Capitolo 3 del libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù”

Continua la traduzione da parte di Pasquale Piraino del libro di Kubizek, Adolf Hitler, il mio amico di gioventù. Qui il capitolo secondo.

Capitolo 3

Adolf era un ragazzo esile, di media statura, ma più alto di sua madre. Il suo fisico era tutt’altro che robusto e sin troppo magro per la sua altezza: non sembrava per niente dotato di una forte muscolatura. Era piuttosto cagionevole di salute e lui per primo spesso se ne lamentava. Doveva prendersi cura del suo organismo in maniera particolare durante gli inverni umidi e nebbiosi tipici di Linz: spesso in questo periodo si ammalava e quasi sempre soffriva di tosse. Per dirla in breve aveva dei polmoni piuttosto deboli.

Il suo naso era dritto e ben proporzionato, per nulla grosso. Possedeva una fronte alta e spaziosa: non mi è mai piaciuto il fatto che egli la coprisse con un ciuffo di capelli spiovente. Mi sembra ridicolo continuare con la classica descrizione di fronte, naso e bocca, perché il suo tratto peculiare, tanto eccezionale da distogliere l’attenzione da tutto il resto, erano i suoi occhi. Non ho mai incontrato nella mia vita nessun altra persona il cui aspetto fosse (per così dire) tanto dominato dai suoi occhi; erano chiari come quelli di suo madre, ma in qualche modo anche brillanti: egli possedeva uno sguardo penetrante dotato di marcata forza ed espressività. Era straordinario come questi occhi potessero rapidamente cambiare espressione, specie quando Adolf parlava. La sua potente voce, della quale prima ho scritto, era per me poca cosa se paragonata alla forza del suo sguardo. In realtà credo che Adolf riuscisse a parlare con i suoi occhi ed anche quando le sue labbra erano chiuse tramite questi si poteva capire cosa egli stesse pensando. Quando lo invitai per la prima volta a casa mia e lo presentai a mia madre, la sera essa mi disse: “Che occhi possiede il tuo amico!” . Ricordo però che in quelle parole, misto all’ammirazione, c’era anche un po’ di stupore. Se qualcuno mi chiedesse dove, quando egli era un ragazzo, si potevano percepire le eccezionali qualità dell’uomo che sarebbe diventato io avrei risposto: “Negli occhi” .

Naturalmente anche la sua straordinaria capacità dialettica era sorprendente, ma ero ancora troppo giovane per potere pensare che essa avrebbe potuto possedere un qualche significato speciale nel suo futuro. Io credevo che Hitler sarebbe diventato un grande artista, probabilmente un poeta o forse un mirabile pittore, solo tempo dopo a Vienna egli mi dimostrò come il suo reale talento fosse nel campo dell’architettura. Ma per queste ambizioni nel campo artistico la sua dialettica non aveva alcuna utilità e forse poteva addirittura essere un ostacolo. In ogni caso mi piaceva molto ascoltarlo: il suo modo di esprimersi era davvero raffinato. Detestava i dialetti, specialmente quello viennese: la sua morbida cantilenanza lo ripugnava. Devo però scrivere che Hitler non parlava propriamente l’austriaco, dato che nella sua dizione e specialmente nel ritmo dei suoi discorsi c’era un qualcosa che ricordava il bavarese. Forse questo è dovuto al fatto che egli aveva vissuto dai tre sino ai senni anni, quindi durante il periodo di massimo sviluppo del linguaggio, a Passau, dove suo padre lavorava come ufficiale di dogana.

