Odino (Óðinn) [prima parte]

Odino (Óðinn)

odinoÈ la figura eccellente del mondo nordico, quella in cui meglio si incarna la molteplicità del concetto di assoluto e dunque di divinità. A lui appartiene la totalità dell’essere, ma, benché partecipi contemporaneamente di ogni manifestazione della vita, egli stesso non è imprigionato in nessuna. Il suo nome, Óðinn, è connesso alla radice indoeuropea * WAT- nella quale è espresso il concetto di ispirazione e furore. Notava Adamo da Brema: Wodan, id est furor. Nucleo del suo essere è perciò una condizione di perenne possibilità, piuttosto che una manifestazione materiale. Egli può con facilità trascorrere dall’uno all’altro livello dell’esistenza, è dio dei vivi e contemporaneamente dei defunti, è piacevole e terribile, soccorrevole o letale. Per questo è per eccellenza dio della magia. Sebbene paia probabile che il suo culto si sia diffuso in epoca relativamente tarda, egli si guadagnò tuttavia ben presto la posizione di dio supremo e come tale sopraffece altre divinità del cielo un tempo assai importanti come Tyr e Ullr. La diffusione dei toponimi che contengono il nome di questo dio (del cui culto si hanno presso i Germani continentali ampie ed esaurienti testimonianze) mostra una concentrazione maggiore nelle zone meridionali e orientali della Scandinavia. Esempi si hanno in Danimarca: Oddense, Odense, Vojens;  Svezia: Onslunda, Odenslunda,   Odenslanda,  Onsala, Odensala, Odensàker, Odensvi, Odensharg; Norvegia centromeridionale: Onsøy, Onsøien, Onsaaker, Oðinssalir (nome antico), Osland, Onsrud. Essi sono invece totalmente assenti nella Norvegia settentrionale e in Islanda, dove al contrario il culto di Thor era particolarmente diffuso. Il culto di Odino si sarebbe propagato a partire dall’area continentale, progredendo – non senza resistenze – verso le zone periferiche della Scandinavia.

La figura di Odino ha per molti aspetti un carattere innovatore e talvolta sconvolgente. Egli è dotato di un’individualità prepotente e spregiudicata, di un temperamento ingannatore e imprevedibile. Odino ha moltissimi appellativi i quali non solo alludono alle sue diverse qualità e manifestazioni, ma altresì servono spesso a celare l’identità terribile, misteriosa e inafferrabile del dio.

Di Odino è ricordato che ha triplice aspetto. Nell’Inganno di Gylfi Snorri racconta di un mitico re svedese, Gylfi appunto, il quale camuffatosi da vecchio era entrato nel Paese degli Asi e qui era stato ammesso al cospetto di una triade divina che lo aveva istruito sulle antiche storie del mondo e degli dèi. Nelle figure di questi tre dèi è celato Odino. Costoro erano Hár (o Hárr o Háarr o Hór o Hávi) «alto» cioè «eccelso» (forse però anche «grigio di capelli» o «monocolo»); Jafnhár (o Jafnhárr) «proprio come alto» e Þriði «terzo». In relazione al triplice aspetto (il tre è numero nel quale è espressa la forma completa dell’esistenza) Odino è ricordato anche come Þriggi «triplice».

La figura di Odino è legata a una triplice manifestazione della divinità nei miti sull’origine del mondo, dove egli appare come dio creatore insieme ai fratelli Vili e Vé o ad altri dèi quali Hœnir e Lóðurr. Una triade Odino, Hœnir e Loki si ritrova in altri miti nei quali questi dèi si muovono in una situazione ai limiti dello spazio e del tempo.

Nei miti della creazione è detto che Odino diede agli uomini «spirito e vita». Egli è perciò considerato padre di tutti, uomini e dèi. Nel mito gli sono attribuiti come figli non solo divinità importanti quali Thor, Baldr, Heimdallr, Tyr, Yngvi (da identificare con Freyr), Viðarr, Váli, Höðr, Hermóðr e Bragi; o minori come Nepr, Skjöldr, Sæmingr, ma anche figure di cui non è noto che il nome e che appaiono come incarnazione delle diverse qualità del dio. Tali sono Hildólfr «lupo della battaglia»; Meili forse «amichevole»; Sigi (o Siggi) «vittorioso»; Veggdegg forse «luminoso in battaglia».

