Il mulino dell’abbondanza

Il mulino dell’abbondanza

Il re (dio) della fecondità possiede il magico mulino da cui vengono macinati bene, abbondanza e ricchezza. Ma l’avidità corrompe l’età dell’oro e dalla pace si passa alla guerra, dalla prosperità alla distruzione. Il mulino macina dapprima benessere, poi guerra, poi sale: ecco il progressivo scadimento delle ere. Solo una distruzione totale potrà portare a un totale rinnovamento.

Fenja och Menja vid kvarnen Grotte

Fenja och Menja vid kvarnen Grotte

Si racconta che fra i tanti figli di Odino ve n’era uno di nome Skjöldr, il quale aveva dimora in Danimarca. Da lui è discesa la stirpe degli Skjöldungar, sovrani di quel Paese. Skjöldr ebbe un figlio di nome Friðleifr e costui a sua volta fu padre di Fróði. Di questo Fróði è detto che visse al tempo dell’imperatore Augusto, quando in tutto il mondo regnava la pace e fu generato il Cristo. Fróði era un re potente e per questo nei Paesi nordici questo stato di pace fu attribuito a lui.

Al tempo di Fróði, dunque, nelle terre da lui governate non c’erano né furti né assassinii e nessuno faceva del male a un altro anche se si trovasse dinanzi l’uccisore del padre o del fratello. Si dice inoltre che un anello d’oro rimase a lungo esposto nella landa di Jelling.

A quel tempo c’era in Danimarca un mulino provvisto di due macine tanto grandi che nessuno era capace di smuoverle. Il mulino si chiamava Grotti e re Fróði lo aveva avuto da un uomo di nome Hengikjöptr. Questo mulino possedeva la virtù di macinare qualsiasi cosa gli fosse ordinata. Una volta in cui Fróði era stato ospite in Svezia, aveva comperato due schiave: erano grosse e robuste e si chiamavano Fenja e Menja. Fróði fece condurre le schiave al mulino e ordinò loro di macinare oro, pace e prosperità. Esse avevano l’incarico di macinare di continuo, senza pausa, senza tregua, senza riposo. E mentre macinavano le schiave canticchiavano piano, proprio come cigola il mulino: «Togliamo il sostegno, alziamo la mola!». Il re ordinò che macinassero ancora. Esse dunque continuarono a cantare e a girare la mola, sicché la maggior parte delle schiave di Fróði si addormentò. Allora Menja disse: «Oro maciniamo per Fróði, fortuna maciniamogli e ricchezza al mulino della gioia! Sieda nell’abbondanza, dorma sulle piume, si svegli con piacere! Così è ben macinato. Qui nessuno recherà danno e ad altri farà del male, non ucciderà né colpirà con la spada affilata, anche se veda in catene l’uccisore del fratello!» Fróði però disse soltanto queste parole:

«Non dormite più a lungo del tempo in cui il cuculo tace, del tempo che mi occorre per dire una breve canzone!».

Menja allora riprese con forza a girare la mola e rispose così: «Saggio non fosti, Fróði, né cortese, quando comprasti le schiave! Guardasti all’aspetto e alla robustezza, ma non domandasti della stirpe. Forte era Hrungnir e così suo padre, ma più forte ancora era Þjazi: Iði e Aurnir sono i nostri parenti, noi siamo nate dai fratelli dei giganti delle montagne. Grotti non sarebbe venuto da grigio monte, né la dura pietra dalla terra: non macineremmo così se non fossimo della stirpe dei giganti, se non ci fosse ben noto il mulino. Nove inverni insieme fummo compagne di giochi, robuste e cresciute, nelle viscere della terra, noi fanciulle facevamo lavori gravosi, da sole spostavamo montagne. Rotolammo il masso attraverso la terra dei giganti, il suolo tremava davanti a noi, così scaraventammo la pietra rotante, la roccia che gli uomini presero».

E ancora Menja, sempre girando la mola, cantò della sua vita passata, di lei e di Fenja, donne guerriere forti e combattive cui ora toccava il gravoso compito delle schiave. Infine disse: «Ora siamo giunte alla casa del re, senza riguardi tenute come schiave; il fango ci divora le piante dei piedi, il freddo ci prende e giriamo la mola: duro è stare con Fróði! Le mani devono riposare, la mola fermarsi, io per mia parte ho macinato abbastanza».

Allora parlò Fenja e disse così: «Le mie mani non avranno riposo prima che per Fróði tutto sia macinato! Le mani afferrano dure stanghe, armi bagnate di sangue: destati, Fróði, se vuoi udire i nostri canti del tempo che fu!». Ed ella ancora, sempre girando la mola, cantò per Fróði una profezia di rovina: presto il fuoco avrebbe divorato la reggia, presto un esercito sarebbe venuto recando distruzione per il re. Poi invitò Menja a macinare con tutta la forza. E tanta infatti fu la loro forza che i pilastri del mulino furono spezzati, sebbene rinforzati col ferro. Esse tuttavia continuarono a macinare. E prima di terminare il loro canto, Fenja e Menja macinarono contro Fróði un esercito, sicché nella notte venne un re del mare di nome Mysingr e uccise il re conquistando un grande bottino. Così ebbe fine la pace di Fróði.

Poi Mysingr prese con sé Fenja e Menja e anche il mulino e se li portò sulla nave. Ordinò che macinassero sale. A mezzanotte Fenja e Menja domandarono se Mysingr non avesse sale a sufficienza. Egli disse di macinare ancora. Esse dunque ripresero a girare la mola, sicché la nave sovraccarica sprofondò, l’acqua entrò nel foro della macina e si creò un vortice. Così il mare divenne salato.

Fonti: Grottasöngr di Snorri Sturloson.

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