La Via Emilia: storia, cultura e identità (terza parte)

[seconda parte]

La Via Emilia: storia, cultura e identità (terza parte)

Gli Stati locali emiliano/romagnoli

Con la fine del Medioevo, e l’inizio dell’Evo Moderno, il panorama politico lungo la Via Emilia conobbe una fase di forte consolidamento.

Le famiglie del Senato di Bologna

Le famiglie del Senato di Bologna

Il territorio regionale fu suddiviso, dopo alterne vicende, in tre Stati: il ducato di Parma e Piacenza (creato nel 1545 da Papa Paolo III per la sua famiglia: i Farnese), il ducato di Modena legato alla dinastia degli Estensi, e i possedimenti dello Stato Pontificio (Bologna, Ferrara, la Romagna).

Tale processo di riorganizzazione fu il naturale sbocco del decadimento delle libere istituzioni comunali, soppiantate dal potere raggiunto da famiglie nobili che s’imposero sul guazzabuglio feudale, e dal papato: desideroso di espandersi territorialmente, per poter affermare il suo potere temporale sulla penisola italiana.

I ducati degli Este e dei Farnese, piccoli per la loro estensione, ma rilevanti per la posizione strategica,  vivono vicende, soprattutto nel corso del ‘600 e del ‘700, che corrono su binari paralleli: entrambe dinastie che potremmo definire esterne alla regione, si trovarono spesso a dover gestire le conseguenze della loro importanza territoriale lungo l’antica Via Emilia, essendo tuttavia privi del tutto o quasi di un solido apparato militare. Nei primi decenni del ‘700,  le crisi prodotte dalle guerre di successione in Europa, portarono anche per questi territori il problema di chi li avrebbe dovuti governare, nell’ambito del riassetto politico continentale.

Il dominio dei Farnese su Parma: viene costituito nell’Agosto 1545, con l’investitura a Duca di Parma e Piacenza, fatta da Papa Paolo III, del figlio Pier Luigi Farnese. Quest’atto, che è l’ultimo tentativo riuscito di un papa di creare una dinastia familiare, trova una giustificazione politica nel fatto che il ritorno degli Estensi a Modena aveva rotto la continuità territoriale tra le città dell’Emilia occidentale e il corpo dello Stato pontificio e che per la sua posizione il ducato era oggetto delle mire del duca di Milano. Le due città di Parma e Piacenza erano accumunate solo nella figura del sovrano in « unione personale dinastica », ma i loro rapporti erano di assoluta indipendenza l’una dall’altra, se non addirittura di antagonismo.

L’opera legislativa di Ranuccio I (1592-1622), che con le Constitutiones del 1594 fornisce la base dell’organizzazione statale, rappresenta la conclusione delle disposizioni dei precedenti duchi: Pier Luigi (assassinato nel 1547), Ottavio (1547-1586) e Alessandro ( 1586-1592), quest’ultimo noto più come uno dei maggiori condottieri italiani della fine del Cinquecento. Venne istituita una Segreteria di Stato con compiti di governo, un Consiglio di giustizia e una Camera ducale. Anche per quanto concerne la lotta contro la potenza dei feudatari, Ranuccio I porta a compimento il disegno iniziato dal primo duca. Questo piano, oltre che con provvedimenti legislativi, viene attuato con la confisca di feudi situati in posizioni strategiche, come quelli dei Pallavicini e dei Sanvitale.

Parma_Cartografia_del_Ducato_nel_XIX_secolo

Parma_Cartografia_del_Ducato_nel_XIX_secolo

Il suo successore Odoardo (1622-1646) subisce l’influenza del suo segretario di Stato, il francese Gaufrido e, rovesciando l’indirizzo tenuto dai suoi predecessori, diventa una pedina del gioco antispagnolo del Cardinale Richelieu. Essendogli stata sfavorevole la sorte delle armi francesi, rischiò di perdere il ducato, ma venne salvato dalla mediazione del Papa e del Granduca di Toscana. La valutazione eccessiva delle proprie forze e, indirettamente, gli impegni finanziari presi per sostenere le spese militari, lo portano a intraprendere la «guerra di Castro» che, dopo alterne vicende, venne conclusa infelicemente dal figlio Ranuccio con la perdita di Castro e Ronciglione. Il nuovo duca, pur non brillando per particolari meriti, seppe dare un lungo periodo di tranquillità al ducato, stremato prima dalle guerre, poi dalle spese per il mantenimento delle truppe imperiali.