La natura di Odino come progenitore appare anche là dove si dice che i suoi figli furono capostipiti di grandi dinastie. Così oltre a Yngvi-Freyr, progenitore degli Svedesi, è ricordato Skjöldr, capostipite della stirpe danese degli Skjöldungar. Un altro mitico progenitore, Skelfìr, antenato degli Skilfingar, va ricollegato al dio anche se non è specificato che fosse suo figlio. Ancora alla funzione di sacro progenitore di tutti vanno riferite le figure dei figli Sæmingr, il cui nome vale «figlio del [dio] progenitore» (forse però «scuro»),e Ölnir, «figlio».

Come sacro progenitore, Odino ha molti appellativi. Si chiama Aldaföðr (o Aldafaðir) «padre degli uomini»; Aldagautr (o Aldinngautr), forse «progenitore degli uomini»; Alföðr (o Allföðr o Allfaðir o Alfaðir) «padre di tutti»; Gautr (o Gauti) probabilmente «[progenitore dei] Gautar». A Gautr è parallelo Gautatyr «dio dei Gautar». Odino è poi conosciuto come Hléföðr (o Hlæföðrf) «padre famoso»; Hroptatyr, forse «dio degli Asi»: a quest’ultimo è legato Hroptr che dovrebbe essere «ase», nel senso di «divinità suprema». «[Signore degli] dèi» è verosimilmente anche Jólnir. Jörmunr (con la variante Jörundr che tuttavia potrebbe valere «guerriero») è il «potente»; Rögnir (o Rögni) «signore»; Veratyr «dio degli uomini»; Ítrekr «principe eccellente». Alla maestà e alla divinità suprema di Odino si riferiscono Ása-Óðinn «Odino degli Asi»; Bragi «principe» e Auðunn «ricco». Il simbolo della potenza regale del dio è l’anello magico Draupnir a lui donato dai nani.

Snorri riferisce che Odino era figlio di Bestia, donna della stirpe dei giganti, e di un essere primordiale di nome Borr. In questa origine è inteso, verosimilmente, che nel suo essere si combinarono il patrimonio di saggezza e di ricchezza dei giganti e la capacità di avvalersene a fini proficui: Odino è cioè la materia affidata all’intelligenza. Per questo il mito ricorda che egli sottrasse ai giganti il sacro idromele che rende poeta chi lo beva: solo nelle sue mani infatti esso sarà reso giovevole per gli uomini.

Di Odino, la Saga degli Ynglingar ricorda che parlava sempre in versi. È riferito inoltre che lui e i suoi sacerdoti erano detti «fabbri di canti» poiché diedero inizio nel Nord all’arte della poesia. Ma i canti attribuiti a Odino hanno carattere magico poiché il possesso dell’arte di poetare è un dono sovrannaturale e potente. Tra le qualità di mago e di poeta non vi è sostanziale differenza. Odino medesimo enumera gli incantesimi che possiede e che ha acquisito insieme alle rune dopo un sacrificio di carattere iniziatico in cui fu immolato a se stesso.

In relazione alla condizione di iniziato il dio è chiamato Gizurr e Sanngetall «[colui che] intuisce il vero»; Saðr (o Sannr) «veritiero». Nella Saga degli Ynglingar è detto che «a coloro che lo ascoltavano sembrava vero solo ciò [che diceva lui]. Conseguente alla conoscenza del segreto delle cose è anche la sua natura di maestro.

Nel Dialogo dell’Alto egli istruisce un misterioso personaggio di nome Loddfáfnir. Ma, come maestro, in una saga egli misura anche la sapienza altrui: è riferito che sotto le mentite spoglie di Gestumblindi Odino sfidò un re di nome Heidrekr in una gara di indovinelli. Dopo una serie di quesiti ai quali il sovrano rispose senza difficoltà, Gestumblindi domandò che cosa avesse sussurrato Odino all’orecchio di Baldr prima che questi fosse posto sulla pira: a quella domanda il re riconobbe Odino e tentò di ucciderlo, ma il dio fuggì volando via sotto forma di falco. Il maestro è dunque dispensatore di saggezza: tuttavia quella medesima saggezza egli può mettere a disposizione e al contempo sottrarre.