Monastero di san Florian

Monastero di san Florian

Non c’è dubbio che il mio amico Adolf abbia manifestato un talento innato nell’oratoria sin dalla prima giovinezza e lui ne era cosciente. Amava parlare, tanto da farlo senza fermarsi. A volte saliva tanto in alto nella sue fantasie da farmi sospettare che tutto il suo discorso non fosse altro che un esercizio di dialettica, ma subito ridiscendeva nel reale, così da farmi pensare tutto il contrario di prima. Talora prendevo come vangelo ogni sua singola parola e credo che Adolf a volte provasse di proposito le sue capacità su di me o sugli altri. E’ un ricordo per me indelebile quando egli, ancora neanche diciottenne, convinse mio padre che avrebbe dovuto sollevarmi dall’incarico in bottega e permettermi di recarmi a Vienna per frequentare il Conservatorio. Considerando la natura rude e poco aperta di mio padre, questo fu un risultato notevole. Dal momento che ebbi prova del suo eccezionale talento (per me tanto importante) mi resi conto che non c’era nulla che Hitler non potesse ottenere mediante un convincente discorso. Era sua abitudine enfatizzare le proprie parole con gesti studiati e particolari: adesso come allora, quando egli parlava di una delle sue tematiche preferite, come il ponte sopra il Danubio, la ricostruzione del museo o perfino di una ferrovia sotterranea che egli aveva progettato per Linz, l’avrei voluto interrompere per chiedergli come egli credeva di potere realizzare questi progetti, quando noi non eravamo altro che due poveri diavoli; probabilmente egli mi avrebbe indirizzato un penetrante sguardo ostile, come se avesse del tutto frainteso la mia domanda. Non ottenevo mai una risposta ai miei dubbi ed il più delle volte egli mi zittiva con un gesto della sua mano. In seguito mi abituai a questo, considerando i suoi progetti come una sciocca fantasia di un giovane di sedici anni che elabora fantasiosi piani progettandone sino all’ultimo particolare. Se avessi ascoltato le sole parole tutto sarebbe sembrato effettivamente così ovvero una fantasia od una follia: eppure bastava che incrociassi il suo sguardo per capire che egli era terribilmente serio e convinto di ogni sua singola frase.

Adolf teneva tantissimo ad un buon comportamento ed alle corrette maniere. Seguiva le regole dell’etica sociale con certosina puntigliosità, nonostante egli credesse che l’attuale sistema sociale fosse ben poca cosa. Spesso sottolineava la rilevante posizione di suo padre, che in quanto ufficiale di dogana era quasi più importante di un capitano dell’esercito. Sentendolo parlare di lui nessuno avrebbe potuto immaginare quanto egli disdegnasse l’idea di essere un impiegato statale. Ricordo poi precisamene che egli, quando mi inviava qualche cartolina, non dimenticava mai di salutare anche i miei “stimatissimi genitori” .

Quando ci trasferimmo insieme a Vienna scoprii che egli ogni sera poneva i suoi pantaloni sotto il materasso, in modo da poterli indossare il mattino dopo con una piega impeccabile. Adolf capiva quanto valesse avere un buon aspetto e, nonostante non fosse vanitoso, sapeva come tirar fuori il meglio di sé. Sicuramente ha tratto il meglio dalle sue indubbie doti da istrione che combinava sapientemente con la sua tecnica nel parlare. Spesso mi chiedevo perché Adolf, nonostante tutte queste sue capacità, non fosse riuscito ad ottenere successo a Vienna, ma solo tempo dopo capii che lui non ambiva al successo professionale. Le persone che lo conobbero a Vienna fraintendevano il suo aspetto ben curato, i discorsi forbiti ed il portamento sicuro di sé non conoscendo la vita travagliata che aveva condotto, così lo giudicavano altero o pretenzioso: ma lui non lo era per niente. Adolf non rientrava in nessun tipo borghese di sorta.

In cambio della sua aspirazione all’arte Adolf ottenne solo la fame, anche se cercava di mangiare bene ogni qual volta se ne presentasse l’occasione. In generale però durante il tempo trascorso a Vienna egli non possedeva abbastanza denaro per comprarsi da mangiare ed anche quando ne era provvisto egli preferiva digiunare per potersi permettere un posto al teatro. Lui non aveva la stessa idea circa i piaceri della vita che gli altri possedevano: non fumava, non beveva ed a Vienna per giorni non si alimentava con altro che con latte e pane.

