Capitolo 2 del libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù”

Continua la traduzione da parte di Pasquale Piraino del libro di Kubizek, Adolf Hitler, il mio amico di gioventù. Qui il capitolo primo.

Capitolo 2

Da quel momento in poi lo vidi a tutte le rappresentazioni dell’Opera e spesso ci incontrammo anche fuori dal teatro, gradendo insieme delle passeggiate lungo la Landstrasse. Nonostante Linz, nell’ultimo decennio, fosse diventata una moderna città industriale ed avesse attratto gente proveniente da tutte le zone della regione del Danubio, era ancora una città di campagna. La periferia mostrava ancora la sue semplici fattorie, simili a fortini, ma nei campi intorno, dove un tempo pascolavano i bovini, adesso sorgevano delle case popolari. Nelle piccole taverne la gente sedeva bevendo il vino locale ed ovunque avreste potuto sentire il dialetto del paese. Nella città c’era solo il traffico delle carrozze trainate da cavallo e queste mostravano bene come Linz fosse rimasta “nella campagna”. I cittadini, nonostante la loro maggior parte fosse di origine contadina e legata alla gente di campagna, si allontanavano da quest’ultimi con maggiore forza di quanto essi li seguissero. Quasi tutte le famiglie influenti della città si conoscevano tra loro; il mondo degli affari, quello dei funzionari governativi e la sfera dei militari determinano lo sviluppo di una società. Chiunque fosse anche solo vagamente un personaggio di spicco passeggiava lungo la strada principale della città, che collegava la stazione con il ponte sopra il Danubio, chiamata “Landstrasse”. Nonostante Linz non avesse nessuna università i giovani di ogni estrazione sociale erano sempre desiderosi di imitare le abitudini degli universitari. La vita sociale lungo la Landstrasse poteva competere con quella della Ringstrasse di Vienna, o perlomeno così era pensato dai cittadini di Linz.

Linz nel 1910

Linz nel 1910

La pazienza non sembrava essere una delle migliori caratteristiche di Adolf: ogni volta che io ero in ritardo all’appuntamento egli veniva a prendermi alla bottega e non gli importava nulla se io stavo riparando un vecchio e polveroso sofà od una vetusta poltrona o qualsiasi altra cosa. Il mio lavoro non era per lui nient’altro che un noioso ostacolo frapposto alla nostra amicizia. Mostrava la sua impazienza facendo volteggiare il corto bastone da passeggio nero che portava sempre con sé. Mi sorprese che egli avesse tanto tempo libero, così gli chiesi innocentemente se avesse un lavoro. “Certo che no” rispose egli con tono burbero. Questa risposta, che mi sembrò piuttosto insolita, dopo un po’ mi divenne chiara. Egli infatti non considerava che nessun lavoro particolare, specialmente un lavoro “da pane e burro” [un lavoro utile solo per il proprio sostentamento, N.d.T. ], fosse per lui necessario. Non avevo mai sentito una frase del genere da nessuna parte, che contraddiceva l’unico principio che aveva guidato per tanto a lungo la mia vita. All’inizio non vidi altro nei suoi discorsi che le fantasticherie di un giovane, nonostante la sua sicurezza ed il suo modo serio e sicuro di parlare. In ogni caso, nonostante la mia sorpresa nell’ascoltare le sue idee, mi trattenni dal contestarle, almeno per il momento, visto il suo essere poco incline a sopportare opinioni tanto contrarie alle sue: questo l’avevo già scoperto. Così era più sensato discutere insieme del Lohengrin, l’opera che tanto ci aveva incantato, che di altre cose, specie dei nostri affari personali.

Pensai che fosse figlio di genitori ricchi o magari avesse appena ereditato una fortuna tale da permettergli di vivere senza un “lavoro da pane e burro” , espressione che dalla sua bocca suonava ricca di disprezzo. In ogni caso io non credevo che egli fosse uno scansafatiche, poiché in lui non c’era neanche un granello di superficialità o di inedia. Quando passavamo dal cafè Baumgartner egli sarebbe stato capace di rimproverare selvaggiamente i ragazzi che sedevano molli nei tavoli dietro la vetrina, spendendo il loro tempo in chiacchiere, senza accorgersi che questa sua indignazione contraddiceva il suo modo di vivere: forse al contrario di lui alcuni dei ragazzi seduti dietro la vetrina possedevano già un lavoro ed un reddito sicuro.

