Antieuropa 1931 – prima parte

Desideriamo pubblicare un estratto in tre parti del libro di Renzo De Felice, Mussolini e Hitler. I rapporti segreti 1922-1933, pubblicato per la prima volta nel 1975 e ripubblicato nel 2013 da Laterza. Ne consigliamo altresì l’acquisto per una reale comprensione delle dinamiche alla base dei rapporti tra Fascimo e Nazionalsocialismo con le loro differenze e le loro similitudini. Per noi è importante proporre al Lettore una fonte importante per poter parlare in un futuro meno a sproposito passando così per ignorante. Buona lettura.

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Nella vasta pubblicistica fascista del 1931-32 sulla Germania e sul nazionalsocialismo, un significato particolare ha la posizione della rivista Antieuropa (diretta da Asvero Gravelli), che, tra l’altro, prese l’iniziativa nel 1931 di realizzare una «inchiesta» sul nazionalsocialismo, che ebbe vasta eco sia in Italia che in Germania e alla quale si interessarono anche numerosi giornali di altri paesi.

Aperta con una «lettera» a Gravelli di un giornalista dell’Allgemeine Rundschau, Anton Hilckman, assai dura contro il nazionalsocialismo (accusato di essere fascista solo nella forma ma non nella sostanza ideale), l’inchiesta fu sviluppata soprattutto con una serie di interventi di politici e di intellettuali tedeschi del centro e della destra, nazionalsocialisti e no, cattolici e protestanti. Tra i nazionalsocialisti intervennero Alfred Rosenberg, l’ideologo del partito e uno dei maggiori collaboratori di Hitler, il romanziere Mirko Jelusich, il fisico e premio Nobel I. Starle, il pubblicista G. Sondermann e il filosofo M. Wundt. Le conclusioni furono tratte dallo stesso Hilckman che, rispondendo ai partecipanti all’inchiesta, ribadì fermamente il suo punto di vista iniziale e affermò senza mezzi termini che «i punti di contatto fra fascismo italiano e hitlerismo sono solo esteriori» e che tra i due partiti non vi erano in effetti «ponti».

L’inchiesta apparve nei numeri di Antieuropa relativi al periodo marzo-settembre 1931 e fu successivamente raccolta in volume col titolo Inchiesta su Hitler (Roma, 1932).

«Il nazionalsocialismo pericolo per la civiltà occidentale?» di A. Hilckman

(Antieuropa, settembre 1931)

Il Fascismo civiltà mediterranea

L’Europa attraversa in questo momento le sue ore fatali. La lotta ferve intorno alla questione, se le potenze vitali che sinora han dominato l’Occidente e lo hanno portato alla sua magnifica fioritura di civiltà debbano dominare ulteriormente o meno. Ci sono ancora molti, fra i popoli che vivono nel ciclo della civiltà occidentale che si mantengono fedeli agli antichi valori della vita: il caos nella concezione del mondo partorisce per necessità naturale il caos politico e sociale. L’Europa discorde e disgregata nel suo interno corre il pericolo di essere schiacciata tra le due mole: Russia e America. L’Europa diventerebbe un cimitero fisico e spirituale, un deserto culturale, se la idra dalle cento teste del bolscevismo trionfasse. E considerandola sub specie aeternitatis, non accadrebbe certamente assai meglio se lo spirito, o piuttosto il non spirito, dell’America avesse il predominio sul vecchio continente. Noi siamo purtroppo sulla via di diventare vieppiù simili all’uomo-macchina americano indirizzato solo alle cose grossolane e afferrabili, reverente alla forza e all’oro. Non è possibile alcun dubbio che la definitiva vittoria dell’America significherebbe la più cruda e brutale barbarie, diventi o meno l’Europa oggetto di sfruttamento dell’imperialismo economico degli Yankees.

