Dísir

Dísir

Con questo nome vengono designate talune divinità femminili non sempre ben definite e che presentano caratteri diversi: possono apparire come dee della fecondità, spiriti protettori, o anche nome o valchirie.

Il nome dísir al singolare (dís f.) significa «dea», «donna di nobile rango» o anche «sorella».

disesDiverse fonti testimoniano dell’uso di fare un sacrificio alle dísir e parlano di un vero e proprio tempio (dísarsalr m.), a loro dedicato, che nella Historia Norvegiae viene definito come aedes Dianae. Nella Saga di Hervör è detto che il rito era officiato durante la notte da una donna, la quale aspergeva di sangue l’altare. In un’altra saga si parla di un sacrificio preparato in occasione della visita di un re. Altrove si allude a un culto celebrato privatamente in una casa: un tipo di rituale, quest’ultimo, che probabilmente era prevalente nelle zone orientali. Così pare indicare anche il termine svedese disting (antico nordico dísaÞing) con cui si designava una sorta di grande mercato — occasione al contempo di compravendita e di accordi giuridici — che aveva luogo a Uppsala alla fine di febbraio. Senza dubbio il nome — letteralmente «assemblea delle dísir» — lo lega a qualche festa in onore di queste dee. Il culto delle dísir è testimoniato altresì da diversi toponimi (taluni di tipo piuttosto antico) che spesso si trovano nelle vicinanze di nomi di luogo riferiti ad altre divinità (Ullr e Thor in particolare); in Islanda sono note le cosiddette «pietre delle dísir del Paese» (land-dísasteinar), per le quali è testimoniata nel folclore una certa venerazione (fino a non molto tempo fa era proibito falciare l’erba che vi cresceva attorno e lasciarvi giocare i bambini).

Sebbene nelle fonti manchi un’indicazione precisa sulla funzione delle dísir, il significato di queste divinità va cercato nell’ambito del concetto di Sippe, delle sue necessità e del suo funzionamento. Le dísir sono infatti legate alla fecondità: in una fonte (di area nord-occidentale) si allude al fatto che i riti in loro onore avevano luogo alle «notti d’inverno» (vetrnœtr f .pl.), a metà ottobre circa, periodo in cui cadevano di regola i sacrifici alle divinità della fecondità; altrove si afferma che esse soccorrono le partorienti. Da questo punto di vista può avere un suo significato anche il probabile rapporto del loro nome con l’antico indiano dhišánah, che indica talune divinità della fecondità. In ciò le dísir mostrano carattere strettamente femminile. Ma la funzione della donna nel mondo germanico, oltre a quella di contribuire alla crescita della stirpe, era di proteggere, anche magicamente, coloro che vi appartenevano, danneggiando perciò i nemici. Ciò spiega le diverse allusioni alle dísir come spiriti protettori, ma anche la citazione di dísir avverse o perfide, perché legate evidentemente al nemico di colui che soccombe. Il collegamento fra le dísir e il concetto di Sippe appare anche nella vicenda di tre re della stirpe svedese degli Ynglingar, il primo dei quali, Dyggvi, morì perché una «dís del cavallo» (jódís f.) lo scelse; il secondo, Agni, morì per opera di una donna detta logadís «dís del fuoco»; il terzo, Aðils, cadde da cavallo mentre caracollava attorno al tempio di queste divinità. Se le dísir, come appare probabile, sono spiriti tutelari della fecondità della stirpe, esse incarnano forse le anime delle donne morte della famiglia e costituiscono dunque una sorta di confraternita femminile (passi il bisticcio semantico) di spiriti tutelari (qui forse la spiegazione del significato di dís come «sorella»). Ciò spiegherebbe bene anche il loro legame con le pietre dette landdísasteinar (per la credenza che i morti dimorano nelle rocce e nei tumuli), così come il loro manifestarsi come valchirie che invitano l’eroe nel regno dei morti.

Nella Breve storia di Þiðrandi si riferisce della morte del protagonista provocata dalle dísir. Þiðrandi era un giovane di diciotto anni, dotato di molte qualità. Tutti lo lodavano, ma a quelle lodi un tale Þórhallr, noto per la capacità di divinare il futuro, rispondeva con il silenzio. Egli infatti già prevedeva la morte del giovane, che si verificò in occasione della festa delle «notti d’inverno». Per quella occasione era stato preparato un banchetto al quale, a causa del tempo inclemente, non erano presenti molte persone. Þórhallr, il veggente, aveva raccomandato che nessuno uscisse quella notte di casa. Quando tutti furono andati a dormire, si udì bussare alla porta, ma nessuno pareva accorgersene. Così avvenne tre volte. Allora Þiðrandi si alzò per andare ad aprire, poiché gli pareva una grande scortesia lasciare fuori degli ospiti. Prese la spada e uscì, tuttavia fuori non c’era nessuno. Il giovane pensò che qualcuno potesse essere tornato incontro a chi era rimasto indietro. Andò perciò a guardare: allora udì un rumore di cavalli sui campi. Là vide nove donne in abiti scuri e con le spade sguainate. Da sud udì arrivare altre nove donne su cavalli bianchi e in abiti chiari. Þiðrandi si volse verso la casa per avvertire gli altri, ma le donne vestite di scuro lo assalirono e nonostante la sua coraggiosa difesa lo ferirono a morte. Uscirono gli uomini nel chiarore lunare e nel freddo ed egli prima di spirare rivelò loro quanto era accaduto.

Una funzione collegata tanto alle nome quanto alle valchirie paiono avere anche le figure delle « dísir profetiche» (spádísir) che compaiono in talune saghe ad annunciare il destino. Le idisi citate nella Prima formula magica di Merseburgo, che sono donne dedite alla magia, così come le matronae (il cui culto è testimoniato soprattutto nella Germania renana) che hanno chiari riferimenti al culto della fecondità, condividono taluni aspetti delle dísir, per le quali va infine aggiunto che la loro funzione può anche essere legata all’ipotesi dell’esistenza di una società di tipo matriarcale nella Scandinavia pre-indoeuropea. In una strofa del Canto del sole (componimento di prevalente ispirazione cristiana) le dísir paiono intese come figure di sante che parlano con il Signore.

Infine va qui ricordato il soprannome dello scaldo Þorbjörn, detto Poeta delle dísir (dísarskáld; x secolo), il che forse allude a una particolare devozione del poeta per una di queste divinità (lett. il soprannome vale infatti «poeta della dís») o al fatto che egli aveva probabilmente scritto un componimento in suo onore.

Share
Tags:

Comments are closed.