Forse questo Adolf era uno studente? Questa fu la mia prima impressione. Il bastone in ebano nero, sormontato da un elegante pomolo in avorio, era l’accessorio tipico di ogni studente. D’altra parte però mi sembrò strano che egli avesse scelto come amico un umile tappezziere perennemente spaventato che le persone sentissero l’odore della colla con la quale lavorava durante il giorno. Inoltre se Adolf fosse stato uno studente avrebbe dovuto frequentare una qualche scuola: così spostai repentinamente la conversazione verso temi scolastici.

“Scuola?” Questa fu la prima volta che mi resi conto del suo temperamento  e del vigore col quale poteva erompere. Non voleva sentire parlare di questo argomento. Disse che la scuola non costituiva più per lui una preoccupazione; odiava gli insegnati al punto di togliere loro il saluto e detestava anche i suoi compagni di classe i quali, lui disse, erano stati trasformati in fannulloni dalla scuola stessa. No, non mi era permesso di parlare della scuola. Decisi di raccontargli i piccoli traguardi che ero riuscito a superare durante i miei studi. Egli mi rispose: “Piccoli successi? Perché non grandi?” Nonostante tutto il disprezzo che egli aveva manifestato per la scuola, non era contento del fatto che io non fossi riuscito ad impegnarmi seriamente. Mi sentii confuso da questa contraddizione. In ultima analisi comunque tutto quello che sono riuscito a capire dalla nostra conversazione era che egli sino a poco tempo fa frequentava la scuola, probabilmente studi grammaticali o di indirizzo tecnico, e che la sua esperienza quasi sicuramente finì disastrosamente. Questo forte rigetto per la scuola sarebbe altrimenti stato incomprensibile. Per il resto egli non fu mai totalmente chiaro con me, parlando sempre tramite frasi poco chiare e spesso contraddittorie. A volte questo mi sembrava addirittura sospetto.

 Un giorno mentre passeggiavamo egli si fermò di colpo, estrasse un piccolo quaderno nero dalla sua tasca (che ricordo ancora oggi tanto chiaramente da poterlo descrivere minuziosamente) e mi lesse una poesia da lui scritta. Non ricordo più questo testo, per essere precisi non lo so più distinguere dagli altri che Adolf mi lesse in quei giorni, ma ricordo bene quanto venni impressionato dal fatto che il mio amico scrivesse poesie e che portasse in giro i suoi scritti così come io trasportavo i miei strumenti da lavoro. Quando Adolf più tardi mi mostrò i suoi disegni e gli schizzi che aveva eseguito (a volte confusi, a volte al di là della mia comprensione) mi disse al contempo che aveva altri lavori meglio eseguiti nella sua stanza e che era ben determinato a consacrare tutta la sua vita all’arte: solo allora mi resi conto di che genere di persona fosse realmente il mio amico. Egli apparteneva a quella particolare specie di persone sulla quale io stesso avevo sognato nei miei momenti più spensierati: un artista, che disprezza il mero lavoro “da pane e burro” e dedica tutta la sua vita alla poesia, al disegno ed alla pittura, al teatro. Questo mi colpì enormemente. Rimasi elettrizzato dalla grandezza che scorsi in quel ragazzo. Le miei idee sulla figura dell’artista erano ancora vaghe (probabilmente quanto quelle di Adolf), ma in lui apparivano molto più affascinanti.

Adolf parlava molto raramente della sua famiglia. Sovente diceva che era meglio non mischiarsi troppo con gli adulti, visto che le loro idee rappresentavano spesso una deviazione dai propri piani. Per esempio egli mi raccontò del suo tutore, un contadino di Leonding chiamato Mayrhofer, il quale avrebbe voluto inculcare nella sua testa che lui, Adolf, avrebbe dovuto imparare un mestiere e che pure il suo fratellastro era della sua stessa opinione.