Nessun occidentale che osservi chiaramente, può disconoscere lo stato pauroso e minaccioso di questa nostra situazione. Nella maggior parte dei paesi che più hanno contribuito alla formazione della civiltà occidentale ha avuto inizio però una reazione culturale e politica, un risveglio della coscienza, e si sviluppa la volontà di conservazione e propulsione dei valori propri di questa civiltà. Dal punto di vista politico il Fascismo d’Italia è stato finora la più forte e più efficace tra le reazioni rivolte al rinnovamento sorte in un mondo ondeggiante e indeciso. Dopo che l’Italia ebbe goduto per parecchi decenni lo splendore di un dominio di cricche acristiane e framassoniche, balzò dallo stesso popolo italiano la Rivoluzione. Anche se agli stadi iniziali poteva esserci forse una qualche incertezza sul significato più profondo e sull’intima essenza del nuovo movimento, in ultima analisi il Fascismo si è riallacciato chiaramente e consapevolmente alla più grandiosa idea culturale dell’Occidente, all’idea di Roma spiritualizzata dal cristianesimo, al concetto di un orbis romanus spirituale. Proprio in questo riallacciarsi alle migliori tradizioni del popolo italiano, che doveva condurre per conseguenza al trattato di pace e alla collaborazione colla Chiesa, si manifesta molto chiaramente la grandezza di Mussolini uomo di Stato, (e nello stesso tempo, sia detto fin da adesso, la differenza fondamentale tra lui e il Capo dell’hitlerismo tedesco!). Anche da questo ricongiungimento ritrasse il Fascismo italiano l’energia necessaria a vincere le forze moderne della dissoluzione, cui contrappose i valori della tradizione, dell’autorità, della fermezza delle istituzioni. Tutta la politica interna dell’Italia Fascista mostra con evidenza, quanto chiaramente si intuisca in Italia che una affermazione senza riserve della forza del cristianesimo, sia presupposto indispensabile al risanamento della Nazione.

Ciò che il fascismo italiano significhi in altri campi, non ho bisogno di spiegarlo a italiani. A ogni modo siamo d’accordo sul fatto che non nelle istituzioni esterne si esaurisce la essenza del fascismo, ma che più alto, molto più alto, è lo spirito che le ha create. Istituzioni di qualsiasi specie non possono salvare con la loro efficienza esteriore un popolo; tutto dipende dallo spirito che in esse abita. Potrei immaginare la Turchia kemalista copiare tutto il sistema sociale del Fascismo e imitatrice della sua costruzione sociale e statale; ma sarebbe un’offesa ai figli d’Italia affermare che essa sol per questo avrebbe il diritto di chiamarsi Fascista. Il fascismo italiano è costruzione essenzialmente occidentale. Un movimento, un sistema che respinge o combatte i fondamenti morali e spirituali della civiltà Occidentale, non può quindi mai considerarsi fascista.

Proprio questo mi sembra il caso del pseudo-fascismo tedesco, dell’hitlerismo.

Precisazioni

Il fascicolo di marzo di Antieuropa pubblicò una mia lettera aperta ad Asvero Gravelli. Con tale lettera mi preoccupavo di far considerare ai miei amici italiani e fascisti l’essenza del socialnazionalismo all’evidenza ostile al cristianesimo e perciò anche all’Occidente.

Era, per me, risaputo a priori che i miei ammonimenti non sarebbero rimasti incontraddetti dai nazional socialisti, i quali sempre si richiamano al Fascismo come al loro equivalente italiano, per ottenere che qualche briciola del suo prestigio cada in loro. L’eco nazionalsocialista al mio grido di allarme non si fece aspettare a lungo, e nel fascicolo di aprile di Antieuropa apparvero subito le repliche di sette più o meno eminenti rappresentanti del nazionalsocialismo.

