Capitolo 6 del libro “Adolf Hitler, il mio amico di gioventù”

Continua la traduzione da parte di Pasquale Piraino del libro di Kubizek, Adolf Hitler, il mio amico di gioventù. Qui il capitolo quinto.

 

Quando incontrai per la prima volta Adolf Hitler lui già considerava chiusa l’esperienza scolastica, almeno per quello che gli riguardava. In realtà devo specificare che lui frequentava ancora degli studi tecnici presso la scuola di Steyr e spesso studiava a casa, di solito la domenica. Solo per amore di sua madre egli aveva acconsentito a tentare “l’ultimo di tutti i tentativi” . I suoi voti comunque già alla terza classe della scuola tecnica di Linz erano tanto bassi che la signora Hitler consigliò ad Adolf di continuare i suoi studi in un’altra scuola: per farla breve la verità è che questo difficile alunno venne promosso a patto di cambiare istituto. In questo modo la scuola del capoluogo di provincia si sbarazzava degli studenti più scarsi spingendoli verso le scuole dei centri più piccoli; Adolf capendo come stavano le cose si era adirato e scoraggiato a tal punto da considerare il quarto anno alla scuola di Steyr come un fallimento prima ancora che cominciasse. Da quel momento lui credette di conoscere già tutto quello che c’era da sapere sulle scuole e giunse alla conclusione che in vista dei suoi progetti per il suo futuro la scuola non fosse più a lui utile: avrebbe colmato tutte le sue lacune culturali studiando da solo. L’arte lo aveva già da tempo catturato e così dedicò sé stesso a questa con la passione dei giovani, convincendosi che quella rappresentasse la sua vera vocazione; la routine della scuola appariva grigia e monotona appena paragonata all’arte. Inoltre egli desiderava essere libero e percorrere il suo percorso al punto da disprezzare i giovani che non la pensavano come lui. Man mano che lui si liberava dall’odiata atmosfera scolastica, la nostra amicizia diventava più stretta. Egli dal suo nuovo amico si aspettava tutto quello che non aveva provato verso i suoi insignificanti compagni di classe.

Scuola tecnica di Linz

Scuola tecnica di Linz

Alle scuole elementari Hitler si era sin da subito distinto come uno dei migliori alunni: era veloce ad apprendere e riusciva a compiere grandi progressi senza impegnare grosse fatiche. Il suo primo maestro, Karl Mittermaier, lo valutò così: “Pieni voti in ogni materia” . Mittermaier visse sino al 1938, ma prima gli venne chiesto cosa ricordasse del suo studente preferito: anche se ricordava ancora il ragazzo pallido e magro non aveva molto da dire eccetto che il piccolo Adolf era piuttosto calmo ed ordinato e che teneva il suo materiale scolastico in perfetto ordine. Per il resto non c’era nulla di particolare da raccontare, né di buono né di cattivo. Per inciso, dopo essere nominato Cancelliere, Adolf Hitler nel 1939 tornò a visitare la sua vecchia scuola e si sedette di nuovo nello stesso banco sul quale aveva imparato a leggere e scrivere. Come al solito egli prese al volo quest’occasione di sfruttare la sua sua visita per rivoluzionare tutto quanto fosse possibile: comprò di tasca propria il vecchio edificio scolastico ed ordinò la costruzione di una nuova e bella scuola. Il maestro che prese il posto di Mittermaier venne invitato, insieme ai suoi alunni, all’ Obersalzburg.

Il rendimento scolastico di Adolf cambiò quando lui, nel 1900, si iscrisse alla scuola tecnica di Linz. Scrisse lui stesso di quegli anni:

“Solo una cosa era certa: il mio evidente fallimento scolastico. Imparai tutto quello che mi piaceva, in particolare quello che pensavo mi sarebbe più tardi tornato utile come pittore. Tutto ciò che ritenevo non fosse importante in vista di questo fine o che non mi piaceva lo rigettavo completamente. I miei voti in questo periodo erano estremamente vari a seconda della materia e del mio interesse per quella: “Lodevole” ed “Eccellente” , ma anche “Appena sufficiente” e “Insoddisfacente” . I miei sforzi erano indirizzati nello studio della geografia ed ancora di più verso la storia, le mie materie preferite nelle quali ero molto più preparato del resto della classe.”