Disprezzava tutto ciò che riguardava la cura superficiale del proprio corpo e la moda dello sport, che allora stava prendendo campo, per lui non significava assolutamente nulla. Ho letto da qualche parte dell’audacia con il quale il giovane Hitler aveva attraversato a nuoto il Danubio: non ricordo assolutamente nulla di ciò. Tutto il nuoto che praticavamo era costituito da qualche sporadico tuffo nel Rodel. Manifestava qualche interesse per il club ciclistico, ma credo solo perché essi d’inverno correvano su una pista ghiacciata: ciò risulta ancora più chiaro per il fatto che la ragazza (l’unica) che egli aveva adocchiato di solito pattinava presso la stessa pista.

Camminare era l’unico esercizio fisico che veramente appassionava Adolf. Camminava sempre e dovunque e, persino nella mia bottega e nella mia stanza, egli andava avanti ed indietro. Lo ricordo sempre in movimento, poteva camminare per ore senza avvertire nessuna stanchezza. Eravamo soliti esplorare la periferia di Linz in tutte le direzioni; possedeva un forte amore per la natura, che però manifestava in un modo tutto suo. A differenza degli altri suoi interessi la natura non lo ha mai attirato come un oggetto da studiare e quasi mai lo vidi con un libro riguardante questo tema. Ecco un limite della sua sete di conoscenza. Non era interessato ai dettagli, bensì cercava di osservare la natura nel suo insieme. Si riferiva a questa con le parole “a cielo aperto” , espressione che suonava tanto familiare sulla sua bocca come la parola “casa” . E, in effetti, egli in mezzo alla natura si sentiva come a casa sua. Già dal primo anno in cui lo conobbi scoprii la sua preferenza per le passeggiate notturne o anche per il solo passare tutta la notte in qualche campo sconosciuto.

Stare all’aperto aveva una straordinaria influenza su di lui. Diventava quasi una persona differente rispetto a com’era in città. Alcuni lati del suo carattere venivano rivelati solo in questo luogo. Lui non era mai tanto raccolto e concentrato in sé come quando andavamo per i tranquilli sentieri costeggiati dai faggi del Mühlviertel o come la notte nella quale facemmo una breve escursione sul Freiberg. Al ritmo dei suoi passi i suoi pensieri fluivano più calmi e meglio focalizzati come in nessun altro luogo. Per lungo tempo non sono riuscito a capire questa insolita contraddizione nel suo temperamento. Quando il sole splendeva forte sulle strade ed un vento fresco, vivificante, portava l’odore dei boschi in città, una forza irresistibile lo guidava fuori dalla periferia e dalle polverose strade cittadine sino ai boschi ed ai campi. Difficilmente però riuscivamo a raggiungere l’aperta campagna e d’altronde egli mi diceva spesso che sarebbe stato impossibile per lui vivere di nuovo fuori dalla città e persino terribile vivere in un paese: per quanto amasse la natura, era sempre felice quando ritornavamo in città.

Man mano che imparai a conoscerlo arrivai a capire anche questa sua contraddizione: lui aveva bisogno della città, della varietà e dell’abbondanza delle sue impressioni, esperienze ed eventi; Adolf sentiva che solo lì poteva saziare la sua mente, dove non c’era nulla che il suo fervente interesse non potesse catturare. Lui aveva bisogno di osservare le persone, in preda ai loro interessi, alle loro contrastanti ambizioni, decisioni, progetti e desideri. Solo in quest’ambiente carico di tensioni egli, di fatto, si sentiva a casa. Sotto questo punto di vista la vita contadina era per lui sin troppo semplice, insignificante, poco importante e non vi riusciva a trovare tutte quelle impressioni necessarie a saziare il suo bisogno di studiare tutto l’ambiente intorno a lui; inoltre egli provava un grande interesse nello studio della pianta della città e dell’assetto dei palazzi. Il suo desiderio di vivere in città era quindi comprensibile.