Di tali risposte posso in fondo rallegrarmi, poiché tutto ciò che ho detto contro il nazionalsocialismo viene ad essere confermato dalle dichiarazioni fatte dai nazionalsocialisti stessi. Malgrado ogni tentativo di velare la verità i nazionalsocialisti lasciano cadere la maschera in modo molto significativo. Prima che io mi approfondisca in questo e contraddica gli hitleriani (che cercano esprimersi in modo da non compromettersi, per non urtare i lettori della rivista italiana che concesse loro ospitalità) con citazioni prese dalle loro stesse manifestazioni, vorrei chiarire le mie basilari osservazioni contro l’hitlerismo, alle quali nella mia breve lettera aperta ho dovuto accennare, mentre oggi meritano un necessario sviluppo.

L’hitlerismo è antioccidentale

Nella discussione, da parte dei nazionalsocialisti furono toccate molte questioni fondamentali, come la romanità o non romanità della Civiltà Occidentale, i latini e i germanici, l’occidente e il cattolicesimo, lo Stato e la Chiesa, ecc. In polemiche fatte su riviste, difficilmente si può esprimere un pensiero completo e definitivo su tutti questi punti di così alta importanza. Le mie vedute personali sono già note ai lettori di Antieuropa, attraverso la mia estesa dissertazione: «Roma e l’Occidente. Pensieri sul passato e sull’avvenire della nostra civiltà». (Antieuropa, novembre 1929), e attraverso la mia polemica contro Ernest Glaeser: «Gli Stati Uniti d’Europa contro l’Occidente novello. Chiose critiche ad una intervista delle ‘Nouvelles Littéraires’» {Antieuropa, febbraio 1930), come pure attraverso la ristampa degli articoli di vario genere apparsi nella Augsburger Postzeitung e nella Allg. Rundschau. Devo dunque solo precisare e delimitare, contro eventuali fraintendimenti, idee già espresse.

Alla mia lettera ed anche alle risposte degli Hitleriani era stato dato come titolo: «È il Fascismo tedesco antiromano?». L’attento lettore si sarà detto già che era impossibile che tale titolo provenisse da me. Per me, il partito hitleriano, non è affatto Fascismo; e troppo onore sarebbe conferirgli questo titolo.

Ciò che io volevo sottolineare è proprio il fatto che il partito di Hitler non ha la minima somiglianza con lo spirito del fascismo italiano. Il carattere del pseudo fascismo tedesco è anti-cristiano e anti-occidentale.

A render possibile il chiarimento degli atteggiamenti che qui appaiono in contrasto, vorrei formulare la questione in questi termini: «E il nazionalsocialismo un pericolo per il cristianesimo e per la civiltà occidentale, o no?». In questa formula più generica è già inclusa la questione specifica dell’antiromanità del movimento hitleriano.

Roma vita dell’Occidente

La cultura occidentale che ancor oggi, nonostante tutte le scosse, domina l’Europa, si può considerare continuazione cristiana della cultura antica. Sotto l’influsso del cristianesimo le tribù e le popolazioni germaniche del Nord Europa crebbero dentro questa civiltà. E che i germani, prima, non fossero dei barbari, ma possedessero, come dimostrano indiscutibilmente le indagini fatte negli ultimi decenni e lo sviluppo degli studi di preistoria, una loro propria e profonda cultura, ed una religione semplice, ma pura ed elevata, ciò non vieta che noi (contro Rosenberg) dobbiamo in fondo considerare il Sud romano, l’antico mondo culturale del Mediterraneo, come la parte che ha dato, e il Nord germanico come la parte che ha ricevuto. Però solo dall’intreccio fra sud e nord, dalla unità religiosa e culturale dei popoli latini e germanici dell’Occidente, sorse l’occidens romanus. Epperò deve assolutamente essere riconosciuto il contributo, con preziose creazioni proprie, dei Germani e che la nostra civiltà, sia interiormente, sia esteriormente, non sarebbe diventata, senza i germani, quella che è.