Uno potrebbe essere indirizzato a farsi un quadro sbagliato della vita scolastica di Adolf a causa delle sue parole. Nonostante Adolf mi parlasse della scuola con riluttanza e con una particolare indignazione, la nostra amicizia non fu mai, per così dire, oscurata da questa sua inclinazione. In questo modo [ascoltandolo, N.d.T.] ottenni una visione differente da quella che lui stesso tracciò nei suoi scritti quindici anni dopo.

All’inizio il giovane ragazzo, appena undicenne, trovò molto difficile adattarsi al nuovo ambiente. Ogni giorno doveva percorrere un lungo cammino per raggiungere da Leonding la città dove si trovava la scuola; spesso però mi disse che, nonostante tutto, quel cammino era una delle cose più belle che lui ricordava di quegli anni: alla fine quella passeggiata (della durata di circa un’ora) gli assicurava un po’ di libertà che apprezzava non poco, dato che sino a quel momento aveva vissuto solo in campagna. Tutto in città gli appariva strano e poco amichevole: i suoi compagni di classe, per la maggior parte rampolli di ricche famiglie, non riconoscevano come loro eguale quel ragazzo che ogni giorno giungeva in città provenendo “dai contadini” , mentre l’interesse degli insegnanti verso di lui si limitava alla classe d’appartenenza. Tutto questo era molto differente dalla scuola elementare, nella quale maestri più amichevoli conoscevano profondamente tutti i loro alunni e spesso la sera si recavano a bere qualcosa insieme ai loro padri. Alla scuola elementare inoltre il ragazzo si era abituato a superare ogni anno senza alcuno sforzo particolare mentre in questa nuova scuola, sin dal principio, egli tentava di superare gli esami orali mediante l’improvvisazione, cosa nella quale egli era un maestro. Egli doveva improvvisare spesso dato che non provava alcun piacere nell’imparare le materie a memoria, qualità invece molto apprezzata dagli insegnati. Adesso però questo suo “trucchetto” non sembrava funzionare, così iniziò a scoraggiarsi ed a lasciare andare le cose alla deriva. Nessuno si accorgeva di lui in classe: non aveva amici e neanche ne voleva. A volte qualcuno dei suoi spocchiosi compagni di classe gli faceva capire che loro non avevano accettato questo ragazzo di campagna, dandogli un’altra ragione per chiudersi ancora di più. E’ particolare che nessuno dei suoi compagni possa oggi dichiarare di avere avuto un’amicizia od una relazione di qualsiasi tipo con lui.

Così, dopo il suo primo anno presso la scuola tecnica, Hitler portò a suo padre una pagella con due “Insoddisfacente” e l’esito che l’alunno non sarebbe stato ammesso alla classe successiva. Adolf non mi raccontò mai la reazione di suo padre, ma credo di poterla immaginare.

Adesso egli doveva ricominciare tutto d’accapo. Il suo maestro adesso era il professor Eduard Huemer, il quale oltre al tedesco insegnava anche il francese, l’unica lingua straniera insegnata nei primi anni degli istituti tecnici e, per quanto ne so, l’unica lingua straniera che Adolf Hitler abbia mai studiato o meglio che gli venne imposto di studiare. Nel frattempo però si era ambientato: l’anno di ripetizione rappresentò un successo e così venne ammesso alla seconda classe. Di nuovo però incontrò difficoltà e riuscì solo per un pelo ad essere ammesso alla terza classe. Ancora una volta suo padre dovette leggere una pagella nella quale alla voce “Matematica” corrispondeva “Insoddisfacente” come voto. In realtà questo giudizio non era dovuto alla cattiva predisposizione dei docenti: Hitler detestava la matematica a causa del fatto che era una materia fredda che richiedeva uno studio duro e sistematico, parlammo spesso di questo. Più tardi a Vienna Hitler capì che avrebbe avuto bisogno della matematica se voleva diventare un architetto, ma questo non cambiò per nulla la sua forte avversione verso questa materia.

Terminò la terza classe di nuovo con due voti “Insoddisfacente”, uno di nuovo in matematica e l’altro in tedesco, nonostante il professor Huemer fosse uno degli insegnati che egli rispettasse, come ammise più tardi. Questo fu l’anno della morte di suo padre. Il professor Huemer spiegò a sua madre che la promozione alla quarta classe era possibile solo a patto che egli si trasferisse in un’altra scuola; non è corretto scrivere che Adolf Hitler venne espulso dalla scuola tecnica di Linz: venne semplicemente trasferito “in campagna” .