D’altra parte egli necessitava di un qualcosa che facesse da contrappeso alla città, che lo eccitava e stimolava continuamente non dando tregua al fiume di riflessioni che nascevano nella sua mente. Lui lo trovò nella natura, che egli non poteva neanche provare a cambiare od a migliorare, dato che essa era sorretta da leggi eterne che trapassano la volontà umana. Nella natura egli riusciva a trovare sé stesso, grazie al fatto che non era obbligato, come in città, ad arguire contro qualsiasi cosa.

Il mio amico possedeva un modo speciale di godere della natura: di solito cercava un luogo solitario fuori dalla città che poi visitava più volte. Ogni cespuglio ed ogni albero diventavano per lui familiari: nulla riusciva più a disturbare il suo temperamento contemplativo. La natura lo circondava come le mura di una silenziosa ed amichevole stanza dentro la quale egli riusciva ad osservare indisturbato le proprie idee interiori.

Per un certo tempo, durante le belle giornate, egli era solito stare presso una panchina sul Turmleitnweg presso la quale aveva adibito una sorta di studio all’aria aperta. Lì egli leggeva libri oppure disegnava e dipingeva con gli acquerelli. Lì egli scrisse le sue prime poesie. Un altro posto, che poco tempo dopo divenne il suo preferito, era ancora più nascosto e solitario: un’alta roccia sulla quale ci sedevamo, a strapiombo sul Danubio. La vista del leggero fluire delle acque ha sempre colpito Adolf: quante volte il mio amico, lassù, mi ha parlato dei suoi progetti! A volte egli veniva sopraffatto dalle proprie emozioni tanto da dare libero sfogo alla sua fantasia. Ricordo che egli una volta mi descrisse così chiaramente il viaggio di Krimilde nel regno degli Huns che io quasi credetti di potere vedere con i miei occhi le potenti navi del re dei Burgundi scendere lungo il corso del fiume.

Diverse erano invece le nostre gite fuori porta. Non erano necessari grossi preparativi e l’unico prerequisito era costituito da una forte resistenza nel camminare. Adolf indossava i suoi soliti vestiti, con la sola differenza di una camicia colorata e ,quasi come segno della sua volontà di intraprendere una gita un po’ più lunga, un foulard in seta al posto della solita cravatta. Non portavamo alcun alimento con noi, poiché riuscivamo sempre a rimediare da qualche parte un po’ di pane ed un bicchiere di latte. Che tempi meravigliosi e spensierati abbiamo vissuto insieme!

Abbiamo sempre disprezzato l’utilizzo di ferrovie o di pullman, preferendo sempre muoverci a piedi. A volte conciliavamo le nostre gite domenicali con le uscite dei miei genitori, cosa che ci piaceva non poco visto che mio padre era solito pagarci un buon pranzo presso qualche locanda; loro uscivano più tardi e raggiungevano il luogo in treno mentre noi andavamo fuori di mattina presto e ci facevamo trovare a destinazione prima del loro arrivo. Mio padre amava particolarmente un piccolo villaggio chiamato Walding, che piaceva anche a noi dato che vicino scorreva il fiume Rodel, presso il quale facevamo un bagno durante le calde giornate estive.

Un piccolo incidente mi sovviene alla memoria. Adolf ed io avevamo lasciato la locanda per andare a fare un bagno. Eravamo entrambi dei buoni nuotatori, ma mia madre manifestava un certa inquietudine. Ci seguì e si fermò presso un promontorio roccioso, dall’alto del quale ci poteva osservare. La roccia era spiovente sull’acqua e totalmente ricoperta dal muschio. La mia povera madre, mentre era tanto in pena per noi, scivolò lungo la superficie liscia e scivolosa e cadde in acqua. Ero troppo lontano per poterla soccorrere, ma Adolf la raggiunse subito e la portò fuori dai flutti. Egli fu sempre molto affezionato ai miei genitori. Verso la fine del 1944, per l’ottantesimo compleanno di mia madre, lui le inviò un cesto di frutta: non ho mai saputo come egli fosse venuto a conoscenza di questa data.

