Il Palazzo delle Poste di Palermo

Il Palazzo delle Poste di Palermo

Nonostante la Storia si ostini a negare le grandi opere urbane compiute dal governo fascista in Italia, esistono città che dimostrano come durante il Ventennio  i lavori pubblici fossero molto numerosi, ad esempio mostrando palazzi storici, vie, sistemi di condotte idrauliche,… Tra queste Palermo deve moltissimo al governo di Benito Mussolini. Dopo la piemontesizzazione della penisola italiana (scrivere di unificazione nazionale secondo lo scrivente sarebbe un grosso errore ideologico) tutto il Meridione e la Sicilia in particolare venne lasciato in balìa di sé stesso, con uno stato che si impegnava solo a rubare denaro tramite la truffa delle tasse ai cittadini senza fornire alcun servizio ,situazione non tanto diversa da quella attuale. In questo ambiente di degrado sociale e di anarchia presero sempre più potere le mafie locali,  che si organizzarono sino a livelli più o meno complessi. In seguito all’instaurarsi del governo fascista però l’attenzione di Mussolini fu subito rivolta a sradicare il fenomeno della malavita organizzata dal Meridione italiano (con metodi più o meno violenti) e di fare sentire alla popolazione la forte presenza di uno stato che non veniva meno ai suoi doveri. Il Duce conosceva già molti anni prima che il fenomeno arrivasse ai livelli odierni che si stava instaurando un vero e proprio stato nello stato e che solo l’appoggio della popolazione poteva fare in modo che questi individui venissero isolati ed infine consegnati alla Giustizia.  Per fare questo  Mussolini sapeva bene che bisognava far capire alla popolazione che lo stato non era un nemico od un invasore, ma una comunità di uomini legati dallo stesso sangue: in poche parole il Duce voleva trasformare l’odio verso lo stato in amore verso la nazione. Quest’intento venne perseguito in vari modi, che sicuramente il lettore già conoscerà (come le adunate di piazza o le colonie dove i ragazzi potevano soggiornare in giro per l’Italia), ma voglio ricordare la forte spinta nello sviluppo delle infrastrutture cittadine che caratterizzò il Ventennio. Mussolini voleva fare capire ai Meridionali che non erano soli, ma che lo Stato si prendeva cura di loro fornendogli tutti i servizi necessari. Il lettore tenga presente che Palermo, dopo Napoli la città più grande del Sud, non era dotata di un ospedale efficiente, di un tribunale, neanche di una rete fognaria! I precedenti governi non si erano minimente preoccupati dei palermitani. Tutte queste infrastrutture vennero costruite su decreto di Mussolini e la loro presenza è ancora ammirabile nella città. A volte basta guardare a terra mentre si cammina per notare un tombino col Fascio Littorio o parlare con il proprio nonno per ascoltare il racconto dell’inaugurazione dell’ospedale Policlinico alla presenza del Duce (e di come questi uscì alterato in viso dall’edificio quando si accorse che ancora non era stato eseguito l’allacciamento all’acquedotto cittadino). Nel presente scritto lo scrivente vuole trattare del Palazzo delle Poste.

Questo monumentale edificio si trova circa a metà della via Roma, una delle strade cittadine spianate durante il Ventennio. Questa via rappresenta una gioia per l’occhio, vero spettacolo dell’architettura urbanistica fascista: essa comincia a piazza Giulio Cesare e collega la stazione centrale con la piazza Ruggero Settimo ed è piena di edifici costruiti in arte razionalista durante il Ventennio. Il Palazzo delle Poste ricopriva l’importantissimo ruolo di ponte di collegamento tra Roma e le colonie, oltre che di punto logistico strategico circa le comunicazione nel bacino del mediterraneo. Era un centro tecnologicamente all’avanguardia, efficiente sotto ogni punto di vista ed innovativo nelle funzioni che svolgeva, uno tra i più grandi centri telegrafici d’Italia.

La sua costruzione impegnò gli anni tra il 1928 ed il 1934 ed il governo approfittò dell’area libera del giardino dell’Olivella. I lavori subirono una momentanea pausa nel 1933 a causa del cambiamento del progetto che comportò un’espansione della pianta principale tale che lo spazio presente non era più sufficiente, ma nello stesso anno venne acquistato una parte del giardino dei Padri Filippini, così che i lavori poterono proseguire senza grosse difficoltà e venire ultimati, sino all’inaugurazione del 28 Ottobre 1934 alla presenza del ministro delle Comunicazioni Umberto Puppini. Questo palazzo è figlio del genio di tre uomini: il progetto venne infatti eseguito dall’arch. Angiolo Mazzoni, il direttore dei lavori era l’ing. Antonino Manno, mentre il calcolista strutturale fu l’ing. Ugo Perricone.  L’edificio aderisce pienamente all’architettura razionalista in voga nel Ventennio: presenta un solenne colonnato, che richiama alla grandezza più di un tempio romano che di un edificio pubblico, ma alleggerisce l’impatto visivo tramite gli impianti elicoidali delle finestre e del corpo scala, oltre che nelle grandi vetrate degli uffici telegrafici. La pianta del palazzo con i suoi ampi spazi dalle forme regolari è invece di chiara ispirazione razionalista, mentre la particolare cura degli interni e degli arredi, oltre alla forte presenza di marmi pregiati, fanno trasparire un certo gusto decò.