Se prima era solo a causa del volere di suo padre che egli frequentava la scuola, adesso era l’amore verso sua madre che lo convinceva a continuare gli studi. Non fu felice del suo trasferimento a Steyr e dopo avere letto la Divina Commedia di Dante egli mi parlò di quella scuola come del suo Purgatorio.

A Steyr Hitler alloggiava presso un ufficiale di corte di nome Edler von Cichini al numero 19 di Grunmarkt, ma appena aveva un po’ di tempo libero si recava subito a Linz. Come si poteva prevedere, il risultato fu negativo e rimase tale anche dopo che ripeté l’esame tra l’ 1 ed il 15 settembre del 1905. Oltre al solito “Insoddisfacente” in matematica ne ottenne un altro in geometria pratica.

Quando il professor Huemer, che fu il maestro di Hitler per tre anni, diede testimonianza del carattere del suo alunno al processo per tradimento seguito al fallito Putsch del novembre del 1923, lui disse: “Hitler era certamente dotato, specialmente verso particolari materie, ma mancava di autocontrollo e, per dirla tutta, era considerato dai docenti come polemico, autocratico, prevenuto e di cattiva indole, quindi incapace di sottomettersi alla disciplina scolastica. Non era neanche molto laborioso. Se avesse avuto un carattere diverso avrebbe ottenuto ben altri risultati scolastici, intellettualmente dotato com’era” .

Dopo avere espresso questo giudizio tanto negativo il professor Huemer, preso da un umore più sentimentale, aggiunse: “Comunque, come l’esperienza dimostra, quello che succede a scuola non influenza molto la vita e mentre spesso ho visto gli alunni più diligenti scomparire senza lasciare traccia, i ragazzi difficili crescono in grandezza non appena ottengono la libertà loro necessaria. Credo che il mio alunno Hitler appartenesse a questa seconda categoria e spero dal profondo del mio cuore che lui possa presto superare le sue recenti difficoltà e i suoi turbamenti e vivere per vedere realizzati quegli ideali che lui porta nel suo animo, che danno merito a lui come ad ogni tedesco” .

Queste parole, scritte nel 1924, non sono certamente influenzate dagli eventi che sarebbero accaduti negli anni successivi e testimoniano la vicinanza che ancora sussisteva tra l’allievo ed il maestro. Per via indiretta il professor Huemer ammette che quegli ideali per i quali Adolf Hitler stava subendo un processo erano in realtà gli ideali della sua scuola e tutto questo nonostante Hitler non eccellesse per niente nella materia che il professor Huemer insegnava, il tedesco. Ho notato questa sua mancanza nei numerosi errori di dizione presenti nelle lettere che egli mi inviava.

Tra gli insegnati che erano ammirati da Hitler per la loro personalità, nonostante la loro materia non fosse da lui amata, figura il maestro di scienze, il professor Theodor Gissinger, che sostituì nell’insegnamento il professor Engstler. Gissinger amava molto lo stare all’aria aperta, era un gran camminatore ed un escursionista, apprezzava la ginnastica. Tra gli insegnati di tendenza nazionalista egli era il più impetuoso. Le diverse idee politiche del periodo erano evidenti all’interno del corpo insegnanti in modo più marcato rispetto agli ambienti pubblici: quest’ atmosfera carica di tensioni politiche nello sviluppo intellettuale del giovane Hitler fu più importante più di quanto egli potesse pensare. E’ tipico che l’importanza di una scuola non sia determinata dalle materie ivi insegnate, ma dalla sua atmosfera.

Anche il professor Gissinger anni più tardi espresse un giudizio circa il suo alunno Hitler. In questa notevole testimonianza si legge: “Per quanto ne so, Hitler non lasciò alcuna particolare impressione a Linz, né positiva né negativa. Nella sua classe egli non era affatto riconosciuto come capo dai suoi compagni. Era alto e ben eretto, dal viso pallido e smunto, quasi come quello di un tisico, ma il suo sguardo era penetrante ed i suoi occhi brillanti” .

Il docente di storia, il Dr. Leopold Potsch, era il terzo ed ultimo degli insegnati che riscuotevano un certo riconoscimento agli occhi di Hitler ed inoltre è l’unico di una dozzina di insegnanti del quale Hitler approvasse l’insegnamento senza riserve. Per quanto riluttante fosse Hitler nel parlarmi dei suoi docenti fece sempre un’eccezione per Potsch.