Potrei solo pensare che le relazioni tra Adolf e la sua famiglia fossero piuttosto particolari. Credo che tra tutti gli adulti egli riconoscesse come valida solo una persona, sua madre. Eppure non aveva ancora che sedici anni, era più giovane di me di nove mesi.

Ad ogni modo, queste sue idee molto contrastanti con le abitudini borghesi non mi spaventarono per niente. Al contrario! Fu proprio questo, il suo essere fuori dal comune, che mi attirò a lui ancora di più. Impegnare la sua vita all’arte era secondo me la più grande decisione che un ragazzo potesse prendere. In segreto anch’io giocai con l’idea di abbandonare la polverosa e rumorosa bottega da tappezziere per i luminosi campi dell’arte, per donare la mia vita alla musica. Per i giovani è spesso insignificante l’ambiente nel quale fiorisce un’amicizia, ma a me sembrò quasi un presagio che la nostra fosse nata in un teatro, nel mezzo dei luccicanti palcoscenici e delle potenti sinfonie della grande musica. In un certo senso tutta la nostra amicizia era permeata da questa felice atmosfera. Inoltre le mie idee non erano tanto distanti da quelle di Adolf: la scuola era ormai alle mie spalle e non poteva più offrirmi altro. Nonostante il mio amore e la mia devozione per i miei genitori, gli adulti non erano per me gran cosa. E, soprattutto, nonostante i numerosi problemi che mi attanagliavano, non c’era nessuno col quale potermi confidare.

All’inizio comunque la nostra amicizia aveva difficoltà a crescere, a causa dei nostri caratteri profondamente differenti. Mentre io ero un giovane calmo, a volte sognatore, molto emotivo ed adattabile, nel senso di essere spesso disposto a cedere verso gli altri, un per così dire “carattere musicale” , Adolf era estremamente veemente e volitivo. Cose molto banali, come ad esempio alcune parole dette con leggerezza, potevano causare in lui delle reazioni che io reputavo sproporzionate rispetto a ciò di cui si parlava. Ma probabilmente non riuscivo a capire bene Adolf. Credo che la differenza tra noi fosse che lui prendeva molto sul serio cose che per me erano poco importanti. Sì, questa era una sua caratteristica peculiare: ogni cosa risvegliava il suo interesse e nessuna lo lasciava indifferente.

Ma a dispetto di tutte le difficoltà nascenti a causa dei nostri differenti temperamenti, la nostra amicizia non fu mai messa in seria discussione. Né noi diventammo freddi ed apatici l’uno nei confronti dell’altro come gli altri giovani. Al contrario! Nelle faccende giornaliere ponevano la massima attenzione nel non dire nulla che potesse urtare l’altro. Può sembrare strano, ma nonostante lui alle volte volesse imporre ostinatamente il suo punto di vista, in altre tematiche era tanto cortese nel non volermi infastidire al punto di farmi sentire in colpa. Così col passare del tempo ci abituammo sempre di più l’uno al carattere dell’altro.