Francesco (1694-1727), ultimo duca Farnese degno di menzione, è ricordato come « il duca diplomatico ». Per la sua politica accorta, destreggiandosi tra franco-spagnoli e austriaci durante la guerra di successione spagnola e valendosi di abili collaboratori, fra cui primeggia l’abate Alberoni, si pose in una posizione superiore all’ effettiva importanza del ducato. Quando col trattato di Utrecht, nel 1713, apparve chiaro che l’Italia sarebbe stata sacrificata alla potenza austriaca, e che sarebbe servito ai piccoli Stati avere l’appoggio della Spagna, egli riuscì a concludere il matrimonio della figliastra Elisabetta col Re di Spagna. In questo modo, mancando una discendenza maschile al duca Antonio, si instaurerà nel ducato una nuova dinastia, quella dei Borbone-Farnese (1732).

I duchi d’Este a Modena: questa dinastia mantenne, nel corso del XVI secolo, una duplice dipendenza: dall’Impero per i feudi di Modena e Reggio e dal Papato per quanto riguarda Ferrara, di cui furono vicari fino al definitivo incorporamento nei domini papali d’Emilia. I rappresentanti più notevoli della casata furono, in questo periodo, Alfonso I (1505¬-1534) ed Ercole II (1534-1559). Il fermo e oculato Alfonso I, accostandosi all’Impero, riuscì a farsi assegnare in modo stabile e definitivo da Carlo V, Modena e Reggio ( 1531 ), ma non a ristabilire i normali rapporti con la Santa Sede, intento raggiunto dal figlio Ercole II con la reinvestitura di Ferrara. Il ramo principale della famiglia si estingue con Alfonso II (1559-1597), portando le conseguenze di riduzione territoriale in favore dello Stato Pontificio, e del trasferimento della capitale da Ferrara a Modena.

Modena capitale del Ducato

Modena capitale del Ducato

Il governo di Cesare (1598-1628), mediocre e indeciso, non risolse i gravi problemi del ducato, motivati dall’insufficiente produzione agricola e, soprattutto, dallo strapotere dei feudatari rispetto all’autorità centrale. L’assassinio di uno di essi, Marco Pio, signore di Sassuolo, permise nel 1609 l’acquisizione di quel territorio direttamente agli estensi. Tra i suoi successori vanno segnalati: Francesco I (1629-1658), Francesco II (1658-1694), Rinaldo (1694-1737) e Francesco III (1737-1780). Già con quest’ultimo si profilava non lontano anche per la casa Estense il problema della successione.

Francesco I, nonostante le aspirazioni superiori all’importanza del ducato, dimostrò l’abilità della sua diplomazia, ora oscillante verso la Spagna, cosa che gli permise di entrare in possesso del feudo di Correggio , ora verso la Francia del Mazarino, sempre alla ricerca di alleanze vantaggiose. La sua figura si distingue anche per il mecenatismo verso gli artisti e per la costruzione del palazzo ducale. L’unico merito che si può attribuire a Francesco II, invece, è quello di aver fondato nel 1678 l’università, di cui lo Stato estense era stato privato dopo la perdita di Ferrara. Rinaldo, che per l’investitura a duca aveva rinunciato alla porpora cardinalizia, tentò invece di mantenersi in equilibrio tra le potenze durante le guerre di successione spagnola e polacca; il fallimento di questo proposito gli costò l’occupazione del ducato, l’esilio a Bologna e l’assoggettamento all’Impero, che portò come sola contropartita l’acquisizione del ducato di Mirandola (1710) e del feudo di Novellara (1737).

Il papato: L’espansione del dominio diretto dei pontefici nella regione durante il XVI secolo può avere il suo punto di partenza nell’ingresso di Giulio II a Bologna (1506) e il suo punto finale nell’acquisizione definitiva di Ferrara (1598). Non si tratta di una semplice espansione territoriale, ma di un processo continuo di affermazione delle strutture statali sulle vecchie autonomie municipali e signorili, così com’era già avvenuto anche per gli Estensi e i Farnese nella regione. Anche il costituirsi dello Stato pontificio come monarchia moderna comportava l’affermazione della sovranità e del potere assoluto centralizzato. Per il perseguimento di questo fine, i pontefici si comportarono esattamente come tutti gli altri sovrani, attraverso l’ampliamento delle frontiere, la soppressione delle autonomie locali e la creazione di una struttura amministrativa unificata ed efficiente.

