La Via Emilia: storia, cultura e identità (seconda parte)

Via Emilia [prima parte]

 

Tra Medioevo feudale e liberi comuni

Il mercato di Porta Ravegnana a Bologna - Miniatura dalle Matricole della Societa? dei Drappieri, 1411 - Bologna, Museo Civico Medievale.

Il mercato di Porta Ravegnana a Bologna – Miniatura dalle Matricole della Societa? dei Drappieri, 1411 – Bologna, Museo Civico Medievale.

Il collasso dell’Impero Romano, e l’anarchia sviluppatasi nei secoli successivi, portò ad un decadimento di tutte le consolari in ogni parte delle antiche province romane. Delle grandi arterie stradali che avevano favorito la prosperità del mondo antico, restò integro a malapena il tracciato, mentre via via scomparvero tutte quelle peculiarità e servizi che ne avevano caratterizzato il periodo di utilizzo intenso durante la pax romana.

La Via Emilia in Italia restava tuttavia un tracciato viario ancora fondamentale, soprattutto per i pellegrinaggi verso Roma e per i rari commerci nella Pianura Padana, nonostante l’incuria e l’abbandono cui nessuno pose sostanziale rimedio, se non a partire dal XIII secolo. Per un certo periodo la Via Emilia cambiò anche nome: a partire dall’Alto Medioevo, essa appare in diversi documenti con l’appellativo di “ Via Claudia”. Il motivo di questo mutamento nella toponomastica è ad oggi ancora questione controversa, anche se non è da escludere che esso fosse conseguente alle complesse vicende intercorse durante le guerre gotiche (535 d.C./553 d.C.), che videro contrapporsi i bizantini contro i re germanici stabilitisi in Italia a ridosso della caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). Tale definizione sostitutiva permase durante tutto il Regno Longobardo (568 d.C./774 d.C.), che aveva donato all’Italia una prima connotazione unitaria e nazionale.

Risulta, infatti, che il nome di “ Via Claudia” sostituisse ampiamente quello di “ Via Emilia” in un’infinità di documenti sia longobardi che religiosi, antecedenti alla discesa del Re dei Franchi Carlo Magno nella nostra penisola (772 d.C./774 d.C.). La doppia denominazione declinò nei secoli successivi, proseguendo in misura minore fino ai primi dell’Ottocento.

Nel periodo che intercorre fra il 1200 e il 1300, l’arteria principale per andare da Piacenza a Bologna seguiva sostanzialmente la traccia più antica. Deviazioni parziali, e nuove vie di comunicazione, furono comunque compiute fin dall’Alto Medioevo, se si tiene conto delle inondazioni, delle cadute di ponti, delle rovine e delle interruzioni causate dalle guerre,  dei cedimenti che rendevano difficili le opere di ripristino.

Tracciato dei pellegrinaggi medievali

Tracciato dei pellegrinaggi medievali

Nello specifico, le deviazioni dal vecchio tracciato, furono messe in opera nell’immediata vicinanza dei fiumi, per la necessità di trovare una via nei terreni allagati e il punto migliore per stabilire l’attraversamento della corrente principale. Gli antichi ponti romani, privi di qualsiasi manutenzione, restarono interrotti e inagibili nei primi secoli del Medioevo. Il più importante, quello sul Reno, sembra che nel secolo IX non esistesse più da quasi duecento anni. Inoltre, per molto tempo, da quanto risulta dai documenti, non si mise mano a opere durature che potessero sostituire le antiche. I diversi sovrani longobardi, carolingi e romano/germanici che si susseguirono nel dominio del territorio si limitavano a esigere, in occasione del loro passaggio, che i sudditi riadattassero la strada temporaneamente.

Una serie di lavori organici sulle strade fu intrapresa non prima del 1200, quando sorsero dei centri sostanzialmente autonomi lungo tutta la Via Emilia che, traendo beneficio diretto dalle vie di comunicazione commerciali, furono spinti a impiegare le proprie risorse per il mantenimento e il miglioramento di esse.

