Il mito dell’eterna battaglia

Il mito dell’eterna battaglia

La dualità rende possibile l’esistenza del mondo. Il contrasto vita-morte, bene-male, luce-buio deve perpetuarsi, rinnovandosi. L’eterna battaglia, che per la magia e la maledizione di Odino e Freyja è combattuta senza possibilità di soluzione dagli eserciti opposti di Högni e di Heðinn, raffigura lo scontro permanente dei due princìpi che reggono il cosmo, mantenuto per divina volontà in perenne equilibrio. Solo il crepuscolo degli dèi segnerà la fine di Questa come di ogni altra opposizione: allora avrà termine anche la maledizione della vita apparente cui questi combattenti paiono condannati senza speranza.

Per rientrare in possesso del suo prezioso monile, Freyja, come sopra si è narrato, aveva dovuto promettere a Odino che avrebbe provocato un’eterna inimicizia tra due potenti sovrani. Qui si narra del modo in cui ella seppe mantenere la parola data.

Walkyrien_by_Emil_DoeplerHögni era un re delle terre del Nord; egli era così potente e famoso che venti sovrani gli pagavano il tributo, il suo nome inoltre era conosciuto in molti luoghi: dal Paese dei Finni lassù nel Nord addirittura fino a Parigi e in tutti i territori compresi fra questi. Re Högni possedeva una nave da guerra veramente magnifica, che un tempo era appartenuta a suo padre: essa era senza dubbio una delle più belle navi che ci fossero in quel tempo nelle terre del Nord.

C’era un altro re che si chiamava Heðinn Hjarrandason: era un uomo di grandi qualità fisiche e dotato di molte abilità. Fin da giovane era stato un vichingo: aveva compiuto scorrerie in Spagna e in Grecia ed era divenuto così potente che a lui erano sottomessi venti sovrani. D’inverno se ne rimaneva nella sua casa nella Terra dei Saraceni.

Si racconta che una volta Heðinn era andato nella foresta con i suoi uomini; là s’era trovato da solo in una radura. Allora vide una donna di grande corporatura e di bell’aspetto che se ne stava seduta su uno scranno: costei lo salutò gentilmente. Il re le domandò il nome: si chiamava Göndul. Poi si misero a conversare: ella volle sapere delle sue imprese ed egli le raccontò ogni cosa; poi le domandò se conoscesse qualche re che gli fosse pari per valore, determinazione, fama e successo. Ella disse di sì, che ce n’era uno di nome Högni che abitava nel Nord, in Danimarca: non meno di venti sovrani lo servivano. «Io so», disse allora Heðinn, «che noi dovremo metterci alla prova e stabilire chi sia il migliore.» Göndul rispose: «È ora che tu torni dai tuoi uomini, probabilmente ti staranno cercando». Così si separarono: egli tornò dai suoi e lei rimase seduta laggiù.

In primavera Heðinn si preparò a partire, equipaggiò una nave da guerra con trecento uomini e fece vela verso le terre del Nord. Viaggiò tutta l’estate e tutto l’inverno e la primavera seguente giunse in Danimarca. Högni si trovava allora nella propria reggia: quando venne a sapere che era giunto un sovrano famoso, lo invitò presso di sé con una festa sontuosa e Heðinn accettò. Mentre stavano seduti a bere, Högni domandò a Heðinn quale ragione lo avesse spinto lassù nel Nord. Heðinn rispose che voleva mettere a confronto con lui coraggio, valore, abilità e ogni altra dote. Högni si disse pronto. Così il giorno dopo di buon’ora si misurarono nel nuoto e nel tiro al bersaglio, poi si cimentarono anche nella corsa a cavallo e nell’abilità con le armi e in ogni altra capacità. Essi erano talmente alla pari in tutte le cose che nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il migliore. Dopo di ciò strinsero un patto di fratellanza di sangue e stabilirono che avrebbero posseduto ogni cosa in comune. Heðinn era giovane e celibe, Högni invece era più anziano: aveva in moglie una donna di nome Hervör e una figlia di nome Hildr.

Si racconta che qualche tempo dopo re Högni partì per una spedizione, Heðinn invece rimase nelle terre: egli doveva prendersi cura del regno. Si dice anche che Heðinn e Hildr fossero profondamente innamorati l’uno dell’altra.