Le parole che Hitler scrisse sul suo insegnante di storia sono già ben note:

“E’ stata un’occasione decisiva che influenzò tutta la mia vita quella di incontrare un insegnate di storia che capisse, come pochi riescono a fare, l’importanza fondamentale di questo principio dell’insegnamento e dell’analisi (riferito al sottolineare l’essenziale ed a tralasciare l’inutile). Il mio maestro, il Dottor Leopold Potsch della scuola tecnica di Linz, seguiva questa regola in modo davvero ideale. Un vecchio gentleman, educato, ma al contempo fermo, era non solo capace di attirare la nostra attenzione grazie alla sua brillante eloquenza, ma anche di accendere il nostro entusiasmo. Mi emoziono ancora quando penso a quell’uomo brizzolato che grazie al fuoco delle sue parole a volte ci rendeva dimentichi del presente e, come per magia, ci trasportava nel passato e fuori dalle nebbie del tempo trasformava i freddi fatti storici in vivida realtà. Stavamo seduti, selvaggiamente entusiasti, a volte in piena commozione” .

Senza dubbio questo giudizio è esagerato. Penso questo perché l’ultimo voto conseguito in storia da Hitler a Linz è stato “Sufficiente” , anche se forse il cambiamento di scuola deve avere in qualche modo influito. In ogni caso l’influenza di questo insegnate su quel ricettivo ragazzo non deve essere sottostimata: se è vero che il massimo valore dello studio della storia è l’entusiasmo che essa suscita allora il Dr. Potsch è riuscito alla fine a trasmetterlo.

Potsch era nativo di una provincia sul confine orientale e prima di trasferirsi a Linz aveva insegnato a Marburg ed in altri luoghi vicini al confine tedesco: lui ebbe quindi una chiara esperienza della lotta tra le diverse nazionalità. Io credo che l’amore incondizionato verso tutto quello che era tedesco che Potsch combinò con l’avversione verso la monarchia degli Asburgo sia stato una decisiva rivelazione per il giovane Hitler: questa fervente ammirazione per il popolo tedesco gli diede una ferma convinzione che durò per tutto il resto della sua vita.

Adolf Hitler rimase grato al suo maestro di storia per tutta la sua vita, anzi la nostalgia verso la scuola ed il maestro crebbero col passare degli anni. Nel 1938 Hitler si recò a Klagenfurt e incontrò di nuovo Potsch. Passò più di un’ora a parlare da solo in una stanza con il vecchio e fragile uomo e quando lasciò la stanza disse agli uomini che lo accompagnavano: “Non potete nemmeno immaginare quanto io debba a quel vecchio uomo” .

Queste successive opinioni di Hitler suoi suoi insegnati non devono falsificare il vero quadro della sua esperienza scolastica più dei successivi pareri degli insegnati sul loro ex allievo (senza tenere conto poi delle opinioni alquanto contraddittorie dei suoi numerosi compagni di classe) . La verità (ed io ne sono testimone) è che Adolf lasciò la scuola carico di un profondo odio verso questa; facevo attenzione a non spingere la conversazione verso questa tematica, ma lui a volte sentiva il bisogno di manifestare violentemente la sua avversione. Non ha mai provato a restare in contatto con uno dei docenti, nemmeno con Potsch. Al contrario li evitava e faceva finta di non riconoscerli quando li incontrava per strada.

Il suo scontro con la scuola avveniva contemporaneamente ad un altro conflitto, che era per lui ancora più importante: la resa dei conti con sua madre. Questa espressione non dovrebbe essere fraintesa, Adolf tentò di risparmiarla alla madre quanto più a lungo egli potè; questo divenne impossibile quando alla fine fallì negli studi e così abbandonò il percorso formativo che suo padre aveva per lui tracciato. Adolf era molto più preoccupato per questo conflitto psicologico che per la sua eterna guerra contro gli insegnanti. Cosa gliene doveva importare a lui dei brutti voti? Nulla, ma questi erano per sua madre la prova che Adolf non avrebbe raggiunto il suo obbiettivo.

Io stesso ho assistito a quanto Adolf cercasse di risparmiare a sua madre le preoccupazioni durante l’ultimo anno scolastico eppure non riusciva in questo, dato che era impossibile convincerla che il suo futuro fosse altrove. Dove di preciso non lo sapeva neanche lui e non lo seppe neanche per molti anni dopo la morte di sua madre. Così essa portò la più grande delle sue preoccupazioni, il futuro di suo figlio, nella sua tomba.