I principali comuni lungo la Via Emilia (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna), avevano tutto l’interesse ad agevolare la viabilità del suo tracciato; sia per rafforzare la loro autonomia politica, che per trarre profitto dalle carovane di mercanti e pellegrini tra Italia e Francia, che obbligatoriamente dovevano transitare per l’antica consolare. Risale all’età comunale la costruzione dei primi ponti in pietra, dopo quelli romani, sui principali corsi d’acqua. Sull’Arda un ponte senza ulteriore specificazione è ricordato dagli Annali Piacentini nel 1214. Un ponte in muratura sul Taro sarebbe sorto vero il 1170, per l’interessamento religioso e caritatevole. Il ponte esisteva ancora all’inizio del secolo successivo, e gli sorgeva vicino un ospedale retto dai monaci, per dare sollievo ai pellegrini. Negli Statuti di Parma, redatti verso la metà del XII secolo, vi sono precise disposizioni per gli addetti alla custodia di questo ponte. L’opera, danneggiata nel 1269 e nel 1277, venne ricostruita a partire dal 1294, ma la sua manutenzione risultò talmente onerosa che fu abbandonata con il passare del tempo. La Via Emilia aveva un ponte antico presso il torrente Parma, omonimo alla città, ma alla fine del secolo XII, in seguito a un cambiamento di letto del corso d’acqua, venne a trovarsi prosciugato. Tuttavia il ponte venne mantenuto in ottime condizioni data la sua posizione rispetto al centro urbano. Anche sull’Enza nel 1285 si cominciò la costruzione di un ponte, terminato l’anno successivo. Il Secchia, uno dei fiumi dal letto più largo riscontrabili tra Piacenza e Bologna, avrebbe avuto il suo ponte in corrispondenza della Via Emilia, per opera della Contessa Matilde di Canossa (1046/1115). La sua durata fu breve, anche se un ospedale, che sorgeva in quel luogo lungo la strada già prima del ponte, continuò a sussistere anche dopo la sua caduta in rovina. Sul fiume Samoggia un ponte esisteva già nel XIII secolo e veniva completamente rinnovato all’inizio del Trecento.

Particolare importanza tra Modena e Bologna ebbe il ponte sul Panaro, che segnava il confine fra i territori delle due città. Anche su questo fiume fu fatto un ponte nel secolo XIII e vi sorse un ospedale tenuto da religiosi. Nel 1354 i Visconti di Milano avevano occupato tutto il territorio di Modena. Per ragioni strategiche fecero erigere un altro ponte sul fiume Panaro e provvidero ad effettuare migliorie. Ciò significa che ormai l’importanza della Via Emilia, ed il suo mantenimento, diventavano sempre più d’interesse generale.

Per la costruzione poi di un ponte in muratura sul Reno gli storici locali indicano la data del 1257, ma è dimostrato che esso esisteva almeno dal 1220. C’erano anche qui un ospedale e dei ponterii (o pontieri) che ne avevano cura. La gestione del ponte sul Reno fu parte integrante della legislazione locale, nella figura specifica del “rettore” dell’opera. Il ponte venne così mantenuto attraverso continui interventi migliorativi e, a prescindere da interruzioni più o meno lunghe, assicurò il superamento del fiume fino all’epoca moderna.

Queste notizie, alle quali dovrebbero esserne aggiunte altre relative a ponti minori e a lavori di miglioramento del fondo stradale, mostrano che i piccoli Stati comunali interessati al traffico sulla Via Emilia sentirono l’importanza della grande arteria e le dedicarono molte delle loro non illimitate risorse. Nello specifico campo delle comunicazioni stradali, i principali comuni emiliani diedero prova della straordinaria vitalità della loro classe politica e di quella mercantile, spesso in simbiosi. Va ricordato come i comuni provvedessero a tutelare non soltanto le strade, ma anche le corporazioni che ne facevano utilizzo, ripristinando stazioni ed alberghi simili a quelli dell’epoca romana, mentre andavano decadendo gli ospizi creati dai religiosi per facilitare i pellegrinaggi. Considerando il traffico lungo tutta la strada i risultati non erano tuttavia pari agli sforzi sostenuti. Le iniziative dei vari comuni non erano coordinate e i conflitti in cui i piccoli Stati erano spesso coinvolti, anche in ragione di avvenimenti politici di più vasta portata, impedivano qualsiasi iniziativa che risultasse duratura. Ciò dipendeva dai difetti naturali dell’istituzione comunale in generale, non soltanto nello specifico emiliano. I liberi comuni non sopravvissero indipendenti a lungo, la loro forza era principalmente dovuta alla mancanza (temporanea) di un potere unificante più articolato, che solamente la grande nobiltà poteva fornire. Questo aprì la via alla formazione in Emilia di organismi territorialmente più vasti, anch’essi interessati a sfruttare le potenzialità economiche e strategiche offerte dall’antica via consolare.

Stefania Lodesani

Share

Comments are closed.