Un giorno in cui il tempo era bello, Heðinn andò in un bosco per passatempo. Di nuovo si allontanò dai suoi e così giunse in una radura; là ritrovò seduta sullo scranno la medesima donna che un tempo aveva incontrato nel suo Paese: ella gli parve allora ancor più bella di prima. La donna gli rivolse la parola per prima con fare gentile. In mano teneva un corno con un coperchio: il re si sentì attratto da lei. La donna allora gli offrì da bere: era caldo ed egli aveva sete, così accettò e bevve. Quando ebbe bevuto, tutto cambiò per lui in modo straordinario, poiché non ricordava più nulla di ciò che era stato. Così si sedette a chiacchierare. La donna domandò se avesse messo alla prova le proprie capacità e il proprio ardimento con quelli di Högni. Egli rispose di sì e il risultato era stato che in ogni cosa essi erano assolutamente alla pari. La donna allora ribatté che non era vero: essi non erano alla pari poiché Högni aveva in moglie una regina di nobili origini, mentre lui non aveva una donna. Heðinn rispose: «Högni mi darà in sposa Hildr sua figlia quando la chiederò e allora non avrò una donna da meno della sua». Ella disse: «Il tuo valore diminuirà se tu chiedi di imparentarti con Högni; meglio sarebbe, se non ti manca – così come pare – né coraggio né valore, rapire Hildr e uccidere la regina mettendola sotto il rostro della nave da guerra in modo che esso la faccia a pezzi quando la nave viene varata». Per la birra bevuta Heðinn era tanto preso da malvagità e oblio che non considerò nessun’altra idea se non questa e neppure si ricordò che Högni era suo fratello di sangue. Così si separarono e Heðinn tornò dai suoi uomini: questo avvenne alla fine dell’estate.

Heðinn ordinò ai suoi di equipaggiare la nave da guerra, poiché – disse – voleva tornare a casa. Poi andò nell’abitazione delle donne e con le proprie mani catturò la regina e Hildr e le trascinò fuori. Gli uomini si impadronirono degli abiti e delle cose preziose di Hildr. Erano gli stessi uomini del regno che nulla osarono fare contro Heðinn e i suoi poiché egli era molto minaccioso. Hildr domandò a Heðinn che intenzioni avesse, e quando egli lo rivelò ella lo supplicò di non farlo; disse che suo padre l’avrebbe concessa in sposa se lui lo avesse chiesto. Ma Heðinn era irremovibile. Hildr ancora lo pregò che risparmiasse sua madre e non la uccidesse. Disse che Högni avrebbe potuto perdonarlo del rapimento della figlia, non certo dell’assassinio della moglie, poiché quella era un’azione crudele e disumana. Ella riferì anche di aver avuto dei sogni che le prefiguravano combattimenti, morti e sciagure ancora peggiori. Per lei sarebbe stato un grande dolore veder suo padre patire offese e tribolazioni, ma di certo non le avrebbe procurato gioia neppure vedere Heðinn nell’odio e nelle difficoltà. Heðinn disse che non gliene importava delle conseguenze e che avrebbe fatto come deciso. «Non puoi farlo», rispose Hildr, «perché non lo fai di tua volontà.» Heðinn però andò alla spiaggia, la nave da guerra fu varata, la regina fu messa sotto il rostro e così morì. Heðinn salì sulla nave: quando tutto fu pronto insistette per scendere a terra da solo e tornò in quella stessa foresta dove era andato prima. Quando giunse nella radura vide Göndul seduta sullo scranno: essi chiacchierarono con familiarità. Heðinn le riferì delle sue imprese e lei approvò. Ella aveva il medesimo corno della volta precedente e lo invitò a bere. Egli lo prese fra le mani e bevve. Quando ebbe bevuto, calò su di lui il sonno ed egli si appoggiò alle ginocchia di lei. Quando fu addormentato, ella scivolò via da sotto il suo capo e disse così: «Ora io ti segno con gli incantesimi e le condizioni che Odino ha pronunciato per te e Högni insieme, e per tutti i vostri uomini». Poi Heðinn si svegliò; Göndul era scomparsa e gli fu manifesta una grande sciagura: ora ricordava tutto e gli parve grande il male commesso. Allora pensò di andare lontano per non dover udire ogni giorno il biasimo delle sue azioni scellerate; tornò dunque alla nave, svelto sciolse gli ormeggi e, grazie al vento favorevole che spirava da terra, veleggiò via con Hildr.