L’esigenza di un solido dominio temporale, d’altra parte, venne sentita dai pontefici anche in qualità di guide spirituali, e per sottrarsi al predominio dell’una o dell’altra potenza europea. Inoltre, non trascurabili motivi di ordine finanziario, determinano la necessità di un territorio sul quale esercitare il diritto di imposizione, che assicurasse al governo papale i mezzi per la sua politica di grandiosità. Nel corso dell’Evo Moderno andarono infatti diminuendo i contributi tradizionalmente versati a Roma “a titolo di donazione spirituale”, dalle chiese d’Europa occidentale, sia per il distacco di molte nazioni dalla Chiesa di Roma in seguito alla Riforma, sia perché la stessa Chiesa cattolica aveva abolito, con la controriforma interna decisa dal Concilio di Trento (1545¬1563), molte delle imposizioni ecclesiastiche e delle concessioni (dispense, indulgenze, ecc.) tramite le quali la Santa Sede si era assicurata precedentemente, non senza notevoli abusi, cospicui introiti. Anche gli Stati cattolici, si mostrarono sempre più riluttanti a contribuire alle spese del papato, ritenuto ormai privato di ogni potere sostanziale sulla vita politica delle nazioni, al di fuori della penisola italiana.

Questo processo di centralizzazione pontificia in Emilia non ebbe uno sviluppo uniforme, ma per fasi contrapposte, che esprimevano le contraddizioni di un’organizzazione politica che trovava la propria giustificazione ultima sul piano religioso. Così, il dominio personale di Cesare Borgia in Romagna, figlio di Papa Alessandro, si rivelò l’inizio del consolidamento dello Stato papale con Giulio II (1503-1513), tanto che quest’ultimo può essere definito come il « fondatore dello Stato pontificio ». Se il tentativo di Leone X (1513-1521) di formare un grande Stato nella pianura padana per il proprio fratello non vide la luce, riuscirà invece, come detto in precedenza, l’iniziativa di Paolo III (1534-1549) per la creazione del dominio Farnese su Parma e Piacenza.

Il limite principale all’esercizio di potere personale del pontefice sarebbe dovuto derivare dalla presenza del Senato cardinalizio, organo collegiale avente il compito di assisterlo e consigliarlo, ma si assisterà alla sua decadenza nel corso dei secoli, con i concistori convocati sempre più raramente.

A questo rafforzamento dell’autorità centrale, corrisponde nella regione un parallelo sviluppo dei poteri dei rappresentanti del governo pontificio. A Bologna, il cardinal legato aveva poteri che andavano ben oltre le funzioni attribuitegli dai Capitoli di Nicolò V e, interferendo in ogni settore della vita pubblica, esercitava il governo effettivo della città, mentre le magistrature locali (in primo luogo il senato cittadino) si preoccupano soltanto di difendere i loro privilegi. Nella Romagna l’azione del rappresentante pontificio, preposto alla direzione del governo locale, fu volta a riportare l’ordine, stroncando le lotte fra le fazioni cittadine: i Numai e i Serughi a Forlì, i Rasponi e i Leonardi a Ravenna, i Venturelli e i Bandini a Cesena, che sotto i nomi di guelfi e ghibellini, celavano antichi rancori familiari. Inoltre, era volta a promuovere, con la riforma dell’amministrazione giudiziaria, un’applicazione uniforme del diritto. Dopo il Concilio di Trento, avremo quasi esclusivamente rappresentanti papali tratti dal mondo ecclesiastico in tutto il territorio regionale posto sotto il controllo di Roma: se tale struttura, a lungo andare, finirà per sclerotizzare la struttura sociale e l’apparato dello Stato per un processo di chiusura clericale, in un primo tempo il ricorso agli ecclesiastici diede al papato in Emilia Romagna il vantaggio di poter usare in tali province anche le armi spirituali per dirimere controversie politiche e di superare facilmente le resistenze opposte dalle chiese locali e dagli stessi ecclesiastici.

(segue)

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