E’ esteso su di una superficie di ben 5100 mq che si articola in modo simmetrico attorno a due cortili laterali. Come tutti gli edifici moderni è realizzato in cemento armato, ma risulta coperto da marmo grigio di Billiemi. Il colonnato è formato da 10 colonne alte 30 metri e dotate di un diametro di 3,5 m e sopra questo si trovano due figure alate (allegoria dei messaggeri divini) scolpite in bassorilievo da Napoleone Marinuzzi. La scala davanti al colonnato è costruita in porfido di Predazzo ed è abbellita da due fontane poste sui lati destro e sinistro.  In particolare alla sinistra di questa  (in via Epicarmo) si trova la grande statua di s. Cristoforo, realizzata da Benedetto de Lisi.

Per gli arredi fissi degli interni e la pavimentazione sono stati utilizzati vari tipi di marmi pregiati: il libeccio di Trapani, il giallo di Mori, il nero del Belgio, il rosso fiorito ed il rosa di Portasanta. Per le porte e per alcuni arredi mobili sono stati invece utilizzati lastre di rame e legni intarsiati. Il vestibolo d’ingresso è alto quanto il colonnato e tinteggiato in colore rosso; al centro si trova la sala del pubblico, illuminata da grandi superfici vetrate poste ai lati di una volta a crociera alta 14 metri ed arredata con banconi e tavolo-fontana centrale decorati con marmi. Il corpo scala che conduce agli uffici è invece costituito da un’elica in marmo rosso che si avvolge all’interno di un cilindro. Gli arredi degli uffici amministrativi riescono a fondere insieme con grande gusto lo stile razionalista dei mobili (costruiti dalla ditta Ducrot) con i materiali di pregio, arricchendo il tutto con le migliori opere dei più famosi pittori futuristi che rendono queste stanze, più che dei luoghi di lavoro , delle vere e proprie gallerie d’Arte. Lo scrivente crede che nessuno che visiti il palazzo delle poste possa dire che il governo fascista non avesse interesse nell’assicurare ai lavoratori l’ambiente migliore dove potere lavorare con gioia. Tutti gli uffici hanno dei piccoli atri d’ingresso pavimentati in marmo rosso, con delle piastrelline gialle che delimitano la zona d’attesa.  L’eccessiva altezza dei corridoi viene invece spezzata da delle lampade pendenti ad elementi orizzontali. In questo ambiente artistico spicca la Sala del Direttore, realizzata su disegno di Paolo Bevilacqua con mobili in palissandro e pareti adornate con legni intarsiati e disegni futuristi. Si accede quindi alla Sala del Consiglio, letteralmente foderata in marmo rosso di Trapani al cui centro si trova un grande tavolo circolare (costituito sempre in marmo) su cui pende un grande lampadario costituito in marmo e cristallo. Le pareti sono inoltre decorate da cinque opere della pittrice futurista e moglie di Filippo Tommaso Marinetti Benedetta Cappa Marinuzza (ispirate ai moderni mezzi di comunicazione) e due quadri di Tato (nato Guglielmo Sansoni). Vi è infine la Sala Stampa, dotata di due grossi pilastri intersecati da mensoloni che sorreggono particolari oggetti decorativi. In queste tre Sale tutto appare studiato nei minimi particolari: le tende, realizzate da Bruno Somenzi, sono in lino ricamato con motivi ispirati alla funzione dell’edificio; nella Sala del Consiglio sono raffigurati stemmi del Ministero e pali telegrafici, mentre nella Sala del Direttore si hanno colombe in volo con buste. Sinanche i tappeti sono stati realizzati su disegni definiti dai progettisti.

In tempi successivi alla caduta del governo fascista sono state distrutte dagli invasori americani tutte le opere e le raffigurazioni inneggianti al governo fascista: sinanche il grande Fascio Littorio (alto più dell’edifico e costruito integralmente in marmo bianco) un tempo presente sul lato destro è stato abbattuto al suolo.  In seguito, proprio per l’ideale che esso ricordava, l’edificio subì un lungo periodo di decadimento , sino a quando venne gravemente danneggiato durante un incendio nel 1988. In tempi recenti sono stati eseguiti lunghi ed accurati lavori di restauro , che hanno restituito al Palazzo la sua antica gloria, ma mancano purtroppo tutte le insegne del governo e le statue tipiche del Governo Fascista: questo costituisce un grave errore nei lavori di restauro,  visto che compito del restauratore è restituire all’opera l’aspetto originale ed inoltre uno stato sincero e sereno dovrebbe potere guardare con tranquillità al proprio passato, senza dovere perseguire schizofreniche manie iconoclaste. Oggi il Palazzo assolve alla funzione di ufficio centrale delle Poste di Palermo ed i piani aperti al pubblico sono liberamente visitabili, ma solo occasionalmente viene aperto l’accesso ai piani superiori.

Pasquale Piraino

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