Presto però capii che la nostra amicizia riusciva a non spezzarsi grazie al fatto che io ero un attento ascoltatore, ma non ero felice di questo ruolo passivo, perché questo mi portò a capire quanto il mio amico avesse bisogno di me: anche lui era completamente solo. Suo padre era morto due anni prima del nostro incontro e per quanto egli amasse profondamente sua madre, ella non poteva essergli d’aiuto nel risolvere i suoi problemi. Ricordo che egli mi impegnava in lunghi discorsi trattanti argomenti verso i qual io non ero minimamente interessato, come la gloriosa riscossa del ponte del Danubio od il suo interesse verso una colletta da raccogliere per le strade utile ad organizzare una lotteria di beneficenza. In queste situazioni capii che egli aveva bisogno di parlare con qualcuno che lo sapesse ascoltare. Rimasi spesso colpito dal fatto che egli a volte mi impegnava in lunghi discorsi retorici, accompagnati da gesti vivaci, senza la minima preoccupazione che l’unico ad ascoltarlo fossi solo io. Ma un ragazzo che come il mio amico era interessato ad ogni cosa avesse visto o vissuto necessitava di qualcuno col quale sfogare le forti emozioni che in lui sorgevano. Egli sentiva quasi una tensione interiore nel trattenere le sue riflessioni ed i suoi discorsi, condotti di solito all’aperto, erompevano fuori come se fosse un vulcano ad eruttarli. Io provavo in questi frangenti un rapimento simile solo a quello che sentivo in teatro, quando un attore esprimeva una qualche violenta emozione ed io all’inizio, di fronte a queste recite, rimanevo immobile e basito, quasi dimenticavo di applaudire. Ma presto capii che lui non stava recitando. No, quella non era una recita, non una finta esagerazione, ma manifestava quello che veramente provava, non fingeva per niente. Sempre di più rimasi stupito da come egli si esprimesse in maniera fluente, con quanta forza egli cercasse di rappresentare i suoi sentimenti, quanto facilmente le parole uscissero dalla sua bocca quando egli si faceva trascinare dalle sue stesse emozioni. Ciò che mi colpiva non era tanto quello che egli diceva, ma come lo diceva. Era per me qualcosa di nuovo e di magnifico, io non pensavo che un uomo potesse essere capace di utilizzare le parole per creare simili emozioni. Comunque tutto quello che egli ricercava era la mia approvazione. Mi resi presto conto di questo e per me non fu mai difficile dimostrargli il mio accordo, visto che non avevo mai pensato a nessuna delle problematiche delle quali egli mi parlava.

Tuttavia sarebbe profondamente sbagliato credere che la nostra amicizia si limitasse solo ad una sorta di relazione unilaterale. Questa sarebbe stata troppo semplice per Adolf e troppo insignificante per me. La verità invece era che uno era il complementare dell’altro; in lui tutto lo portava a prendere una posizione e ad avere una forte reazione: le sue esplosione emotive non erano nient’altro che la prova del suo bruciante interesse verso ogni cosa; io invece possedevo una natura più contemplativa, la quale mi permetteva di ascoltare senza riserve tutte le sue osservazioni riguardanti ciò che lo aveva colpito e cedevo sempre a queste, tranne nelle questioni musicali.

Certamente devo però ammettere che le arringhe di Adolf erano piuttosto lunghe e ascoltarlo consumava quasi tutto il mio tempo libero. A causa del fatto che non ci incontravamo ad intervalli regolari dovevo sempre essere a sua disposizione. Lui pretendeva tanto da me, ma allo stesso modo di quanto pretendeva era sempre pronto ad aiutarmi in tutti i modi: questo non mi lasciava alternative. La mia amicizia con lui non mi lasciava altro tempo per potere coltivare rapporti con altre persone, ma io non ne sentivo il bisogno, visto che Adolf da solo valeva quanto una dozzina di amici. Solo una cosa avrebbe potuto separarci: l’innamorarsi della stessa ragazza, questo sarebbe stato pericoloso. Sarebbe potuto succedere quando avevo diciassette anni, ma proprio in quel frangente il destino dimostrò di avere altri piani in serbo per noi. Questi (che descriverò dettagliatamente in un prossimo capitolo) fecero in modo che la nostra amicizia, invece di essere danneggiata dall’amore per una ragazza, ne venne rafforzata.