Adolf era particolarmente affezionato al Mühlviertel. Dal Pöstlingberg potevamo passeggiare verso l’Holzpoldl e l’Elendsimmerl sino al Gramastetten oppure girovagare nei boschi intorno alle rovine di Lichtenhag. Adolf prendeva nota della geometria di quel poco che rimaneva delle mura nel suo taccuino, che portava sempre con sé. Poi con poche linee disegnava il castello, il fossato ed il ponte levatoio, adornando le mura con alti pinnacoli e torri. Arrivò a sorprendermi quando esclamò: “Questo è l’ambiente ideale per il mio componimento!” . Quando, incuriosito, gli chiesi maggiori informazioni egli mi rispose: “Prima devo capire bene cosa farne”. Sulla via del ritorno però mi disse che voleva tentare di ampliare il materiale in suo possesso così da ottenere un dramma.

Ci sarebbe piaciuto recarci al St. Georgen presso il Gusen per cercare i resti della famosa battaglia della Guerra dei Contadini, ma non ci riuscimmo: ad Adolf però venne una strana idea. Egli pensò che gli abitanti della zona possedessero sicuramente qualche ricordo di quella battaglia. Così, dopo il diniego di mio padre di concedermi un altro giorno libero, il giorno dopo egli ci si recò da solo, rimanendo lì per due giorni e due notti; non ricordo comunque che genere di risultati riuscì ad ottenere.

Come una sorta di compensazione alla mia assenza alla precedente gita, Adolf volle che lo accompagnassi ad osservare la sua amata Linz da oriente; così lo accompagnai nell’arrampicata sul Pfennigberg, verso il quale secondo lui gli abitanti di Linz non manifestavano abbastanza interesse. Apprezzavo la vista dall’alto della città, ma quel punto proprio non mi piaceva. Adolf rimase invece parecchie ore in quel posto, schizzando disegni sul suo taccuino.

Apprezzavo invece molto il St. Florian, che divenne per me quasi una meta da pellegrinaggio: questo perché qui aveva lavorato Anton Bruckner, la cui memoria aveva marcato questi luoghi. Immaginavamo quasi di potere incontrare questo “Dio della musica” e di potere ascoltare le sue ispirate improvvisazioni all’organo della splendida chiesa, stando fermi sulla sua lapide posta sotto il coro, dove il grande maestro era stato sepolto dieci anni prima. Proprio questo meraviglioso monastero aveva entusiasmato oltremodo il mio amico, tanto da farlo stare fermo in contemplazione anche per più di un’ora (un tempo che a me pareva infinito). Quanto rimaneva estasiato dalla libreria! Ma le impressioni più forti vennero in lui generate dal forte contrasto tra le grandi decorazioni degli appartamenti del monastero e l’essenziale stanza di Bruckner. Quando vide quanto spartani fossero i suoi mobili egli intuì e si convinse che in questo mondo il genio va di pari passo con la povertà.

Queste esperienze mi dimostrarono la natura molto riservata di Adolf. C’era un certo elemento della sua personalità che egli non permetteva a nessuno di conoscere. Aveva dei segreti imperscrutabili, che per molti versi rimasero per me nascosti. Ma c’era una chiave che poteva aprire una porta verso quello che altrimenti sarebbe rimasto nascosto: il suo entusiasmo per la bellezza. Tutto quello che ci separava scompariva quando restavamo insieme di fronte ad una magnifica opera d’arte come il monastero di San Florian: allora, spinto dall’entusiasmo, Adolf abbassava tutte le barriere che egli poneva intorno al suo Io e sentivo in pieno la gioia della nostra amicizia.