La qualità magica di Odino è intimamente connessa alla natura mutevole del suo essere: egli è esperto di quella magia detta seiðr, legata a rituali di carattere estatico, che rende capaci di mutare aspetto a volontà e di influire sul corso degli eventi. A seconda delle circostanze Odino sa essere piacevole o tremendo, soccorrevole o funesto. Tra i suoi appellativi sono ricordati Hagverkr «[colui che] agisce benevolmente»; Óske (o Óski) «[colui che] appaga i desideri»; Þekkr «piacevole» e Þrór «proficuo». Allo stesso tempo però il dio è ricordato come Hrjótr (o Hrjóðr) e Yggr «terribile». All’aspetto malizioso e ingannatore allude Bölverkr «[colui che] agisce male». Il riferimento alle qualità magiche appare evidente nei nomi Fimbultyr «dio magicamente potente»; Fjölnir e Fjölsviðr, entrambi «assai sapiente»; Forni «antico» (cioè possessore dell’antica sapienza); Fornölvir, forse «antico sacerdote» (cioè colui che praticava la magia bianca? Forse però anche «antico essere invasato»); GapÞrosnir «mago»; Ginnarr «ingannatore»; Glapsviðr «abile negli incantesimi» o «seduttore»; Göndlir «mago»; Haptagoð «dio dei legami» (capace cioè di stringerli o scioglierli magicamente); Skollvaldr «potente nell’inganno»; Svipall «mutevole»; Tveggi «doppio». Sotto le mentite spoglie di una donna egli si diede nome Wecha «mago». In quest’ultimo caso è presente una chiara allusione alle pratiche oscene e omosessuali legate alla magia. Odino, che grazie a quest’arte comandava gli elementi, mutava il volere, ottundeva le armi e parlava coi morti, non poté probabilmente sottrarvisi. Qui va perciò verosimilmente connesso l’appellativo Jálg (o Jálkr) «[cavallo] castrato». Nel Dialogo di Grímnir si allude a un mito andato perduto, nel quale si racconta del viaggio di Odino, sotto il nome di Jálg, presso un misterioso personaggio di nome Ásmundr con cui il dio si era intrattenuto.

Gran parte della saggezza fu acquisita da Odino quando poté bere un sorso del liquido prezioso che scaturisce dalla fonte del gigante Mimir. In cambio tuttavia egli dovette cedere un occhio. La mutilazione di Odino è parallela a quella del dio Tyr, che è monco, e ricorda inoltre figure analoghe in altre tradizioni (Lug fra i Celti, Orazio Coclite fra i Romani). Essa è il marchio del suo sapere sovrannaturale. L’essere monocolo significa aver concentrato in un solo occhio il potere magico della fascinazione e l’essenza terrificante dell’essere; tale mutilazione elimina inoltre il rischio di una vista sdoppiata e perciò falsata. Nell’occhio restante sono armonizzate e concentrate le qualità dei due organi.

In relazione al suo aspetto di monocolo, che è uno dei tratti più caratteristici del dio, come mostra anche la tarda iconografia, Odino è detto Báleygr (o Böleygr) «occhio fiammeggiante» e Bileygr «guercio». Vanno ricordati qui anche Brúni e Brúnn «folte sopracciglia» e Tvíblindi «cieco da entrambi [gli occhi]». L’ultimo potrebbe alludere alla figura di Höðr, dio cieco, incolpevole assassino di Baldr, che è detto figlio di Odino (è forse una manifestazione del padre?). Il potere magico e paralizzante dello sguardo di Odino è ricordato nelle fonti, perciò sono suoi appellativi anche Gunnblindi «[colui che] acceca nella battaglia», Helblindi «[colui che] acceca fino a far morire (o «con la morte»)» e Herblindi «[colui che] acceca l’esercito». Ma lo sguardo che turba e confonde chi tenti di fissarlo è altresì un mezzo per stravolgere i tratti del volto e impedire all’occhio profano di cogliere l’immagine della divinità. Altri accorgimenti il dio usa per celare la sua reale identità. Odino è infatti il «mascherato»: Grímr o Grímnir. La sua figura è celata da un cappuccio: si chiama perciò Höttr e Siðhöttr «lungo cappuccio». Egli inoltre è «[colui che porta] il mantello»: Lóðungr (o Löndungr), oggetto cui è attribuita una grande virtù magica. Il viso del dio è coperto per buona parte da una lunga e folta barba, perciò egli si chiama anche Harbarðr «barba grigia»; Hengikjöptr (o Hengikeptr) «gota cadente»; Hrosshárs-Grani «[il cui] labbro [è coperto] di peli di cavallo»; Langbarðr «barba lunga»; Rauðgrani «barba rossa»; Siðgrani e Síðskeggr «barba cadente».

Share
Tags:

Comments are closed.