Carattere e imprese di Ermete

Carattere e imprese di Ermete

Hermes-louvre3a) Quando Ermete nacque sul monte Cillene, sua madre Maia lo avvolse nelle fasce e lo depose in un canestro, ma con sorprendente rapidità egli si trasformò in un ragazzino, e non appena la dea gli voltò le spalle balzò fuori dalla culla e andò in cerca di avventure. Giunto nella Pieria, dove Apollo custodiva una magnifica mandria di vacche, decise di rubarle. E affinché Apollo non lo acciuffasse seguendo le tracce degli animali, fabbricò alla svelta grandi babbucce con la corteccia di una quercia caduta e le legò agli zoccoli delle vacche con fili d’erba intrecciati; poi si allontanò nottetempo guidando la mandria lungo un sentiero. Apollo, il mattino dopo, si accorse del furto, ma il trucco di Ermete funzionò a meraviglia, e benché il dio si spingesse fino a Pilo a occidente, e fino a Onchesto a oriente alla ricerca delle sue bestie, fu costretto a dichiararsi vinto e offrì una ricompensa a chi gli consegnasse il ladro. Sileno e i suoi Satiri, allettati dal premio, si sparsero per tutta la regione con la speranza di acciuffare il malfattore, ma per qualche tempo i loro sforzi non approdarono a nulla. Alla fine, passando dall’Arcadia, un gruppo di Satiri fu colpito dal suono di una musica mai udita prima e la ninfa Cillene, dalla bocca di una caverna, disse che era nato un portentoso fanciullo, di cui essa era nutrice: egli si era costruito un ingegnoso balocco musicale col guscio di una tartaruga e interiora di vacca, e traendone una dolce musica aveva cullato sua madre fino a farla addormentare.

b) «Dove ha trovato le interiora di vacca?» chiesero i Satiri improvvisamente interessati, notando due pelli stese a disseccare dinanzi alla grotta. «Volete forse accusare di furto questo piccolo innocente?» chiese Cillene; e tra la ninfa e i Satiri volarono parole grosse.

c) Sopraggiunse Apollo, che era riuscito a identificare il ladro dopo aver osservato con attenzione lo strano comportamento di un uccello dalle lunghe ali. Entrato nella grotta egli svegliò Maia e le disse con voce severa che Ermete doveva restituirgli la mandria. Maia indicò il fanciullo, ancora avvolto nelle fasce e che fingeva di dormire tranquillamente. « Le tue accuse sono assurde! » gridò. Ma Apollo aveva già visto che le pelli appese a disseccare appartenevano a due delle sue bestie. Agguantò dunque Ermete, lo portò sull’Olimpo e lo accusò formalmente di furto, presentando come prova le pelli. Zeus cui ripugnava di credere che il suo figlioletto appena nato fosse un ladro, invitò Ermete a dichiararsi innocente, ma Apollo non si lasciò abbindolare ed Ermete, alla fine, cedette e confessò. «Vieni con me», disse ad Apollo, «e riavrai le tue bestie. Ne ho uccise soltanto due, tagliandole in dodici parti uguali da sacrificare ai dodici dèi». «Dodici dèi?» chiese Apollo stupito, «e chi sarebbe il dodicesimo?» «Il tuo servo, signore», replicò Ermete con finta modestia, «e ti assicuro che ho mangiato soltanto la mia parte, benché avessi una gran fame, bruciando sull’altare le altre undici». Quello fu il primo sacrificio cruento in onore degli dèi.

d) I due dèi ritornarono sul monte Cillene dove Ermete salutò sua madre e andò a frugare sotto una pelle di capra per prendere qualcosa che aveva nascosto. «Che hai lì?» chiese Apollo. Per tutta risposta, Ermete gli mostrò la lira che aveva appena ricavata da un guscio di tartaruga, e suonò una melodia così bella, servendosi del plettro, e cantò una canzone così lusinghiera elogiando l’intelligenza, la nobiltà e la generosità di Apollo, che ottenne subito il perdono. Sempre suonando e cantando, Ermete guidò verso Pilo il deliziato Apollo e gli restituì la mandria che aveva nascosta in una grotta. «Facciamo un baratto», disse Apollo, «io ti lascio la mandria in cambio della lira». «D’accordo», rispose Ermete, e suggellarono il patto con una stretta di mano.

e) Mentre le vacche pascolavano pigramente, Ermete tagliò una canna, ne fece uno zufolo da pastore e suonò un’altra melodia. E Apollo, di nuovo deliziato, gridò: «Facciamo un baratto! Tu mi dai lo zufolo e io ti do il bastone dorato che uso per radunare il bestiame; in futuro tu sarai il dio di tutti i mandriani e di tutti i pastori». «Il mio zufolo vale più del tuo bastone», replicò Ermete, «ma accetto di fare il baratto se mi insegni l’arte augurale, che mi sembra molto utile». «Questo non lo posso fare», replicò Apollo, «ma se andrai dalle mie vecchie nutrici, le Trie che vivono sul Parnaso, esse ti insegneranno a leggere il futuro nei sassolini».

f) Si strinsero di nuovo la mano e Apollo, riportato il fanciullo sull’Olimpo, raccontò a Zeus l’accaduto. Zeus invitò Ermete a rispettare d’ora in poi la proprietà altrui e a non dire spudorate bugie; ma non potè trattenersi dal sorridere. «Mi pare che tu sia un piccolo dio molto ingegnoso, eloquente e persuasivo», disse. «E allora fa’ di me il tuo araldo, o Padre», rispose Ermete. «Io custodirò i beni divini e non dirò mai bugie, benché non possa promettere di dire sempre tutta la verità.» «Da te non me la potrei aspettare», rise Zeus, «ma i tuoi compiti non si limiteranno a questo. Dovrai presiedere alla stipulazione dei trattati, favorire i commerci e proteggere i viaggiatori su tutte le strade del mondo». Ermete accettò le condizioni e Zeus gli diede una verga da araldo adorna di bianchi nastri, che tutti avrebbero dovuto rispettare; un berretto rotondo che gli riparasse il capo dalla pioggia e aurei sandali alati che l’avrebbero portato dovunque con la rapidità del vento. Egli fu accolto con entusiasmo dalla famiglia degli dèi olimpi e insegnò loro ad accendere il fuoco facendo roteare rapidamente un bastoncino nella fessura di un ceppo.

