Io

lo

a) Io, figlia del dio fiume Inaco, era sacerdotessa di Era argiva. Zeus, su cui Iunge, figlia di Pan e di Eco, aveva gettato un incantesimo, si innamorò di Io e, quando Era lo accusò di infedeltà e trasformò Iunge in torcicollo per punirla, egli mentì: « Non ho mai toccato Io ». Trasformò poi lo in una vacca bianca, ma Era ne reclamò la proprietà e la affidò ad Argo Panopte, dicendogli: «Lega segretamente questa bestia a un albero di olivo presso Nemea». Zeus incaricò Ermete di ricuperare Io ed egli stesso lo guidò a Nemea (o a Micene, come altri sostengono) travestito da picchio. Ermete, pur essendo il più abile dei ladri, sapeva che non gli sarebbe stato possibile rubare Io senza essere colto sul fatto da uno dei cento occhi di Argo. Fece perciò addormentare il mostro al magico suono del suo flauto, lo colpì con una pietra, gli tagliò la testa e liberò lo. Era, dopo aver costellato con gli occhi di Argo la coda del pavone, a perenne ricordo di quel turpe assassinio, mandò un tafano a pungere Io spingendola in fuga.

Io2b) Io giunse dapprima a Dodona, e poi al mare che da lei prese il nome di Ionio; di là si spinse a nord fino al monte Emo; oltrepassato il delta del Danubio, girò attorno al Mar Nero, attraversò il Bosforo Cimmerio e, risalito il fiume Ibriste fino alla sorgente, arrivò nel Caucaso dove Prometeo ancora languiva, incatenato alla roccia. Ritornò in Europa passando dalla Colchide, la terra dei Calibi e il Bosforo Tracio; sempre galoppando attraversò l’Asia Minore fino a Tarso e a loppa, poi passò in Media, giunse in Battriana e in India, e tagliando la parte meridionale dell’Arabia, attraverso il Bosforo indiano (lo stretto di Bab-el-Mendeb) toccò l’Etiopia. Ridiscese poi dalle sorgenti del Nilo, dove i Pigmei lottano senza posa contro le gru, e trovò infine pace in Egitto. Zeus le restituì sembianze umane e, sposato Telegono, Io diede alla luce Epafo, il figlio concepito da Zeus (che l’aveva appunto toccata) e fondò il culto di Iside, poiché così essa chiamava Demetra. Epafo, che secondo taluni era il sacro bue Api, regnò sull’Egitto ed ebbe una figlia, Libia, che generò da Posidone Agenore e Belo.

c) Altri sostengono che Io generò Epafo in una grotta eubea chiamata Boosaule, e in seguitò morì per le punture del tafano; e, ancora in forma di vacca, mutò il suo colore dal bianco al violetto e dal violetto al nero.

d) Altri ancora narrano una storia del tutto diversa. Essi dicono che Inaco, figlio di Giapeto, regnò su Argo e fondò la città di Iopoli (poiché Io è il nome con cui un tempo veniva venerata la Luna ad Argo) e chiamò Io la figlia in onore della Luna. Zeus Pico, re dell’Occidente, mandò i suoi servi a rapire Io e abusò di lei non appena la fanciulla varcò la soglia del palazzo. Dopo aver dato alla luce una figlia di Zeus chiamata Libia, Io si rifugiò in Egitto: ma colà regnava Ermete, figlio di Zeus; proseguì allora la sua fuga al monte Silpio in Siria, dove morì di dolore e di vergogna. Inaco mandò in cerca di Io i fratelli e i cugini di lei, con l’ordine che non tornassero a mani vuote. Guidati da Trittolemo, essi bussarono a ogni uscio in Sirta gridando: «Possa lo spirito di Io trovare pace!» finché raggiunsero il monte Silpio, dove l’ombra di una vacca si rivolse a loro dicendo: «Eccomi, sono Io». Pensarono allora che Io fosse sepolta in quel luogo e fondarono una seconda Iopoli, ora chiamata Antiochia. In ricordo di Io, gli Iopolitani bussano ogni anno agli usci dei vicini lanciando l’antico grido dei suoi fratelli, e anche gli Argivi la piangono ogni anno.