Espressione simbolica di questa unità culturale dell’Occidente, che abbraccia latini e germani, unità che nel Medio-evo esisteva ancora compatta e potente, era Roma: Roma, tanto come centro religioso della Chiesa Cattolica, quanto come patria delle più grandiose tradizioni culturali che il mondo conosca.

È ozioso chiedere se vi sono due idee di Roma: una pagana e una cristiana: ovvero, se non si vuole formulare così la questione, una religiosa e una politica. Dacché esiste un cristianesimo, dacché questo cristianesimo ha in Roma il suo centro, non vi è più alcuna idea di Roma che possa astrarre dal cristianesimo.

La differenza tra una Roma cristiana e una non cristiana è distinctio pure mentalis sine fundamento in re. Se io penso al mio amico Sempronio, lo posso considerare in maniera speciale e cioè il Sempronio che ha ottenuto il battesimo cristiano; posso però considerarlo anche come il cittadino di questa o quella professione; ma egli è, in ogni caso, sempre lo stesso Sempronio. Roma senza il cristianesimo, che ha in essa il suo centro da millenni, non sarebbe Roma. Non esiste più oggi la Roma pagana: sin dalla battaglia di Ponte Milvio Roma è battezzata. Non è possibile concepire l’idea di una Roma puramente politica e solo culturale. Se si volesse definirla, si troverebbe sempre che essa è cristiana. Ci fu una volta la Roma pagana, duemila e più anni fa; oggi questa vive ancora solo come arzigogolo di vecchi filologi solitari e di professori medi (e del resto ve ne debbono essere anche in Germania); la Roma pagana nella sua esclusività formale è morta proprio come Babilonia o Tiahanuaco e Uxmal. Tutte le volte che l’Italia di oggi, richiami le profondità del suo passato, non può concepirsi altrimenti che come popolo cristiano. Il carattere episodico nei decenni prima della guerra, di una Italia framassonica-liberale, ostile alla Chiesa, ne è la migliore testimonianza.

Chi ama le rovine e i monumenti dell’antica Roma, ma spregia la Roma di oggi, non ama la vera Roma. Chi si dichiara «amico delle bellezze della Città Eterna» (cfr. una delle repliche del fascicolo di aprile), senza però sentire il battito pulsante del cuore della capitale dell’Occidente cristiano, rimane, da esteta, alla superficie della realtà. Solo in quanto città cristiana già da 1700 anni, Roma è oggi il centro politico e spirituale del grande popolo civile moderno, d’Italia, popolo cristiano-romano-cattolico, che non può essere altro se non vuole rinnegare tutta la sua storia. Sia detto a Jelusich, a somiglianza del Colle Vaticano, tutti i Colli di Roma sono oggi cristiani. La Roma dell’antichità è una delle maggiori glorie della storia d’Italia, ma non è il centro dell’Italia vitale di oggi; essa si perpetua nella Italia odierna e specialmente nell’odierno Occidente solo in quanto la sua eredità continua a vivere in Roma battezzata e nell’Occidente cristiano.

È bene precisare che in e per questo senso vive ancora la Roma antica, e si distingue dalle altre metropoli di antica civiltà. Roma, anche l’antica Roma, la Roma Capitolina, è per l’Italiano di oggi, una cosa assai diversa da ciò che Babilonia o Ur possono essere per l’abitante dell’attuale Irak. E ciò vale non soltanto per l’Italiano, ma anche per l’Irlandese, Portoghese, Polacco, Tedesco, Inglese, e in genere per ogni Occidentale, e ciò solo per il fatto che Roma è diventata cristiana. Poiché essa, divenuta cristiana, è, come Città di Pietro e dei suoi successori, il simbolo del legame spirituale che si stende al disopra di tutte le disuguaglianze etniche e di razza. E proprio questa Roma servirono Michelangelo, Raffaello, Bernini e tutti quei grandi che la crearono e la crearono come oggi appare al mondo.

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