Sapevo però che anche lui non aveva altri amici e che io ero l’unico. Ricordo riguardo a questo un dettaglio piuttosto particolare, accaduto durante una nostra passeggiata lungo la Landstrasse. Un ragazzo della nostra età venne fuori da dietro l’angolo, un paffuto e giovane gentiluomo dallo stile dandy. Riconobbe Adolf come un suo vecchio compagno di classe, si fermò e con un gran sorriso sul volto lo salutò esclamando: “Ciao Hitler!” Lo prese per un braccio in modo confidenziale e gli chiese come andassero le cose per lui. Mi aspettavo che Adolf rispondesse con le solite maniere cortesi e gentili che contraddistinguevano il suo corretto comportamento: il mio amico invece divenne rosso dall’ira. Ormai lo conoscevo abbastanza da sapere che questo cambiamento d’umore non prometteva nulla di buono. Gli rispose con forza: “Cosa diavolo ho da fare con te?” e lo allontanò in modo brusco. Poi prese il mio braccio invitandomi a proseguire lungo la nostra strada, senza preoccuparsi del giovane dalla faccia arrossata e sconcertata che ancora ricordo bene. “Uno dei futuri impiegati” disse Adolf ancora livido di rabbia, “A scuola sono dovuto stare insieme a gente di questa risma” . Ci volle molto tempo prima che si calmasse.

Un’altra esperienza mi torna alla mente. Quando il mio amato maestro di violino, Heinrich Dessauer, morì Adolf venne con me al funerale e rimasi piuttosto sorpreso dal fatto che egli non avesse la minima idea su chi fosse il professor Dessauer. Quando gli comunicai la mia sorpresa egli mi rispose: “Non capisco la tua meraviglia, sai bene che non mi mescolo insieme alle altre persone” .

In verità la lista delle cose, anche le più comuni, che lo irritavano sembrava non avere fine. Una cosa in particolare però lo faceva dare in escandescenze, quando gli veniva suggerito di cercare un impiego pubblico. Quando sentiva la parola “impiegato” , anche senza alcuna allusione alla sua persona, egli si adirava non poco. Solo molto tempo dopo io scoprì che queste reazioni spropositate erano collegate a dei lunghi litigi che egli aveva avuto con suo padre prima che questi morisse, il quale aveva espresso che il suo più grande desiderio era quello di rendere suo figlio un impiegato statale. Potremmo quindi definire le sue sfuriate come delle “difese postume”.

Fu una componente fondamentale della nostra amicizia il fatto che io avessi la stessa opinione degli impiegati statali, se non ancora peggiore della sua. Adesso che conoscevo il suo violento rifiuto verso la carriera da impiegato riuscivo a capire ed apprezzare il motivo che lo aveva spinto a scegliere l’amicizia di un umile tappezziere piuttosto a quella di un bamboccione viziato, che aveva fatto carriera grazie alle sue conoscenze sociali, le quali avevano già tracciato tutto il percorso della sua vita. Hitler era tutto l’opposto: in lui non c’era nulla di certo o di pianificato. C’è stato anche un altro fattore che ha fatto in modo che io apparissi agli occhi di Adolf come un buon amico: come lui io credevo che l’arte fosse la cosa più grande che potesse impegnare la vita di un uomo. Certo, a quei tempi, giovani come eravamo, non eravamo in grado di esprimere questo sentimento a parole, ma la nostra condotta di vita confermava questo principio. Io per esempio lavoravo come tappezziere solo per procurarmi il denaro che mi permetteva di vivere, ma ciò che più amavo era la musica, che sin da piccolo apprezzavo e ricercavo. Per il mio amico l’arte era ancora più importante: il suo modo intenso di sentire il mondo attorno a lui, scrutare i paesaggi e respingere ciò che lo urtava, la sua formidabile compostezza e la sua mente estremamente attiva necessitavano di un contraltare e solo l’arte poteva fornirglielo.

Così io soddisfavo tutte le caratteristiche che egli ricercava in un amico: non avevo nulla in comune col suo vecchio compagno di classe, non apprezzavo la carriera da impiegato e vivevo interamente per l’arte. Inoltre possedevo una vasta conoscenza in campo musicale. L’assonanza dei nostri interessi ci strinse ancora di più di quanto non ci potesse allontanare la forte differenza dei nostri caratteri.

Lascio agli altri di giudicare se le persone, come Adolf, trovano la loro strada con la certezza di un sonnambulo, scegliendo casualmente il compagno di cui hanno bisogno per quella parte del loro cammino, oppure se il Destino li guida dall’alto. Tutto quello che posso dire è che dal nostro primo incontro al teatro sino alla sua partenza dalla misera Vienna io fui l’amico di Adolf Hitler.

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