Approfondimenti:

1)   Questo mito è composito. Gli Argivi veneravano la Luna come vacca, perché dal cornuto primo quarto di luna dipendevano le piogge e dunque l’abbondanza dell’erba da pascolo. I suoi tre colori: bianco per il primo quarto, rosso per la luna piena, nero per la luna calante, rappresentavano le tre età della dea-Luna: Fanciulla, Ninfa e Vegliarda (vedi 90 3). Io mutò colore a somiglianza della luna, ma i mitografi sostituirono al «rosso» il «violetto», poiché ion è il nome greco che indica la viola. Si supponeva che i picchi attirassero la pioggia battendo coi becchi contro il tronco delle querce e Io era la luna propiziatrice di quella pioggia che i mandriani sospiravano soprattutto alla fine dell’estate, quando i tafani attaccavano le mandrie irritandole fino alla frenesia. In Africa, i negri proprietari di bestiame spingono le mandrie da un pascolo all’altro quando vengono attaccate dai tafani. Pare che le sacerdotesse argive di Io eseguissero annualmente una danza della giovenca durante la quale simulavano di essere tormentate dai tafani, mentre uomini travestiti da picchi bussavano agli usci di quercia e chiamavano « Io! Io! » implorando la pioggia perché alleviasse i loro tormenti. Forse da questa danza derivò il mito delle donne Coane trasformate in vacche. La danza propiziatrice di pioggia si eseguiva anche nelle colonie argive fondate in Eubea, sul Bosforo, sul Mar Nero, in Siria e in Egitto. Il picchio, uccello orgiastico della dea-Luna, fa il suo nido sui salici ed era dunque in rapporto con le pratiche di magia che riguardavano l’acqua.

2)   La leggenda, inventata per spiegare sia il diffondersi di questo rito a Oriente, sia le analogie tra il culto di Io in Grecia, di Iside in Egitto, di Astarte in Siria e di Kalì in India, è stata inserita su altre due leggende che non hanno alcun rapporto con essa: quella della santa vacca lunare che vaga nei cieli accompagnata dalle stelle (analoga alla leggenda irlandese della Green Stripper) e quella delle sacerdotesse della Luna che, con grande scandalo degli indigeni, furono violentate dagli invasori Elleni, i quali si attribuivano il nome di Zeus. Si disse allora che Era, moglie di Zeus, avesse manifestato la sua gelosia per Io, benché Io fosse un altro nome di Era dagli occhi bovini. E la leggenda di Demetra che piange su Persefone è ricordata nella festa argiva in memoria di Io, poiché, nel mito, è stata identificata con Demetra. Ogni tre anni, inoltre, si celebravano a Celea (« che chiama»), presso Corinto, i Misteri di Demetra che si dicevano istituiti da un franilo di Celeo (« picchio »), re di Eleusi. Ermete è chiamato figlio di Zeus Pico (« picchio ») e Aristofane, ne Gli Uccelli 480, accusa Zeus di aver rubato lo scettro del picchio, così come Pan viene ritenuto figlio di Ermete e della Ninfa Driope (« picchio ») e Fauno, il Pan latino, era figlio di Pico (« Picchio ») che Circe trasformò in picchio per aver disprezzato le sue profferte amorose (Ovidio, Metamorfosi XIV 6). Sulla tomba cretese di Fauno si leggeva l’epitaffio: « Qui giace il picchio che era anche Zeus » (Suidas, sub voce Picus). Tutti e tre sono dèi-pastori propiziatori di pioggia. Il nome di Libia indica pioggia, e le piogge invernali giungevano in Grecia dalla Libia.

3)   La leggenda che Zeus fosse padre di Epafo (il quale divenne l’antenato dei Libi), nonché di Agenore. Belo, Egitto e Danao, implica che gli Achei, fedeli a Zeus, vollero imporre la loro sovranità su tutti i popoli rivieraschi del Mediterraneo sud-orientale.

4)   Il mito dei Pigmei e delle gru sembra riguardare certe tribù di negri altissimi dediti alla pastorizia, che giungendo dalla Somalia invasero l’alta valle del Nilo e respinsero i nativi Pigmei verso il Sud. Essi erano chiamati « gru » perché, allora come adesso, usavano stare a lungo ritti su una gamba sola, stringendo nella mano la caviglia dell’altra e appoggiandosi a una lancia.

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