Högni intanto era tornato a casa: così venne a sapere che Heðinn era fuggito con la nave da guerra che era appartenuta a suo padre portando Hildr con sé, e anche che la regina giaceva morta. Högni s’infuriò e ordinò agli uomini di prepararsi immediatamente a inseguire Heðinn. Così essi fecero ed ebbero il vento più favorevole. Lo inseguirono in Norvegia e poi nelle isole britanniche, tuttavia sempre arrivavano la sera nei porti dai quali Heðinn era partito la mattina. Un giorno però, mentre Högni si dirigeva all’approdo, scorse sul mare le vele di Heðinn: subito gli tenne dietro. Occorre dire in verità che mentre Heðinn aveva un forte vento contrario, Högni fruiva sempre del medesimo vento favorevole. Infine Heðinn giunse nell’isola che ha nome Hoy, nelle Orcadi, e là si diresse all’ancoraggio. Rapidamente Högni lo raggiunse. Hildr andò incontro a suo padre e gli offrì un collare prezioso da parte di Heðinn in segno di riconciliazione. Tuttavia disse che Heðinn era anche pronto a battersi, nel quel caso Högni non avrebbe dovuto attendersi da lui alcuna clemenza. Högni rispose a sua figlia severamente e quando ella tornò da Heðinn riferì che il padre rifiutava la riconciliazione e lo invitò a prepararsi alla battaglia. Così entrambi andarono sull’isola e raccolsero le truppe. Poi Heðinn chiamò Högni, suo suocero, gli offrì molto oro come compensazione e gli parlò così: «Devo dirti, fratello, che mi è capitata una tale sciagura cui nessuno tranne te potrà porre rimedio: io ho catturato tua figlia e la tua nave da guerra e ho provocato la morte della regina, ma ciò tuttavia non per mia personale cattiveria, bensì piuttosto a causa di profezie maledette e malvagie magie; ora io voglio che tu solo giudichi e decida fra di noi: e questo io voglio proporti, che rinuncio a Hildr e alla nave da guerra, agli uomini e alle ricchezze e che me ne andrò tanto lontano per il mondo che mai tornerò nelle terre del Nord, né mai dovrai rivedermi finché io viva». Högni rispose: «Io ti avrei dato in sposa Hildr, se tu me l’avessi chiesta; ciononostante, ora che tu l’hai rapita, avrei comunque potuto riconciliarmi; ma tu agendo scelleratamente con la regina e uccidendola hai compiuto un’azione tanto indegna che non ti puoi aspettare che io voglia riconciliarmi. Perciò subito dobbiamo vedere chi dei due sappia colpire con più potenza. È tardi per parlare di riappacificazione. Ormai ho tratto la spada Dáinsleif che fu forgiata dai nani. Essa provoca la morte di un uomo ogni volta che viene sguainata, inoltre non fallisce mai il colpo e le ferite che infligge non guariscono». Heðinn rispose: «Tu puoi vantarti della spada, non della vittoria. Per me è buona ogni spada che serva il suo padrone. Ora non c’è altro da fare – dal momento che vuoi solo combattere – se non che ci mettiamo alla prova tra noi due, poiché tu non hai cause contro nessuno se non con me, e non è sufficiente che persone non adatte paghino per la mia malvagità e le mie male azioni». Gli uomini dei due sovrani però giurarono di essere tutti per uno, e che tutti sarebbero caduti, l’uno ai piedi dell’altro, piuttosto che rinunciare a seguire i re nella battaglia.

Quando Heðinn comprese che Högni non voleva altro che battersi, ordinò ai suoi di prepararsi: ora non voleva più indugiare né sottrarsi al combattimento. Ormai a ciascuno doveva bastare il proprio coraggio. Così si disposero sul terreno e cominciarono a combattere. Högni era furioso; Heðinn, abile con le armi, distribuiva colpi possenti. In quel modo ebbe inizio la battaglia dei Hjaðningar. Hildr stava seduta in un boschetto e osservava questo gioco al massacro. Essi combatterono tutto il giorno e alla sera tornarono alle navi. Nella notte Hildr andò sul campo di battaglia e con la magia resuscitò tutti i morti. Così il giorno dopo i re tornarono a combattere e con loro combattevano anche quelli che erano morti il giorno prima. In tal modo la battaglia proseguì un giorno dopo l’altro, così che tutti i caduti, le armi sul campo di battaglia e anche gli scudi diventarono di pietra. All’alba tuttavia i morti si rialzavano per combattere e le loro armi tornavano nuove. È detto che i Hjaðningar aspetteranno così il crepuscolo degli dèi.

Fonti principali: Skáldskaparmál di Snorri Sturluson cap. 62 [9]; Gesta Danorum di Saxo Grammaticus v, vii, 8-13 e v, viii-ix.

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