g) In seguito le Trie insegnarono a Ermete come predire il futuro osservando la disposizione dei sassolini in un catino pieno d’acqua, ed egli stesso inventò poi il gioco divinatorio degli astragali. Anche Ade si servì di lui come araldo, perché facilitasse il trapasso dei morenti in modo eloquente, e gentile, appoggiando sui loro occhi la sua verga d’oro.

h) Ermete aiutò le tre Moire a comporre l’alfabeto, inventò l’astronomia, la scala musicale, l’arte del pugilato e della ginnastica, la bilancia e le misure di capacità (invenzione che altri attribuiscono a Palamede) e la coltivazione dell’olivo.

i) Taluni ritengono che la lira inventata da Ermete avesse sette corde; altri che ne avesse soltanto tre, corrispondenti alle stagioni o quattro, corrispondenti alle quattro parti dell’anno, e che Apollo portò il loro numero a sette.

l) Ermete ebbe molti figli, fra i quali ricordiamo Echione, l’araldo degli Argonauti; Autolieo, il ladro; e Dafni, l’inventore della poesia bucolica.  Codesto Dafni era un bel giovane siciliano e sua madre, una ninfa, lo abbandonò in un bosco d’allori sulla montagna di Era; ecco il perché del nome che gli fu dato dai pastori, suoi genitori adottivi. Pan gli insegnò a suonare lo zufolo; egli era il beniamino di Apollo e cacciava spesso in compagnia di Artemide, che gradiva il suono della sua musica. Dedicava gran cura alla sua mandria, che era della stessa stirpe della mandria di Elio. Una ninfa chiamata Nomia gli fece giurare di non esserle mai infedele, sotto pena di venire accecato; ma la rivale di Nomia, Chimera, riuscì a sedurre Dafni ubriaco, e Nomia lo accecò mettendo in atto la sua minaccia. Dafni si consolò per la perdita della vista suonando tristi canzoni, ma non sopravvisse a lungo. Ermete lo trasformò in una pietra che ancora si vede presso la città di Cefalenitano; e fece sgorgare a Siracusa una fontana che porta il nome di Dafni: colà ogni anno si offrono sacrifici.

Approfondimenti

1) II mito dell’infanzia di Ermete ci è giunto soltanto nella sua più tarda forma letteraria. Pare che il ricordo dei furti di bestiame compiuti dagli astuti Messeni ai danni dei loro vicini e del trattato che vi pose fine, si sia fuso mitologicamente col racconto di come i barbari Elleni sfruttarono, in nome del loro dio A-pollo, la civiltà pre-ellenica che trovarono nella Grecia meridionale (il pugilato, la ginnastica, i pesi e le misure, la musica, l’astronomia e la coltivazione dell’olivo esistevano già in epoca pre-ellenica) e a poco a poco impararono le buone maniere.

2) Ermete, che fu poi onorato come dio, era forse in origine un fallo di pietra attorno al quale si svolgevano i riti pre-ellenici di fertilità e il racconto della sua rapida crescita può essere un osceno scherzo di Omero, ma era fors’anche in origine il Divino Fanciullo del calendario pre-ellenico ; o l’egizio Toth, dio dell’intelligenza; o Anubi, che guidava le anime nell’Oltretomba.

3) I nastri bianchi araldici che ornavano la verga di Ermete furono più tardi erroneamente scambiati per serpenti, poiché il dio era araldo di Ade; di qui il nome di Echione. Le Trie erano la triplice Musa (dea delle montagne) del Parnaso, e la loro mantica mediante i sassolini era praticata anche a Delfo. L’invenzione di dadi divinatori ricavati dalle ossa delle giunture fu dapprima attribuita ad Atena (Zenobio, Proverbi V 75); tali dadi entrarono poi nell’uso popolare, ma l’arte augurale rimase una prerogativa dell’aristocrazia in Grecia e a Roma. L’uccello dalle lunghe ali osservato da Apollo era probabilmente la gru di Ermete; i sacerdoti dì Apollo infatti invadevano di continuo il territorio sacro a Ermete, primo patrono delle arti, della letteratura e della divinazione; e lo stesso fecero i sacerdoti di Ermete nei riguardi di Pan, delle Muse e di Atena. L’invenzione di un metodo per accendere il fuoco fu attribuita a Ermete, poiché il roteare del succhiello (maschile) nel ceppo (femminile) suggeriva una magia fallica.

4) Sileno e i suoi figli, i Satiri, erano personaggi comici convenzionali della commedia attica; in origine furono probabilmente montanari della Grecia settentrionale. Sileno veniva considerato autoctono, oppure figlio di Pan e di una delle Ninfe (Nonno, Dionisiache XIV 97; XXIX 262; Eliano, Storie varie III 18).

5) La romantica storia di Dafni si formò attorno alla presenza di un pilastro fallico a Cefalenitano e di una fontana a Siracusa, forse perché attorno all’uno e all’altra cresceva un bosco di lauri, dove si cantavano inni in onore del cieco defunto. Dafni era considerato il beniamino di Apollo, perché aveva ereditato il culto dell’alloro dalla dea orgiastica di Tempe.

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