Spesso mi venne chiesto, sinanche da Rudolf Hess, il quale una volta mi invitò a casa sua a Linz, se Adolf, quando lo conobbi, possedesse il senso dell’umorismo. All’interno del suo entourage avevano notato infatti il suo scarso senso dell’humor. D’altronde essi sostenevano che egli era comunque un austriaco e come tale doveva possedere la famosa dote dell’umorismo austriaco. Certamente la prima impressione che si poteva ricavare di Hitler, specie dopo una superficiale conoscenza, era quella di avere a che fare con un uomo profondamente serio, al punto che questa sua caratteristica sembrava oscurare tutta la sua personalità. Già da giovane egli si approcciava ai problemi od all’analisi di certi eventi con un’autorevolezza ed una profonda severità che stonavano del tutto con i suoi sedici o diciassette anni. Era capace di odiare o di ammirare, detestare e amare, ma sempre con la massima compostezza. Non riusciva a passare sopra qualcosa con un semplice sorriso: persino le cose verso le quali egli non manifestava un certo interesse, come lo sport, per come questo si è evoluto negli ultimi tempi, erano per lui importanti quanto le altre. Non riusciva a porre fine alle sue analisi. Il suo temperamento profondamente composto non temeva di sottoporre niente al suo studio, e se non trovava nel presente nulla che già non avesse studiato, allora lo ricercava nel passato, stando a casa sua per ore immerso nelle sue letture. Questa straordinaria manifestazione della sua precoce maturità era la sua qualità più evidente. D’altronde però tutte le altre qualità tipiche dei giovani in lui erano assenti, come quella di riuscire a lasciarsi andare spensieratamente, di vivere alla giornata, il felice umore tipico di chi pensa “quel che sarà, sarà” [vivere senza pensieri, N.d.T.] . Persino “l’uscire dai binari” , tipico della grossolana esuberanza dei giovani, era per lui qualcosa di completamente estraneo. La sua idea, strano a dirsi, era che queste cose non fossero utili per la propria crescita verso l’età adulta. Per questo motivo l’umorismo veniva confinato in quella porzione segreta e sepolta della sua personalità, quasi come un tabù. Mostrò questo suo aspetto solo più avanti, alla sua schiera più stretta di persone, quando ormai certe problematiche non erano più tali per lui. Il suo umorismo non era mai diretto, ma piuttosto cupo ed amaro, mischiato sempre ad una forte dose d’ironia, mai diretta verso i suoi interlocutori. Una volta mi vide ad un concerto, mentre suonavo il trombone: si divertì immensamente nell’imitarmi ed insisteva nel dire che a causa delle mie guance rosse sembravo la parodia di uno degli angeli di Rubens.

Non posso terminare questo capitolo senza ricordare una delle qualità di Hitler della quale, lo devo ammettere, di questi tempi sembra quasi paradossale parlare. Hitler era pieno di profonda empatia e di compassione. Senza che io gli dicessi nulla, egli sapeva sempre come mi sentivo. Quante volte mi aiutò quando ero in difficoltà! Sapeva sempre cosa volessi e quello di cui avevo bisogno: per quanto egli potesse essere impegnato nei suoi affari, aveva sempre del tempo libero per aiutare quelle persone che gli stavano a cuore. Non è una caso che egli si fosse impegnato a convincere mio padre a permettermi di proseguire gli studi musicali, influenzando la mia vita in una maniera così decisiva: questo rappresentava invece il suo atteggiamento pronto a preoccuparsi di tutto ciò che fosse per me importante e di volermi aiutare ad avverare i miei desideri. A volte ho pensato che egli prendesse a cuore le mie preoccupazioni persino più di me.

Così, per quel che la memoria mi ha permesso, ho disegnato il ritratto del giovane Hitler. Non sono però ad oggi riuscito a trovare nessuna risposta alla domanda che tanto a lungo mi sono posto, sin dai primi anni della nostra amicizia: “Qual era il progetto di Dio quando ha creato questo uomo?” .

Share

Comments are closed.