calice, offrì da bere a Skírnir e si disse disposta ad amare Freyr. Skírnir allora si preparò a partire; prima tuttavia volle compiere appieno la missione e sapere da lei quando Freyr avrebbe potuto incontrarla. Gerðr rispose che il dio l’avrebbe potuta vedere allo scadere di nove notti, in un bosco dai sentieri silenziosi di nome Barri, che entrambi conoscevano. Con questa risposta Skírnir tornò a casa. Freyr lo attendeva ansioso e subito domandò notizie. E quando il servitore riferì l’esito del viaggio, egli disse così:

«Lunga è una notte, lunghe sono due,

come potrò languire per tre?

Spesso un mese mi parve più breve

di metà di questa notte d’attesa».

Fonti principali: Skírnismál.

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