In quei giorni cupi dell’autunno del 1905 Adolf camminava sul filo di un rasoio: superficialmente la decisione che il sedicenne doveva prendere era se ripetere la quarta classe presso la scuola tecnica di Steyr od abbandonare definitivamente la scuola. Le implicazioni erano molto più profonde: lui, solo per amore di sua madre, avrebbe dovuto continuare un cammino che egli sapeva essere errato e senza speranza, oppure doveva ignorare il dolore che avrebbe causato a sua madre e scegliere un’altra via, della quale lui poteva solamente dire che riguardava l’arte, parola che (com’era logico pensare) non offriva alcun conforto a sua madre?

In realtà a causa della sua natura questa non era per Adolf realmente una decisione nel vero senso della parola ed in realtà per lui non sussisteva alcun dilemma. Non avrebbe potuto fare in altra maniera e lasciando la scuola avrebbe scelto un’altra strada senza più guardarsi alle spalle. Eppure sapeva quanto sua madre sarebbe stata sconvolta da questa decisione e questo, io lo so bene, gli causava un illimitato dolore.

In quei mesi Adolf attraversò una grave crisi, la più dura mai incontrata durante gli anni della nostra amicizia. Esplose manifestandosi in una grave malattia. Lui la descrisse nel suo libro come un problema ai polmoni mentre sua sorella Paula parlò di un’emorragia; altri invece dicono che siano stati dei problemi gastrici causati dai nervi scossi. Mi recavo da lui ogni giorno durante la sua malattia poiché dovevo portargli delle relazioni periodiche circa le attività di Stefanie, che a quel tempo adorava. Per quanto io ricordi la sua malattia era costituita da dei problemi ai polmoni: lo so perché per lungo tempo lui fu afflitto da tosse e da un brutto catarro, specialmente nelle giornate nebbiose ed umide.

Agli occhi di sua madre questa malattia lo liberava dal dovere di continuare a frequentare la scuola, quindi ben si adattava alla sua decisione. Fino a che punto questa malattia fosse un’autosuggestione, la conseguenza della sua crisi interiore, o di causa meramente organica io non so dirlo.

Quando infine Adolf riuscì ad alzarsi dal letto aveva già preso una decisione. L’avrebbe fatta finita con la scuola e senza alcun dubbio od esitazione avrebbe decisamente indirizzato il suo cammino verso la carriera dell’artista.

I due anni della sua vita che seguirono furono visibilmente privi di un indirizzo chiaro. “Nella vacuità della vita del tempo libero” è il titolo che lui diede a questa fase quando, scrivendo il Mein Kampf,scoprì con un certo disagio questa lacuna nella sua formazione. Superficialmente questo titolo è corretto: non andava a scuola, non si preoccupò di seguire alcun corso di formazione pratica, visse con sua madre e lasciò che ella lo trattenesse.

In realtà questo capitolo della sua vita manifesta un’irrefrenabile senso creativo. Disegnava, dipingeva, scriveva poesie e leggeva: non riesco a ricordare che Adolf sia rimasto inattivo o si annoiasse per più di un’ora. Se per caso si stancava di qualcosa, per esempio un’opera che stavamo guardando, la sua noia lo portava a condannare l’opera così veementemente che, in questo modo, lui veniva spinto verso altre attività. Invero egli non era per niente sistematico: non c’era alcun fine, alcuna meta chiara. Semplicemente accumulava con un illimitata energia impressioni, esperienze e materiale. Cosa avrebbe fatto di tutto questo rimaneva una questione aperta. Non faceva altro che cercare, cercava sempre e comunque.

Nel frattempo Adolf riuscì a trovare un modo per dimostrare a sua madre quanto inutile fosse per lui il continuare l’esperienza scolastica. Com’era tipico nel suo modo di affrontare i problemi, lo fece convincendo sua madre quanto fosse erroneo tutto il sistema scolastico. Le disse anche che: “Uno può imparare molto meglio da solo” . Sottoscrisse la biblioteca per l’istruzione degli adulti, si iscrisse all’associazione museale e prese in prestito libri dalla loro biblioteca; spesso chiedeva anche libri in prestito. Da quel momento ricordo che Adolf era perennemente circondato dai libri, specialmente dai volumi della sua opera preferita, dai quali non si separava mai, la mitologia tedesca. Quante volte mi convinse, quando finivo di lavorare, a portare con me ed a studiare questo o quel libro che lui aveva appena letto così da poterne discutere insieme. Adesso egli possedeva tutte le caratteristiche di cui mancava quando frequentava la scuola: applicazione, interesse e piacere nell’imparare. Lui riuscì, come egli stesso spesso diceva, a battere la scuola sul suo stesso campo.

 

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